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Distopie e presagi

Così il film di Ulaa Salim “Sons of Denmark” mette terroristi sovranisti e islamici allo specchio

19 Maggio 2019 alle 06:00

Sestri Levante. A volte un Festival può rispondere a un Salone, accade anche questo. Nei giorni delle polemiche a Torino, Piemonte, sulla presenza e poi censura alla manifestazione del Lingotto dell’editore Altaforte, vicino a CasaPound, viene premiato come miglior film al Riviera Film Festival a Sestri Levante, Liguria – riservato a lungometraggi inediti in Italia diretti da giovani under 35 – “Sons of Denmark”, del regista danese Ulaa Salim. Il nesso è la diffusione di gruppi neonazisti in Europa e la conseguente reazione, a livello sociale e culturale, al fenomeno. Se di Torino sappiamo, a Sestri Levante grazie alla giuria internazionale (presidente J. Miles Dale, produttore di “La forma dell’acqua” e con lui Nils Hartmann, produttore Sky, le attrici Cristina Donadio e Josephine De La Baume e la giornalista Silvia Locatelli) trionfa un film che sempre di ascese estremiste parla, ma da un punto di vista ben più provocatorio.

  

La storia: nel 2025, in Danimarca, un anno dopo un violento attacco terroristico islamico nel metro di Copenaghen, sta per essere eletto come primo ministro Martin Nordahl, ultranazionalista legato a una organizzazione di estrema destra, i “Figli della Danimarca”, per l’appunto. Fin qui, nulla di nuovo, non fosse per il ritratto che Salim fa del politico Nordahl, un uomo di inaccettabile crudeltà e doppiezza, le cui affermazioni suonano, se non illegali, quantomeno fanatiche. Non a caso Salim, che è anche autore della sceneggiatura, ambienta la storia in un vicinissimo futuro, in modo da permettersi di “passare il limite” del politicamente corretto senza rimanere intrappolato nel polemicamente ristretto. L’originalità di “Sons of Denmark” però sta in due svolte di scrittura interessanti: innanzitutto l’ascesa neonazi viene proposta in parallelo con quella delle cellule terroristiche islamiche, che pescano i propri membri nelle minoranze arabe giovani e disoccupate, su cui prontamente eseguono un lavaggio del cervello, condito da benefit economici e gratificazioni cui non potrebbe sfuggire nemmeno il più sveglio tra i teenager. Le due “organizzazioni” vengono vissute in modo talmente simile da chi dovrebbe mantenere l’ordine che gli agenti in incognito vengono spostati dall’una all’altra a seconda di quale mostra i muscoli con più energia. Come a dire che entrambe sono emergenze che già gravano e ancora più graveranno sulla popolazione inerme, alla faccia di chi restringe il dibattito alle differenze partitiche, religiose o territoriali.

  

Come i foreign fighters

Nella prima parte del film la frustrazione del 19enne Zakaria trova finalmente sfogo in un sistema di coesione tra fratelli musulmani che si fonda esclusivamente sull’odio per il nemico europeo. L’addestramento cui Zakaria viene sottoposto, a livello mentale e fisico, è lo stesso dei Foreign Fighters, che però qui sono danesi di prima generazione, che parlano e mangiano danese, che cantano a memoria l’ultimo successo pop in danese. In secondo luogo, Salim crea un personaggio di raccordo tra i due estremismi: un poliziotto sotto copertura che lavora per i servizi danesi ma è di origini arabe. Origini cui, sequenza dopo sequenza, si scoprirà sempre più legato, cuore e cervello, fino alla catarsi definitiva.

 

In sostanza la prospettiva critica sul tema fornita dal 32enne regista danese, sempre più lontana dal rivelarsi fantapolitica, si concentra sull’appartenenza – una volta che l’integrazione è avvenuta – dell’accolto in terra straniera con successo, bella famiglia, bella casa e lavoro inattaccabile: a chi va la sua lealtà? E si è mai veramente “accolti” o alla resa dei conti ci si arriva sempre con l’albero genealogico appuntato al petto? “C’è un problema là fuori”, ha esordito J. Miles Dale quando ha letto le motivazioni del premio del Riviera Film Festival, spiegando che la giuria ha voluto premiare l’opera perché mette il dito nella piaga. Al punto che, ha proseguito, “Ci hanno detto che la sua distribuzione potrebbe non essere permessa in Italia”. A un mese dalla sua distribuzione in Danimarca e dopo aver già vinto due Festival, in effetti il film non ha ancora un canale o una sala che lo abbia accolto nel nostro paese: c’è un problema là fuori?

Stefania Vitulli

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Commenti all'articolo

  • mauro

    20 Maggio 2019 - 23:11

    Non so se possiamo darci la croce addosso ancora di più, noi europei visi pallidi, per essere stati, ed essere delle vere e proprie schifezze. Partendo da questo, è plausibile che in un prossimo futuro dovremo porci anche noi, non più padroni in casa nostra, il problema dell'appartenenza, Non comprendo perchè mai non si dovrebbe trovare, nell'Italia maggioritariamente progressista (il sovranismo è ancora un'ipotesi) una sala disposta ad accogliere il film. Il problema è visto, se non ho capito male, in un'ottica progressista, con tutta la comprensione dovuta per le radici dei futuri padroni e il disgusto per quelle sostanzialmente fasciste dei futuri ex padroni

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