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Che cosa non torna nello "speronamento" della Sea Watch. Parla De Falco

Il senatore spiega perché l'attracco a Lampedusa non è andato proprio come ci è stato raccontato. E Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia: “La riforma di cui più l'Italia avrebbe bisogno è quella che supera il regolamento di Dublino”

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3 Luglio 2019 alle 19:12

A margine della conferenza organizzata dai rappresentanti delle ong nella sala stampa estera a Roma dopo la scarcerazione di Carola Rackete, il comandante Gregorio De Falco – senatore del gruppo misto – fa il punto sulla questione del supposto speronamento di un’imbarcazione della Guardia di Finanza da parte della Sea Watch 3. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha descritto l’episodio come un “atto di guerra”, ma secondo De Falco le cose non sarebbero andate esattamente come ci sono state raccontate nei giorni scorsi dall'esecutivo e da alcuni giornali. Come emerge dalle carte del gip, che ha visto i video dell'attracco, e da altri filmati diffusi in questi giorni in rete. “La parte più robusta di una nave è la prua. Come ci insegna la storia, gli speronamenti si fanno con la prua verso il fianco dell'altra nave, che è la parte più debole. È chiaro che già la dinamica del fatto depone in un senso diverso. La nave stava facendo una manovra di accosto alla banchina e a un certo punto la motovedetta della Guardia di Finanza, che si trovava sul suo lato sinistro, passa sul lato destro della nave e occupa la banchina”.

 

Le ong dopo la sentenza Rackete: “Caro Salvini, c'è ancora uno stato di diritto”

Le associazioni in conferenza a Roma. Sea Watch: “Tunisia e Malta non erano praticabili. A ogni sbarco parziale aumentava il rischio di suicidi tra i migranti: la comandante ha evitato un incidente”

 

“Le testimonianze dei colleghi che erano a bordo – continua De Falco – dicono che non era chiaro dal comportamento della motovedetta se questa volesse lasciare la banchina o verificare che non ci fosse nessun altro. Avrebbe invece messo i cavi a terra proprio mentre la nave Sea Watch 3, che pesa 600 tonnellate, stava andando all'accosto, quindi con una certa inerzia. Penso fosse difficile per il comandante della Sea Watch evitare l'impatto. Impatto comunque controllato perché c'erano parabordo a lato interno e alla banchina. Non è stato certo pericoloso. Bisogna vedere chi abbia provocato questa situazione, che mi pare però non intenzionale”. 

  

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, dice al Foglio che le ong “hanno iniziato a fare attività di ricerca e soccorso perché gli stati hanno smesso di farle. Eravamo contenti che se ne occupassero gli stati. Poi è stato deciso di chiudere l'operazione Mare Nostrum e non c'è stato nulla di simile dopo”.

“Penso – continua Noury – che un ammodernamento della normativa, ormai indispensabile, debba partire dal superare il regolamento di Dublino III” del 2014, quello che prevede che sia lo stato di primo ingresso a farsi carico dell'esame delle domande di protezione internazionale delle persone proveniente da Paesi terzi. La norma serviva a evitare il cosiddetto asylum shopping – la prassi dei richiedenti asilo di presentare domanda in più paesi europei dopo essere che una prima richiesta è stata respinta – ma ha involontariamente prodotto una logica perversa per cui il paese che salva una vita in mare è poi quello che dovrà accogliere quella persona e garantirgli protezione e il paese in cui la persona straniera sarà costretta a costruire il suo futuro. “La riforma di cui più l'Italia avrebbe bisogno, l'abbiamo bellamente ignorata se non in alcuni casi votata” dice ancora Noury.

Enrico Cicchetti

Nato a Mantova in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio dalle parti di Roma. Al Foglio dal 2016, si occupa del sito, di video e di infografiche. Su Twitter è @e_cicchetti

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