Ramy in ostaggio del circo mediatico

Marianna Rizzini

La cittadinanza al ragazzino di origine egiziana e gli adulti che si scontrano usando parole e azioni dei più piccoli

Partendo dalla fine, c’è Matteo Salvini che ha detto sì: sì alla cittadinanza per Ramy, il ragazzino di origine egiziana che ha sventato la strage con una chiamata ai carabinieri dal bus del terrore lanciato verso Linate. “E’ come se fosse mio figlio”; “per atti di bravura e coraggio, le leggi si possono superare”: il ministro parla nel momento del lieto fine e Ramy ringrazia, e anche suo padre ringrazia, e Luigi Di Maio dice che è stato lui a convincere il vicepremier gemello diverso nel governo gialloverde, e sembrano tutti per un attimo soddisfatti, se non felici e contenti, attorno alle parole, ché le parole sono importanti, diceva il Nanni Moretti di “Palombella Rossa” (i fatti seguiranno – e per lo ius soli si vedrà).

  

Partendo dall’inizio, senza ancora avere lieto fine, ci sono altre parole – di bambini, di adulti, di adulti che, nel cosiddetto circo mediatico-politico, prendono in prestito e in ostaggio parole di bambino, per esempio quelle di Ramy (“che cosa avrebbe detto Salvini se fossimo morti tutti?”), mentre Salvini ripeteva che no, non c’erano gli elementi per concedere la cittadinanza; e che se uno voleva cambiare la legge sullo ius soli “prima si doveva far eleggere in Parlamento”. Ma ancora prima c’era il padre di Ramy che chiedeva la cittadinanza per suo figlio – questo almeno gli si sentiva dire dopo il dirottamento – e c’era il figlio che, con il suo amico Adam, andava da Fazio Fazio, a “Che tempo che fa”, a dire “da grande farò il carabiniere”, con il cappello da carabiniere e alla presenza di due tra i carabinieri-eroi della terribile mattinata in cui il dirottatore aveva versato benzina lungo tutto l’autobus minacciando e legando studenti e docenti, e c’era Fabio Fazio che incoraggiava Ramy e Adam – vuoi fare il carabiniere?

 

E le parole anche in questo caso sono importanti, nel dilagare di afasia adulta che parla con le parole dei bambini (bambini che diventano quasi “bambini magici”: Ramy per l’immigrazione come Greta per il clima?). E succede che la parola del bambino – distorta, ripresa, adattata, indossata – diventi a volte pretesto per scontri surreali. Intanto il conduttore di “Non è l’Arena” Massimo Giletti faceva scoppiare il caso uguale e contrario: Ramy non ha la cittadinanza forse perché il padre ha precedenti penali? Ma lui, il padre di Ramy, intervistato in una sala d’attesa, diceva comunque di non aver mai chiesto la cittadinanza per nessuno, neanche per suo figlio, e che erano stati i giornalisti a “strumentalizzarlo”: “Sono qui da 18 anni e non l’ho mai chiesto prima. E’ colpa loro se si è creato questo casino, io voglio solo vivere tranquillo”. Poi, a “Un giorno da pecora” su Rai Radio 1, alla notizia della concessione della cittadinanza al figlio, negava di avere precedenti penali e ringraziava calorosamente i due vicepremier. Nel frattempo però c’erano gli altri genitori, quelli dell’altro bimbo-eroe, Adam, che, per bocca del loro avvocato, facevano sapere di “non richiedere nulla per se stessi…” ma di “chiedere semplicemente che le autorità prendano in considerazione il comportamento eroico di Adam, che aveva contribuito a salvare se stesso e i propri compagni di classe, quale eminente servizio reso all’Italia ai sensi dell’articolo 9 comma 2 della legge 91/1992 in quanto tale meritevole della concessione della cittadinanza italiana”.

 

E senza che i bambini parlassero, ma in loro nome, si ritornava a monte sui social network: che fare con lo ius soli? E c’era chi ricordava che su un tema contiguo, tempo fa (“l’emergenza razzismo”), era stato preso in ostaggio, per farne canovaccio di lite tra opposte fazioni, addirittura il “corpo” di un’atleta: la discobola azzurra di origini nigeriane Daisy Osakue era stata colpita all’occhio da un uovo lanciato da un’auto in corsa. Poi si era scoperto che i colpevoli erano tre studenti con il vizio del lancio “per combattere la noia”. Ma intanto tutti avevano parlato (di qua e di là, e spesso a sproposito).

  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.