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I giovani non truci

Nel tran tran delle contrattazioni politiche per la nascita di un nuovo governo, il popolo moderato si attiva. A partire dai giovani del Comitato Ventotene

19 Agosto 2019 alle 15:41

I giovani non truci

Foto Facebook

A inizio agosto il direttore del Foglio Claudio Cerasa ha lanciato un appello per la costruzione di una nuova destra non truce, liberale e europeista, che possa discostarsi dalla becera propaganda di Matteo Salvini. Nel frattempo è successo l'impossibile. Il leader della Lega ha dato il via alla crisi di governo più bislacca che la Repubblica italiana abbia mai avuto l'onere di ospitare. Una crisi, questa, che ha messo in discussione il futuro del centro-destra unito, mentre il Cav. è tentato di accodarsi alla nuova maggioranza che andrà a sostenere, se M5s e Pd troveranno un accordo, il prossimo esecutivo. Sarà questo apparentamento a rivestire il ruolo che spetterebbe alla destra non truce? Non ci è dato saperlo. Ma mentre le contrattazioni politiche si fanno più spumose e sibilline, il popolo moderato cerca risposte, si organizza, e va a occupare uno spazio politico attualmente immerso nel pulviscolo dell'indifferenza. I primi a mettersi in gioco sono i giovani. Goliardici, fanno satira. Ma parlano di europeismo, concorrenza, libero mercato e organizzano eventi con ospiti del calibro di Carlo Cottarelli e Elsa Fornero. Sono sparsi in tutta Italia, soprattutto nelle grandi città, ma si tengono in contatto sui social, dove intavolano discussioni su temi complessi con il rigore dello scienziato e la passione della matricola universitaria. Insomma, sono i giovani non truci, quelli la cui vocazione politica – sono apartitici, ma vedono nel liberalismo una casa comune, anche se ripudiano l'etichetta perché “in Italia è stato privato di significato” – sposa l'appello del direttore Cerasa a formare una nuova formazione liberale alternativa alla demagogia salviniana. Eccoli i giovani del Comitato Ventotene, l'associazione che l'anno scorso ha lanciato una marcia lungo le vie di Milano con tanto di bandiera a dodici stelle dorate per “far vedere che c’è chi non si piega alla propaganda dei partiti di governo”. Nati nel 2014 dal gruppo Facebook satirico Tecnocrazia e Libertà, hanno lanciato un associazione, la cui priorità è informare e diffondere la propria visione, che a oggi conta più di 250 soci. Poi c'è la pagina Facebook con 26 mila follower, la più seguita per l'area ideologica di riferimento, e il gruppo chiuso Ventotennent's, dove parlare di politica seduti in salotto con la cravatta allentata. “Per me la destra non truce è una destra che smonta la narrazione di Salvini affrontando gli argomenti con i dati alla mano, per trovare soluzioni di lungo periodo”, dice al Foglio il presidente neolaureato Luca Bisconti. 

 

Nascete da un gruppo Facebook, poi avete fatto il salto nel mondo reale. La democrazia online può costruire un dibattito fattivo nella vita reale? 

 

Nella nostra esperienza, prima ancora di creare l'associazione, avevamo organizzato un evento in cui avevamo riunito varie associazioni giovanili di tutti gli schieramenti politici per intavolare una discussione su temi vicini ai giovani. Dato il successo dell'evento e il numero crescente di follower sui social abbiamo deciso di dare vita all'associazione. Secondo noi bisogna passare dall’utilizzare i muscoli delle dita, che usiamo per scrivere sulla tastiera, a utilizzare i muscoli della lingua. Bisogna parlare direttamente con le persone, scendere per le strade, come diceva Pannella. Non basta fare politica sui social, il contatto con le persone risulta fondamentale.

 

Il vostro gruppo Facebook privato Ventotennent’s è diventato un salotto dove tematiche di attualità vengono sviscerate in modo approfondito, anche grazie al contributo di militanti e ricercatori universitari. L'ideologia egemone è liberista, ma la partecipazione è aperta a tutte le visioni politiche. Avete promosso un nuovo modo di vivere i social network, più educato e dialogante? 

 

Visto da fuori è proprio così che appare Ventotennent's. Ma per giungere a questo equilibrio ci abbiamo lavorato tantissimo. All’inizio non c'era moderazione perché all'interno del gruppo ci conoscevamo tutti. Quando i numeri sono aumentati ci siamo accorti che la comunicazione era fuori controllo. Dapprima abbiamo iniziato a mettere delle regole, degli standard di discussione, poi ci siamo accorti che non bastava, così abbiamo creato un gruppo di moderazione che interviene solo ex post. I post vengono segnalati e se si supera un certo standard subentra la moderazione. Tutto questo ovviamente non riguarda le idee, se il tuo pensiero non è quello egemone non c'è problema, anzi, le discussioni più interessanti nascono proprio da punti di vista opposti. Alcuni membri con visioni politiche non liberiste alla fine sono entrati nell'associazione perché hanno capito che le cose in comune erano più di quelle in contrasto. Un po’ quello che, a mio parere, dovrebbe succedere con la nuova destra non truce. 

 

Cosa vi ha spinto a puntare sull’Europa in un momento difficile della storia comunitaria? 

 

Proprio il fatto che fosse un momento difficile. Nei pensieri dei membri del comitato l’Unione europea non è la causa dei nostri mali; la causa dei nostri mali è la classe politica italiana, l’unica che è stata in grado di dissipare i vantaggi economici dell’Unione. L'Europa interviene nelle nostre vite molto più di quanto si pensi: è quella che definisce gli standard qualitativi, che ti permette di evitare di cambiare moneta quando vai all'estero, di esportare i nostri prodotti con facilità. A parte questo, con due potenze enormi come Cina e Stati Uniti, pensare che l’Italia per quanto bella possa competere è un pensiero assurdo. Solo l’Europa unita può far valere il suo peso sullo scacchiere internazionale. L’interesse italiano viene tutelato nell’Unione e non il contrario. Il ritornello della “generazione erasmus” non ci piace. Siamo europeisti perché pensiamo che un futuro roseo per l’Italia è pensabile solo in Europa. 

 

Perché secondo voi tanti giovani hanno scelto di aderire al vostro progetto? 

 

Sostanzialmente c’era un vuoto da colmare. Poi perché abbiamo una comunicazione efficace. Abbiamo da subito deciso di unire alla divulgazione tecnica e scientifica anche una divulgazione più schietta attraverso meme e battute satiriche. Questo tipo di comunicazione era innovativo per la nostra area politica di riferimento, che si divideva tra comunicazione istituzionale o gruppi satirici senza freni. Noi abbiamo unito le due cose e abbiamo trovato un equilibrio. Oggi di pagine coi nostri valori che abbiano il nostro successo non ce ne sono. 

 

Mentre i giovani in Francia e Germania, alle ultime europee, hanno votato in massa per partiti ecologisti, la Lega ha fatto cassa coi voti degli under 35. Qual è l’origine dell’anomalia italiana? 

 

E' un problema di offerta. Perché la domanda c’è, i giovani si interessano a molte tematiche. Ad esempio l’ecologismo è una tematica che in Italia non è portata avanti con successo da nessuno. Il fatto è che i giovani da soli non possono organizzarsi in movimenti strutturati; fondare un partito è difficilissimo, come lo è trovare delle figure carismatiche che possono essere spese. In definitiva manca qualcuno che dia delle risposte alle istanze dei giovani. I sovranisti in realtà non sono tanti tra i giovani. Gli under 35 che votano Lega lo fanno non pensando da giovani, ma alla propria classe sociale di riferimento. Questo perché Salvini colpisce con la sua comunicazione, anche se nei fatti sta facendo solo danni. Viaggia per tutt’Italia, parla con la gente. Quelle cose lì servono. Perché non bastano i social network per coinvolgere i giovani in politica. Bisogna sporcarsi le mani. Salvini lo ha fatto e ha vinto. 

 

Quali sono i provvedimenti che un governo che abbia a cuore i giovani non può evitare di mettere in atto? 

 

Noi come comitato abbiamo aderito all’iniziativa “Figli costituenti”, lanciata da vari movimenti, che vuole inserire in costituzione il principio dell’equità intergenerazionale, in modo tale che gli aspetti negativi delle politiche attuate da un generazione non ricadano sulle spalle delle generazioni successive. Il sistema pensionistico ne è un esempio. Pur riguardando i vecchi concerne anche i giovani. Secondo noi infatti la riforma Fornero avrebbe garantito più stabilità ai giovani. Secondo noi bisogna smettere di pensare ai giovani come una categoria protetta. Non siamo dei panda. Bisogna parlare “con” i giovani, non “per” i giovani. Valiamo meno a livello politico, ma meritiamo un posto a sedere. Per noi non esistono provvedimenti per giovani e provvedimenti per vecchi, tutti i provvedimenti riguardano tutti. Ad esempio mettere in atto un piano per il dissesto idrogeologico dell’Italia ha delle ricadute positive anche sui giovani. Come ne avrebbe riformare il processo civile per far investire le aziende nel nostro paese e quindi moltiplicare le assunzioni, anche per i giovani. 

 

La politica truce di Salvini ha annacquato il discorso politico, mostrando al popolo dei social quanto sia conveniente lasciarsi andare a una comunicazione aggressiva e prepotente. Si può fare ritorno alla buona politica, magari ripensando alla forma e al contenuto dei nostri discorsi? 

 

Noi del comitato abbiamo la fortuna di essere in costante contatto con persone che vivono al di fuori dell’Italia; ci capita di parlare ad esempio con ragazzi e ragazze francesi o americani. La sensazione è che sia stato raggiunto un punto di non ritorno. Non si può rispondere alle cannonate con le cuscinate, ma neanche con altre cannonate. Bisogna cercare di portare i populisti su un piano in cui siamo noi in vantaggio, non solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti contro Trump e in Francia contro la Le Pen. Bisogna cambiare il campo di gioco. Parliamo con dati alla mano, dei fatti, di quello che succede nella realtà. Andiamo oltre la propaganda. Poi bisogna rispondere, certo, non subire passivamente come Zingaretti. Bisogna spiegare in maniera facile argomenti complessi. In questo modo si coinvolgono le persone e si vince contro la cattiva comunicazione. È l’unica cosa che ci resta da fare.

Samuele Maccolini

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