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Il bus di San Donato milanese, Orsetti e il pericolo della demagogia manesca

Adriano Sofri

Il populismo violento è pronta a cogliere ogni occasione che la cronaca le offra, e lo fa ogni giorno

Una scintilla può incendiare la prateria, figuriamoci la santabarbara che è la società contemporanea, nervi a fior di pelle e soffiatori sul fuoco. Tutti hanno pensato all’eventualità che lo sciagurato italiano-senegalese, anche solo per maldestrezza, provocasse davvero una tragedia nel suo carico di ragazzi e adulti inermi, e al dolore e al lutto, e agli impulsi incendiari che ne sarebbero scaturiti. La demagogia violenta è pronta infatti a cogliere ogni occasione che la cronaca le offra, e lo fa ogni giorno. Questa volta è stata intralciata dal paradosso imprevisto: il senegalese era italiano, e i ragazzi che hanno salvato i loro compagni non lo erano, se non a metà o presso. Così, questa volta, limate le unghie alla demagogia manesca, la cronaca finita bene ha offerto alla ragionevolezza del diritto di cittadinanza per i ragazzi come quelli – come quelli per la vita che conducono, non per il gesto imprevisto e intrepido – l’occasione per rifarsi viva, dopo aver avuto paura della propria ombra quando era, sia pur agli sgoccioli, al governo.

 

Prendiamo un caso di cronaca finita malissimo, dolorosamente ma fieramente: la morte in combattimento, come si direbbe nelle medaglie al valore, di Lorenzo Orsetti, ai margini dell’ultima battaglia per l’espugnazione territoriale dello Stato islamico, alla vigilia di un Nowruz che avrebbe festeggiato col suo nuovo nome, sconosciuto al mondo, fra le sue compagne e i suoi compagni di ideali. Quella morte l’ha fatto conoscere, ha fatto conoscere suo padre, e ha fatto conoscere un pugno di altri che avevano fatto la sua scelta: il mondo ne aveva ricevuto notizia, come in un avviso di reato, perché avevano avuto la sorte, il torto, di tornare vivi, e perché la Procura di Torino era ricorsa a un abnorme articolo fascista per dichiararli socialmente pericolosi in quanto già attivi nei movimenti di ispirazione sociale e ora “addestrati all’uso delle armi”, e sottoporli a vincoli di vigilanza preventiva in assenza di una imputazione di reato. Quando scrivo non so ancora che cosa il tribunale abbia deciso su questa grottesca pratica, posso però immaginare come sarebbe stata sbrigata se Orso, Tekoser, Lorenzo Orsetti, fosse vivo e ignoto.

 

In realtà la morale di queste storie non è che a guidare le cose sia la sorte o la provvidenza o la sfortuna. La cronaca non è mai univoca: si poteva (si doveva) capire prima l’assurdità capricciosa delle misure contro i giovani compagni dei curdi impegnati a combattere contro il nostro nemico giurato e per un’umanità giusta. Si poteva (si doveva) capire comunque che negare la cittadinanza a ragazzi che vivono in Italia, parlano italiano con l’accento locale, stanno seduti sul banco accanto ai coetanei cittadini, e sono pronti a soccorrerli, o a esserne soccorsi, è una cosa cattiva e imbecille.