Il cappello di Bertolucci che era già “cinema” (ma con un certo effetto “Borotalco”)

Andrea Minuz

I film ai piani alti della kulturkritik e la nostra Nouvelle vague

Roma. Quando negli anni Sessanta i film smettono di essere solo film e diventano “gesti”, “provocazioni”, “meditazioni”, “riflessioni”, Bertolucci sceglie di diventare Godard. Sergio Leone voleva fare i film di John Ford, Bertolucci fisserà per sempre il canone estetico-ideologico dell’“auteur” moderno: regista italiano ma anche francese, all’occorrenza hollywoodiano, incarnazione suprema dell’epoca glamour dell’art film europeo, adepto di un cinema che sapeva essere molto crudele con lo spettatore ma che proiettava i film ai piani alti della kulturkritik, andava molto di moda e trascinava con sé dilemmi esistenziali insolvibili perché, come spiegava Bertolucci in “Prima della rivoluzione”, “non si può vivere senza Rossellini”.

 

 

Pugni chiusi a Venezia, appartamenti vuoti a Parigi, aliscafi per Ponza con Moravia e Antonioni, Bertolucci non si comprende fuori dall’intreccio di cinema e vita, caro a uno dei suoi maestri, Rossellini, salvo che la vita di Rossellini fu tutto fuorché un film di Rossellini, mentre il cappello di Bernardo Bertolucci era già cinema. Un’ammirazione sconfinata e sincera per Godard, fino all’immedesimazione totale, con aneddoti che a volte sembravano usciti da una scena di “Borotalco” con Manuel Fantoni: “A Londra una volta gli ho vomitato addosso, non posso pensare che fosse solo l’emozione, ci siamo ritrovati al gabinetto a pulirci i vestiti puzzolenti”.

 

Nel “Conformista”, indirizzo e numero di telefono di Luca Quadri, il professore antifascista, sono quelli di Godard. Tratti manuelfantonici, d’altro canto, si ritrovano anche nella mitologia di “Ultimo tango” (“l’idea è venuta a me e a Brando mentre facevamo colazione, seduti sulla moquette, a un certo punto lui ha cominciato a spalmare il burro su una baguette e ci siamo dati un’occhiata complice”) a testimonianza della rara specie maschio-alfa-cinefilo. Dopo lo scandalo e il successo internazionale di “Ultimo tango”, Bertolucci diventa “Bernardo”. “Avete visto l’ultimo Bernardo?… Divino”, dice una signora in abito lungo e pochette elegantissimi uscendo dal “Fiamma” di via Bissolati, nel “Comune senso del pudore” di Sordi.

 

Col cinema di Bertolucci si ripercorre poi l’intera parabola della sinistra italiana: rivoluzionaria, gramsciana, sartriana, intimista, decadente, adelphiana e infine toscana, sbracata nel Chiantishire di “Io ballo da sola”, prima della Leopolda. Simboli, simbolismi e simboletti, dalla Parigi di “The Dreamers” ai contadini della Bassa con le bandiere rosse e i fascistoni spietati, assetati di sangue, che si chiamano “Attila” e stanno lì come il “male assoluto”, perché le nove ore di “Novecento” sono il nostro “Via col vento”. Non abbiamo avuto la Nouvelle vague ma abbiamo avuto Bertolucci che è anche meglio, e tra quei jump cut e long-take ritrovava sempre il gusto per la messa in scena e l’amore per il melodramma verdiano, come in uno dei suoi film più belli e sgangherati, “La luna”, sfrenatamente kitsch, come solo i film degli autori che giocano con la loro stessa mitologia sanno essere.

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