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Tevere per credere

Di tornare al Tevere navigabile non importa più a nessuno, ma quella sfida tra la capitale e il suo fiume è ancora lì che incombe, irrisolta

23 Luglio 2018 alle 13:37

Tevere per credere

Foto LaPresse

Due settimane fa, il Times ha scritto che il Tevere “è più un pugno nell’occhio che un tesoro”. Firmava il reportage Tom Kington, che ci è rimasto malissimo quando è sceso al fiume e ha visto solo una coppia di zingari, un tizio che correva, una nutria, qualche gazebo, molti rifiuti e nient’altro. Almeno fino a Castel Sant’Angelo, da lì sotto, camminando lungo gli argini, non si vede neppure Roma: solo muraglioni e, sopra, le chiome dei platani. Lo stesso giorno del Times – quanto accanimento – è finito online il video di un ragazzino che, di notte, incitato da un’amica in minigonna, lanciava una bicicletta nel Tevere urlando “ho pagato e non funziona”. Il sindaco Virginia Raggi ha condiviso il filmato su Facebook e ha scritto: “Non ci sono parole davanti a queste immagini. Incivili”. Ce ne sono moltissime, invece, di parole che spiegano come quest’incivile c’entri poco con il vandalismo e molto, quasi tutto, con l’irresoluzione antica, l’odi et amo che è la relazione di Roma con il suo fiume. Le prime biciclette hanno cominciato a riemergere dal Tevere a gennaio scorso, molte erano quelle del bike sharing di Obike (attivo in città dagli ultimi mesi del 2017), che sono geolocalizzate ma non si possono ancorare a pali o ringhiere e sta all’arbitrio di chi le usa, o semplicemente le trova per strada, non distruggerle, non gettarle via, non danneggiarle in nessun modo. Come si fa in certi paesi del nord Europa, dove si nasce eruditi e allenati al bene comune, e quindi si appalta la (lasca) regolamentazione dell’uso pubblico delle cose e degli spazi alla buonafede.

 

Le prime biciclette hanno cominciato a riemergere dal Tevere a gennaio scorso, molte erano quelle del bike sharing

Nel 1871 il Tevere esondò per l’ennesima catastrofica volta. Il re Vittorio Emanuele II non perse occasione e diede la colpa al papato

Sono zeppi di biciclette abbandonate anche i Navigli, ma lì sì che succede per banale incuria, per riflusso nella barbarie. Non segnala, come a Roma, un esproprio, non dà traccia della ricerca di un universo che, da un certo momento in poi, s’è assentato fino a sparire, e nel cui ritorno, tuttavia, la città investe una speranza piccola e forte, irresponsabile e irritabile, che il video di quel teppista ragazzino mostra alla perfezione. Corrado Augias ha detto al New York Times che i romani non si fidano del Tevere e lo considerano sporco. C’è parecchio di più e lo ha aggiunto, in parte, Tom Kington: “I romani lo ignorano, perché non possono vederlo, essendo isolato, chiuso dai muraglioni edificati dai piemontesi”. Un anno prima che Roma diventasse ufficialmente la capitale d’Italia, nel 1871, il Tevere esondò per l’ennesima, catastrofica volta (è la piena più ricordata dalle lapidi che si trovano sulle facciate di molti palazzi). Il re Vittorio Emanuele II colse l’occasione al volo, si precipitò in città (già allora si portava molto l’afflizione delle alte cariche pubbliche presso i luoghi delle tragedie) e addossò tutte le colpe al papato, che non s’era mai impegnato per contenere le piene del Tevere, essendosi sempre e solo occupato dello splendore di Roma e non della sua difesa, della quale, per fortuna, da quel momento in poi si sarebbe incaricata la monarchia, cari ex villici tribali quasi connazionali, noi vi daremo ordine e argine, voi dateci una capitale. E allora muraglioni furono (i lavori durarono parecchi anni, la chiusura ufficiale avvenne nel 1926).

 

“Quell’inondazione fece buon gioco alla monarchia e alla fine essa riuscì a incanalare il fiume vivo con quegli orribili muraglioni. Ci sarebbero riusciti anche i papi, magari facendo qualcosa di meno brutto”, s’appuntò Dolores Prato, scrittrice e insegnante, romana adottiva e pure elettiva, che per tutto il 1970, mentre la città si preparava ai festeggiamenti del suo primo centenario da capitale d’Italia, ne studiò il disastro irreparabile. Nonostante le promesse, nessuno pubblicò mai i suoi articoli, il suo libro, i suoi appunti di guastafeste. Lo ha fatto per la prima volta Quodlibet, due anni fa, cioè quasi cinquant’anni dopo, nel volume “Voce fuori coro”, curato da Valentina Polci, dove lei, femminista comunista e pure anticlericale, dimostrava come l’annessione di Roma all’Italia avesse trasfigurato un borgo operoso, sorretto da un’economia agricola e fluviale, nell’immenso quartiere ministeriale di una nazione sconosciuta e inventata – la quale, più o meno da allora, le rimprovera sciatteria e improduttività – e di come l’Unità, volendo distruggere l’uomo-regione, non avesse fatto altro che incarcerarlo; rastrellato quasi del tutto una urbanistica di paese universale; trasfuso sangue sabaudo in un corpo teverino senza curarsi del rigetto; rinominato troppo troppe cose. E un esempio significativo è quello del Ponte di Ripetta, che venne demolito, ricostruito in ferro e legno e chiamato Ponte Cavour: come se non bastasse, per attraversalo, si sarebbe da quel momento in poi pagato il pedaggio, una di quelle scostumatezze raffinate in cui i governi centrali eccellono. In quel teppista, in quell’incivile che oggi ammutolisce Virginia Raggi con il suo bowling sul Tevere, c’è lo spirito del romano papalino (e la densità di fantasmi vivi e operanti, a Roma, è la più alta al mondo, che ci crediate o no) il quale, da un giorno all’altro e per il resto della sua vita, per attraversare il suo fiume dovette pagar dazio a un’autorità non solo estranea ma pure straniera, che gli ridisegnava la terra sotto i piedi, proprio a lui che aveva sempre vissuto in un posto tutto cuore e centro, uno spazio indiviso e uguale per tutti. Quei pedaggi e quei muraglioni segnarono l’inizio della separazione, naturalmente non consensuale, di Roma dal suo Tevere; l’inizio della Roma contemporanea, la città lacerata, insensata, scorporata, violenta, irrinunciabile, dove tutto diventa metafora efficace ma inesatta di abbandono, quando invece il solo punto di questa città è, da Cesare a Cavour, il tradimento.

 

“Quell’inondazione fece buon gioco alla monarchia e alla fine riuscì a incanalare il fiume vivo con quegli orribili muraglioni”

Quei pedaggi e quei muraglioni segnarono l’inizio della separazione, naturalmente non consensuale, di Roma dal suo Tevere

Si fa tutto alle spalle, a Roma, persino il sesso: la sodomia è la categoria più ricercata su Pornhub (a Roma e in verità in tutto il Lazio: è una cosa regionale, diciamo). Il murales realizzato nel 2016 in occasione del Natale di Roma da William Kentridge e che corre per cinquecento metri (ottanta figure, alte fino a dieci metri) lungo i muraglioni della sponda destra del Tevere, tra Ponte Mazzini e Ponte Sisto, si chiama “Triumphs and Laments”. Trionfo e lamento, che sono effettivamente i due termini di scansione più grossi della storia romana, dalla fondazione dell’impero alla metro C. Ripristinare il feeling teverino dei romani, ricondurli a riappropriarsi del loro fiume, anche se da cittadini europei e inurbati e meticci, non certo da gente de’ borgata, era nelle intenzioni dell’associazione che, del fregio di Kentridge, aveva promosso la realizzazione, la Tevereterno (sul cui sito c’è una foto dall’alto del fiume con l’acqua marrone e, sotto, l’avviso di lavori in corso per “la realizzazione di un nuovo manifesto”). Il giorno dell’inaugurazione una specie di enorme barcone di lusso si piazzò in mezzo al fiume, impedendo alla gente che aveva preso posto sul Lungotevere Tebaldi di vedere l’opera e assistere allo spettacolo di luci ideato per svelarla al pubblico quella prima volta. Si era poi scoperto che su quel barcone di lusso c’erano gli stessi finanziatori dell’opera. L’anno scorso, alcuni graffittari ne hanno imbrattato alcuni metri, scrivendoci sopra “alternativi, libertini, con presunti valori”. Quest’anno, però, come anche l’anno scorso e quello prima ancora, è stato grazie all’attenzione irosa dei cittadini trasteverini che il fregio non è stato bardato per lasciare posto alle bancarelle e ai ristoranti che, ogni estate, allestiscono sul lungotevere un goffo lido fluviale, una Ostia senza infamia e senza lode, con il cinema all’aperto e l’acustica pessima e il biglietto a dieci euro e la puzza del fritto (immangiabile e servito male, dopo attese interminabili) e della fogna e del piscio di tutti gli animali del mondo, umani compresi, e l’umidità da Apocalypse Now che s’infila ovunque, pure nella paranza, soprattutto nella paranza. Nonostante tutto, il murales non è stato bardato, ed è stato pure impedito ai bancarellisti di piazzarcisi davanti. Del resto il Comune ha abbandonato da un pezzo “Triumph and Laments” al suo destino: nessuna manutenzione, nessuna illuminazione, per chi volesse scendere al fiume per goderselo sono sconsigliate le ore vespertine, peraltro più roride di zanzare.

 

La traccia del desiderio che i romani hanno di riprendersi il Tevere esiste, è esistita sempre, con intensità diverse. Anche diversi gradi di disponibilità a dirsi fiduciosi che sulle sue sponde si possano realizzare un parco urbano, una spiaggia, un indotto turistico luminoso e divertente e romantico. Se non come quello che i parigini hanno creato attorno alla Senna, o i londinesi attorno al Tamigi, almeno come quello che fino a qualche fortunato decennio fa rendeva il Lungotevere la spiaggia dei romani – nonostante i muraglioni – ancora un luogo di feste e balli e flirt e allegria, che a Roma è un sentimento complesso, di resistenza e sbraco, di spensieratezza ruvida, di tristezza accantonata per qualche istante più o meno lungo, insomma l’allegria, a Roma, è come Monica Vitti o Gabriella Ferri, che mantenevano una tristezza incancellabile anche quando ridevano tantissimo, la tristezza che a Roma infonde il fiume, che è tante cose vitali, ma è pure la possibilità continua e facilissima di annegare. A Milano ci sono i Navigli, annegarci è più complicato e Jannacci che cantava “Sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re” lo faceva con un trotto più vittorioso: più scorrevole, più milanese.

 

La parabola del graffito “Triumph and Laments” di William Kentridge, in mezzo ai topi e alla puzza di fritto

Quando Guido Bertolaso si candidò sindaco di Roma ci provò e lo disse: “In cinque anni renderemo il Tevere balneabile”

“Quanno c’è er sole cò quel manto d’oro pè tutto Lungotevere è ‘na festa! Li ragazzini giocheno tra loro, le madri se li stanno a rimirà, quanta tranquillità, ma ammalapena spunta la prima stella se cambia scena: sotto l’alberi de Lungotevere le coppie fileno li baci scrocchieno”, cantava Gabriella Ferri, che è morta cadendo da una finestra a sessantadue anni. Il Tevere balneare è stato indipendente da quello mondano, ma in entrambi ha suonato fino a non troppo tempo fa il “concerto di viole e mondanità”. Ha echeggiato il ballo di Audrey Hepburn e Gregory Peck su un barcone sotto Ponte Sant’Angelo in “Vacanze Romane”, che è un film del 1953 ma che fa parte dell’iconografia della città quasi come il Vaticano e il Colosseo. I bagni e le feste ancora precedenti alla Hollywood sul Tevere – scivoliamo così tra gli anni Venti e Trenta – li ha splendidamente testimoniati Giuseppe Capogrossi, che li dipinse per molti anni, all’incirca tra il 1929 e il ’46, il suo periodo tonale prima della svolta astratta. Nel 1935, Capogrossi espose per la prima volta alla seconda quadriennale nazionale il suo “Piena sul Tevere”, che gli valse il riconoscimento della critica come uno dei rinnovatori della pittura romana dell’epoca. C’erano, nei suoi quadri, donne e uomini, a volte nudi, che uscivano dalla cabine prima o dopo il bagno, coppie danzanti, chitarrine, festini e festoni – tutto simile a “Poveri ma belli” di Dino Risi, 1957 – e il fiume talvolta era solo accennato, forse domato, reso servizievole, altre volte limaccioso e incombente. Tuffarsi nel Tevere era un azzardo già allora, come per ogni fiume che non sia un fiumiciattolo, e anche per via di quello che tratteneva, che ha sempre trattenuto, di quanto gli si buttava dentro. Lo spurgo di Roma è il suo fiume, persino quando ci si andava a nuotare, perché i romani il Tevere l’hanno sempre amato a modo loro, con la loro violenza e la loro fame da orsi sui salmoni: volendosene cibare e sbarazzare. Il Tevere ha opposto resistenza: una vegetazione ostile e solitaria, l’acqua carica di sabbia che lo faceva biondo (adesso è più un cenere) e pesante, una corrente spietata, una fauna carnivora e poco acquatica (le nutrie, i topi, i gabbiani). Pesci ce n’erano pochi già durante la Seconda guerra mondiale, quando Angiolo Bandinelli – lo ha raccontato su questo giornale, qualche anno fa, in un memoire indimenticabile – nel Tevere, il suo “Mississippi casalingo”, imparò a nuotare nonostante i mulinelli e le carcasse che gli avieri ci rovesciavano, e impigliarsi tra le quali “significava morte certa”. C’erano, però, “le bisce che addentavano le loro prede per inghiottirle lentamente, dèi ctoni ritornati a noi da tempi lontani”.

 


foto LaPresse


 

Sotto l’Isola Tiberina, occupata in larga parte dall’ospedale Fatebenefratelli, dove vanno (andavano, soprattutto) a partorire le romane, si vede ogni tanto qualche ardito pescatore con la faccia troppo scottata da turista svedese. Quando il Tevere degrada verso la periferia, però, di pescatori non improvvidi se ne incontrano tanti: spesso sono rumeni e il pescato se lo mangiano o lo vendono, come al protagonista de “Il Pranzo di Ferragosto”, che si trova costretto a comprarlo per sfamare la mamma pluriottantenne e le sue amiche molto arzille, alle quali finisce per caso a fare da badante un quindici agosto di anni recenti, ma in cui il Carrefour 24h non c’era ancora. E viene anche fuori che è ottimo, quel pesce.

 

Il Tevere pescoso e una comunità fluviale che gli campa e prospera intorno esiste, non ha argini, muove verso la periferia della città, ed è fatto di baracche identiche a quelle in cui viveva Nino Manfredi, con una famiglia mostruosa e spietata e pure una concubina grottesca, in “Brutti, sporchi e cattivi”. Lì non arriva neppure il sospetto che, molti chilometri più avanti, lungo lo stesso fiume, ci sia l’esclusivissimo Circolo dei Canottieri sul quale affacciava l’ultima casa di Alberto Moravia, a Prati, il solo quartiere di Roma i cui abitanti, ogni tanto, dicono di abitare “in” e non “a”: “Vivo in Prati”, come usa a Milano. Visto dal Circolo dei Canottieri, alla sera, il Tevere sembra persino blu oceano anziché verde liquame. E’ il fiume doveClaudio Santamaria, quasi annegandoci dentro, prende i superpoteri che fanno di lui Jeeg Robot, il primo supereroe romano della storia dei supereroi. Quel film lo chiariva bene: immergersi nel Tevere, laddove è più zozzo e spaventoso e cupo e fatale, è la sola discesa che potrebbe poi innescare la risalita della città. I romani lo sanno e fingono di dimenticarlo, aiutati dagli argini dei piemontesi e dagli alibi vittimistici che, con indiscutibile legittimità, ne deducono. Sanno anche quanta fatica e coraggio costerebbe ed è per questo che, pigri e lenti vignaioli come sono, il Tevere lo amano almeno quanto vorrebbero sbarazzarsene. La proposta di cementificarlo per dare alla città una nuova, ampia arteria di immissione del traffico è uno sketch di Carlo Verdone ne “Il Gallo Cedrone”, certo, ma è pure un inconfessabile desiderata degli ex cittadini vaticani. L’ultima, grottesca piena del Tevere la ricordiamo tutti quanti, con le nutrie che avevano risalito gli argini e se ne stavano accoccolate come mufloni tra Castel Sant’Angelo e Piazza Belli. Papa Bergoglio che pregava e telefonava a tutte le parrocchie; i Verdi blateravano di barili di petrolio riversatisi chissà dove e chissà come; lo stato di allerta e di calamità naturale e tutti gli altri italiani che non ne potevano più di accendere la televisione e vedere, a qualsiasi ora, quella marea marrone che assediava cupole e terrazze e chioschi di fiori, giornali, souvenir – che a Roma sono tutti identici e interscambiabili. In fondo, come la maggior parte delle cose, annegate e sopravvissute sempre allo scorrere del fiume e al suo significato profondo e terribile di transitorietà e impossibilità di tornare indietro, se non irrimediabilmente cambiati.

 

La tristezza che a Roma infonde il fiume è tante cose vitali, ma è pure la possibilità continua e facilissima di annegare

L’ultima, grottesca piena del Tevere. Con le nutrie che avevano risalito gli argini e se ne stavano tra Castel Sant’Angelo e Piazza Belli

Yari Selvatella, scrittore coi vicoli di Roma quasi tutti in tasca (un suo romanzo, uscito per Mondadori, s’intitola “La banda Tevere”; l’ultimo “Le stanze dell’addio”, Bompiani) dice al Foglio: “Nel romano che guarda la piena del Tevere non c’è mai terrore, ma sempre, piuttosto, la curiosità di vedere cosa accadrebbe se il fiume debordasse”. Allora sbaglia Augias, quando dice che i romani non si fidano del loro fiume, pronti come sono a lasciare che annienti e anneghi tutto, loro stessi compresi, che hanno votato Virginia Raggi come il barcarolo della canzone di Pizzicaria e Romolo Balzani: andando “controcorente”, volendo tanto morire d’amore quanto vivere d’amore. La sfida che il Tevere tende a Roma è una partita aperta da quando sul fiume transitavano, risalendolo, le merci che sbarcavano nel porto di Traiano, oggi un lago esagonale bellissimo e inutile. Ci siamo affrancati dall’acqua, la nostra è una civiltà che trasporta per terra e per aria e per etere, e di tornare al Tevere navigabile non importa a nessuno, ma quella sfida all’impiego e al senso tra la capitale e il suo fiume, è lì che incombe, ancora, sempre più irrisolta e obesa. Quando Guido Bertolaso si candidò sindaco di Roma ci provò e lo disse pure a “Un Giorno da Pecora”: “In cinque anni renderemo il Tevere balneabile”. Proprio lui, sempre così serio e credibile, s’era andato a tuffare dove ci vuole la tempra del “Lupo de fiume”, il barcarolo onesto e coraggioso della canzone di Balzani, che salvò una donna dal fiume e poi la sposò e ci fece un bambino e fu felice e cantò “non ciò sortanto ar fiume dentro al core ma c’ho du cose care e tutte e due me danno vita”, finché nel fiume “che è sempre stato traditore” non ci finì annegato quel suo bambino.

 

Tre anni fa, nel Tevere fu ritrovato il piede di un criminale. L’ultimo cadavere è emerso pochi giorni fa. Giorgiana Masi l’ammazzarono vicino Ponte Garibaldi. Matteotti lo rapirono sul Tevere, nei pressi del Ponte delle Milizie, dove per tutto il ventennio, ogni primo maggio, gli antifascisti andarono a omaggiarlo, rischiando la vita o il carcere. Quel Regina Coeli del “Canto dei Carcerati” (“come te posso amà, come te posso amà, s’esco da sti cancelli quarchiduno l’ha da pagà”) che naturalmente sta a due passi dal fiume, come pure la Basilica di San Pietro e la piazza del Campidoglio dove la statua di Tiber ai piedi della scalinata del palazzo senatorio, originariamente rappresentava il Tigri. Dopodiché, per scrupolo e per coerenza simbolica, per logicità del rimando, si scalpellò sul tigrotto ai piedi del complesso marmoreo e lo si trasformò nella lupa che oggi vediamo, con la faccia quasi del tutto consumata, e i piccoli Romolo e Remo ai lati. Vedete come tutto si regge sulla sostituibilità, a Roma, persino il suo stesso simbolo.

 

Quando il Tevere era balneabile, la cerimonia di iniziazione dei bulli prevedeva il tuffo nel fiume da un punto molto alto. Oggi, invece, i bulli si guardano bene dal rischiare la pelle e lanciano dai ponti biciclette per cui hanno speso pochi centesimi di euro. Tra tutte le cose di cui, questa differenza, illumina l’estinzione, manca il desiderio di non essere traditi, che ci si tuffi o che si metta un soldino in una bici a noleggio. E’ un desiderio così vitale che basterebbe a irrorare un intero parco urbano, da Ponte Milvio all’Aniene, l’affluente del Tevere che a Roma tutti sottovalutano o di cui in pochi s’accorgono e forse è per questo che è salvo e libero e fruttuoso e assomiglia ancora a quello che, di lui, scrisse Rino Gaetano: “Aniene, il fiume celeste, risse e cespugli roba da non credere, paradiso terrestre ci regali il giusto tasso d’iniquità”. Nessuno vuole essere Robin, ma affluente del Tevere, forse, sì.

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