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La dolce ala della giovinezza, o la fissazione rivoluzionaria di Bernardo Bertolucci

Il momento in cui la vita è tutto o niente. Idea sull’ultimo film

26 Novembre 2018 alle 20:26

La dolce ala della giovinezza, o la fissazione rivoluzionaria di Bernardo Bertolucci

Foto LaPresse

All’uscita di The Dreamers mi sono accorto che ci sono due parole che non si possono più usare in Italia: una è ‘ideologia’, l’altra ‘nostalgia’”. Bertolucci aveva un grande colpo d’occhio – uno dei migliori nella storia del cinema, nella particolare classifica dei registi “con un grande colpo d’occhio”, che non significa per forza essere i migliori, però non guasta – e in quella frase in cui parlava “del Sessantotto” aveva inquadrato alla perfezione il problema: dacché The Dreamers era “stato accusato di essere ideologicamente nostalgico del ’68”.

 

Ideologico lo è stato, nell’accezione negativa che si dà al termine, una falsa coscienza di sé e delle cose che si sovrappone alla realtà fino a stritolarla. Nella sua qualità di borghese sedotto dalla rivoluzione, ma up to a point: la Rivolta come desiderio estetico, senza sudori e dolori, più che altro la pulsione di chiudere i conti con i padri e tutti i loro ancien régime. Nostalgia, la parola giusta non sarebbe quella. Non certo la Nostalghia di Tarkovskij e neppure l’antropologia contadina del suo amico Pasolini. Piuttosto una fissazione, una cristallizzazione attorno a un momento. Aveva vissuto il ’68 a Roma, ma con il cuore a Parigi. La Parigi della Nouvelle vague e della liberazione sessuale, le uniche due cose interessanti dell’epoca, più la musica (su questo aveva ragione) e ne ha fatto il luogo di un’età magica, eternamente attorno ai vent’anni: quella in cui si sognano le rivoluzioni che non si faranno (per meglio rimanere convinti di avere avuto ragione), si scopre il sesso (l’amore è una cosa da cameriere, Bernardo in fondo era un borghese come l’Avvocato) e ci si innamora del cinema, che è durato un po’ più della rivoluzione, ma è finito anche quello.

 

Forse non la metà, ma un grumo di poetica importante (ah, la politique des auteurs) dei film di Bertolucci è lì. A Parigi arriva col Tango, film nostalgico su un cinema che già finiva, ma stranamente profetico su come sarebbe andata a finire, male, la liberazione dei sessi. All’età dell’oro torna più volte, sempre con la presunzione che i giovani siano l’immutabile copia della sua generazione: con l’insopportabile Io ballo da sola (la vacanza della coazione a ripetere dei figli dei figli dei fiori). E poi ovviamente con The Dreamers, stranamente (ma nemmeno tanto) un film che i ragazzi nati a cavallo del Millennio hanno molto amato. Da nipotini. Ma in fondo anche l’Ultimo imperatore è un kolossal intimista sulla promessa tradita di una felicità giovanile. Ma non avrebbe senso considerare Bertolucci come un fissato della “sua” rivoluzione. Quando dice che non si possono più usare in Italia “ideologia” e “nostalgia”, in fondo dice il vero: il peggio sono quelli che hanno rimosso. Di psicoanalisi ne sapeva più di noi, perciò non azzarderemo oltre il periodo ipotetico: è come se quel grumo di temi, di immagini, fossero la sua “Rosebud”. Bertolucci aveva capito meglio di altri che cosa ci fosse in gioco, negli anni in cui ha avuto la ventura di vivere ed essere giovane e privilegiato, entrando da protagonista dalla porta nobile, nella Roma di Pasolini e nella Parigi di Godard. Erano la rivoluzione come individualismo (altro che collettivismo), la liberazione sessuale come atomizzazione delle persone, e necessariamente come futura guerra. Magari Marco Ferreri lo intuì e criticò meglio, però Bertolucci stava dalla parte giusta del mainstream, quello che conduce al monumento dei venerati maestri.

 

Ma Bertolucci lo ha capito con una sua quota parte di sincerità. E forse è un piccolo segno del destino, se non dei tempi, che il suo ultimo film tratto da un romanzo di Niccolò Ammaniti, Io e te, sia un bellissimo film, sorprendentemente sincero, soprattutto se rapportato alla media di insincerità dei film che gli adulti (o i vecchi) girano sui “ragazzi”. E’ la storia di Lorenzo che ha quattordici anni e della sorellastra Olivia, che per caso e per differenti scelte autodistruttive si ritrovano volontari reclusi in uno scantinato-appartamento di famiglia. Lui ha un rapporto doloroso con sé; lei, più grande, con molte cose e con la droga. Usano parole che i loro coetanei non direbbero. Si muovono tra reperti di arredi vintage che sono appartenuti ai loro genitori o nonni. O al regista, alla sua generazione. Sentono la musica trovata lì, in quell’archivio del passato. Uno sguardo di compassionevole entomologo li osserva, nell’eterna giovinezza cristallizzata in cui Bertolucci ha sempre vent’anni. Giù in cantina ascoltano Ragazzo solo, ragazza sola, che è la cover di Space oddity di David Bowie, ma nella versione italiana con le parole di Mogol. E anche se il testo è diverso, di Space Oddity Bowie disse che parlava solamente “del sentirsi soli”. La vita presa nel momento in cui o è tutto, o è niente.

 

Senza forzare, e rimanendo nel periodo ipotetico, Io e te sembra il remake capovolto di senso di Ultimo Tango a Parigi. Anche qui, in fondo, ci sono un uomo e una donna (più giovani) chiusi volontariamente in un buco. La differenza è che vogliono uscirne, vogliono forzare il maleficio. Lorenzo e Olivia escono, vivi, dalla loro tana. Come i prigionieri dalla stanza incantata nell’Angelo sterminatore di Buñuel. Camminano nella mattina livida di Roma, sulle note di Ragazzo solo, Ragazza sola. David Bowie la canta in italiano.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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