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Il cappello di Bertolucci che era già “cinema” (ma con un certo effetto “Borotalco”)

I film ai piani alti della kulturkritik e la nostra Nouvelle vague

26 Novembre 2018 alle 17:35

Il cappello di Bertolucci che era già “cinema” (ma con un certo effetto “Borotalco”)

Bernardo Bertolucci (foto LaPresse)

Roma. Quando negli anni Sessanta i film smettono di essere solo film e diventano “gesti”, “provocazioni”, “meditazioni”, “riflessioni”, Bertolucci sceglie di diventare Godard. Sergio Leone voleva fare i film di John Ford, Bertolucci fisserà per sempre il canone estetico-ideologico dell’“auteur” moderno: regista italiano ma anche francese, all’occorrenza hollywoodiano, incarnazione suprema dell’epoca glamour dell’art film europeo, adepto di un cinema che sapeva essere molto crudele con lo spettatore ma che proiettava i film ai piani alti della kulturkritik, andava molto di moda e trascinava con sé dilemmi esistenziali insolvibili perché, come spiegava Bertolucci in “Prima della rivoluzione”, “non si può vivere senza Rossellini”.

 

 

Pugni chiusi a Venezia, appartamenti vuoti a Parigi, aliscafi per Ponza con Moravia e Antonioni, Bertolucci non si comprende fuori dall’intreccio di cinema e vita, caro a uno dei suoi maestri, Rossellini, salvo che la vita di Rossellini fu tutto fuorché un film di Rossellini, mentre il cappello di Bernardo Bertolucci era già cinema. Un’ammirazione sconfinata e sincera per Godard, fino all’immedesimazione totale, con aneddoti che a volte sembravano usciti da una scena di “Borotalco” con Manuel Fantoni: “A Londra una volta gli ho vomitato addosso, non posso pensare che fosse solo l’emozione, ci siamo ritrovati al gabinetto a pulirci i vestiti puzzolenti”.

 

Nel “Conformista”, indirizzo e numero di telefono di Luca Quadri, il professore antifascista, sono quelli di Godard. Tratti manuelfantonici, d’altro canto, si ritrovano anche nella mitologia di “Ultimo tango” (“l’idea è venuta a me e a Brando mentre facevamo colazione, seduti sulla moquette, a un certo punto lui ha cominciato a spalmare il burro su una baguette e ci siamo dati un’occhiata complice”) a testimonianza della rara specie maschio-alfa-cinefilo. Dopo lo scandalo e il successo internazionale di “Ultimo tango”, Bertolucci diventa “Bernardo”. “Avete visto l’ultimo Bernardo?… Divino”, dice una signora in abito lungo e pochette elegantissimi uscendo dal “Fiamma” di via Bissolati, nel “Comune senso del pudore” di Sordi.

 

Col cinema di Bertolucci si ripercorre poi l’intera parabola della sinistra italiana: rivoluzionaria, gramsciana, sartriana, intimista, decadente, adelphiana e infine toscana, sbracata nel Chiantishire di “Io ballo da sola”, prima della Leopolda. Simboli, simbolismi e simboletti, dalla Parigi di “The Dreamers” ai contadini della Bassa con le bandiere rosse e i fascistoni spietati, assetati di sangue, che si chiamano “Attila” e stanno lì come il “male assoluto”, perché le nove ore di “Novecento” sono il nostro “Via col vento”. Non abbiamo avuto la Nouvelle vague ma abbiamo avuto Bertolucci che è anche meglio, e tra quei jump cut e long-take ritrovava sempre il gusto per la messa in scena e l’amore per il melodramma verdiano, come in uno dei suoi film più belli e sgangherati, “La luna”, sfrenatamente kitsch, come solo i film degli autori che giocano con la loro stessa mitologia sanno essere.

Andrea Minuz

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    26 Novembre 2018 - 21:09

    "Col cinema di Bertolucci si ripercorre l’intera parabola della sinistra italiana: rivoluzionaria, gramsciana, sartriana, intimista, decadente, adelphiana e infine toscana". Così Minuz (Andrea). Con il che, se riempiamo questa bella "parabola" di contenuti, come ha fatto in un post del suo blog l'ottimo Meotti (Giulio), non si può dubitare che il talentuoso "maestro" non abbia ben incarnato il tipo umano dell'intellettuale radicato in quella èlite di "illuminati" che ha "rieducato" l'Italia del "popolo bue d'antan", desertificandone l'ethos tradizionale. "Liberazione sessuale e anticapitalismo", è stato l'incipit,certo, ma l'imprinting della "rieducazione" lo si trova soprattutto in quel "pensiero negativo, che ha screditato la ragione, favorendo contrapposizioni e spaccature [...] nichilismo piccolo, arido, costante, appiccicato sulle cose, [senso di] vuoto, di paura, di crudeltà, di caos ideologico, di veleno che è nell'aria". Bel lavoro, "Maestro".

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