LaPresse/Fabio Cimaglia

Davvero i giornalisti devono dire in televisione per chi votano?

Maria Carla Sicilia

La delibera dell'Agcom sulla par condicio solleva molte critiche, ma una cosa è certa: nessuno deve dichiarare per quale partito intende votare 

Quando il 10 gennaio scorso l'Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni ha pubblicato la sua ultima delibera per regolare lo svolgimento della campagna elettorale in televisione, probabilmente non si aspettava di scatenare tante critiche. La decisione di prevedere un contraddittorio anche per i giornalisti invitati a sostenere una tesi durante un programma di approfondimento politico ha sollevato diversi interrogativi, tanto che la stessa Federazione nazionale della Stampa e l'Ordine dei giornalisti hanno chiesto spiegazioni all'Agcom. Ma soprattutto l'Autorità non si aspettava che il dibattito si concentrasse sull'introduzione dell'obbligo per i giornalisti di dichiarare per chi si vota. Obbligo che nella delibera, però, non c'è. “Pur al netto delle forzature polemiche più evidenti – dice al Foglio il presidente di Agcom, Angelo Marcello Cardani – tanto clamore ci dice che su un tema così delicato e decisivo per la nostra democrazia, la cautela e l’attenzione non sono mai troppe”.

  

Se infatti è vero che nell'articolo 7 della delibera è inserita al comma 4 per la prima volta la parola “giornalisti” insieme a quella di “opinionisti”, che già esisteva, è anche vero che al comma 6 dello stesso articolo si stabilisce che nessuno può manifestare le proprie preferenze di voto. Così, da una parte c'è scritto che

“è indispensabile garantire, laddove il format della trasmissione preveda l’intervento di un giornalista o di un opinionista a sostegno di una tesi, uno spazio adeguato anche alla rappresentazione di altre sensibilità culturali”

 

mentre poco più sotto:

“In qualunque trasmissione radiotelevisiva, diversa da quelle di comunicazione politica e dai messaggi politici autogestiti, è vietato fornire, anche in forma indiretta, indicazioni di voto o manifestare le proprie preferenze di voto”.

  

Un passaggio, questo, che l'Autorità ha sottolineato anche nella nota con cui ha risposto all'Odg e alla Fnsi, che chiedevano come potere garantire la corretta applicazione delle prescrizioni. I dubbi che sorgono nel leggere la delibera riguardano proprio la definizione dei programmi interessati dalla novità e i meccanismi di compensazione a cui l'Agcom fa riferimento. Quel che è certo, anche considerando la successiva nota di chiarimento, è che si tratta di programmi di approfondimento politico legati a una testata (oltre ai più noti talk show politici, anche Barbara D'Urso con il suo Pomeriggio 5, per esempio, è legata al Tg5) il cui format, si legge nel documento, “venga focalizzato sull’approfondimento, esclusivo o prevalente, di un tema specifico”. Questo tema, specifica l'autority, deve essere “rilevante” all'interno dei “diversi programmi elettorali” dei “soggetti politici in competizione”. Se durante un talk show si mettono a confronto le diverse posizioni politiche, per esempio in tema di immigrazione, e se ne discute con soli “esperti (opinionisti, giornalisti, testimonial e così via)” allora la redazione che organizza la puntata deve tenere conto di offrire una rappresentanza di più posizioni e “la verifica di dati e informazioni emersi dal confronto”. Serve per forza un altro giornalista o esperto che fisicamente contraddica l'altro invitato? No, anche i servizi video possono offrire al pubblico una visione “altra” del tema.

  

“Attraverso il nostro regolamento stabiliamo l’obbligo di contraddittorio e chiediamo ai conduttori e ai registi di essere sempre parti terze in ogni aspetto e dettaglio del loro lavoro”, precisa il presidente dell'autority. Al Foglio spiega inoltre che la decisione di tenere conto dei giornalisti nel più ampio discorso della par condicio è una clausola mutuata dal regolamento scritto per la Rai dalla Commissione parlamentare di Vigilanza. “Sono consapevole che per Agcom la stagione della par condicio è sempre un momento molto delicato e che essa comporta per noi dei prezzi da pagare. Sappiamo che da qui al 4 marzo saremo tirati per la giacca e diverremo inevitabilmente obiettivo quotidiano di polemica”, dice Cardana. “Ma non c’è alcun attentato alla onorabilità e alla professionalità dei giornalisti, piuttosto il portato inevitabile di una missione che la legge ci affida e che noi intendiamo applicare al meglio”.

  

Insomma, la delibera probabilmente si poteva scrivere meglio per evitare incomprensioni, ma forse neppure le precisazioni più puntuali a questo punto riusciranno a placare le critiche di chi l'ha letta senza comprenderne il senso generale. “Dopo aver letto certi commenti – dice ancora Cardani – l’impressione è che alcuni abbiano dimenticato uno dei principi alla base della professione giornalistica, ovvero quello di informarsi”.

  

Tra gli ultimi ad essere tornati sulla questione c'è Enrico Mentana che, dopo aver già espresso le sue critiche nei giorni scorsi, ieri sera ai microfoni di Striscia la notizia ha detto: “Devo dire per chi voto? Io non voto, quindi cosa devo dire?”, e poi “è una sciocchezza allargare la fascia di coloro che devono essere toccati dalle norme dell'Agcom. È giusto regolamentare gli spazi delle varie forze politiche ma ai giornalisti lasciategli fare i giornalisti. Preferisco le sanzioni dell'Agcom a quelle dei telespettatori”.

  

L'Agcom però precisa: le sanzioni saranno valutate nel caso di esposti e certo non saranno accolti quelli basati su indicazioni inesistenti nella delibera. Non è prevista alcuna multa dell'autority se non si confessa in tv ciò che si sceglie in cabina elettorale. Forse però, per evitare “sanzioni” da parte di quel pubblico che non crede all'imparzialità del giornalismo ospite nei salotti televisivi, questa è l'occasione di affrontare la questione a carte scoperte.

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