Sorrentino ha un solo sceneggiatore che tiene la scena, ed è Berlusconi

“Loro 2” è ancora sbadigli, incomprensibile all’estero

2 Maggio 2018 alle 19:26

Sorrentino ha un solo sceneggiatore che tiene la scena, ed è Berlusconi

Toni Servillo e Paolo Sorrentino (foto LaPresse)

Speravamo che tutto si sarebbe chiarito in questo secondo capitolo – il Sorrentino bis, ovvero “Loro 2” (nelle sale dal 10 maggio; “Loro 1” è già fuori da una settimana, senza peraltro aver fatto registrare incassi stellari). Non parliamo di trama, naturalmente: i film di Paolo Sorrentino hanno smesso di averne una da “L’amico di famiglia”, correva l’anno 2006. Parliamo di punto di vista. Ne servirebbe uno per raccontare Silvio Berlusconi, e sarebbe bello che un regista premiato con l’Oscar per “La grande bellezza” trovasse il suo, senza dover sempre arruolare Silvio Berlusconi tra gli sceneggiatori. Anche in “Loro 2”, le battute migliori sono fornite dal protagonista. Mentre Veronica Lario – nei litigi coniugali, quando decide per il divorzio – parla come Marco Travaglio.

 

Il terremoto a L’Aquila fa la parte di sé stesso. E chiude il film, dopo che abbiamo ammirato una statua di Cristo imbragata e sollevata da una gru (niente più di una citazione da “La dolce vita” felliniana lascia nello spettatore l’impressione del capolavoro). Prima, un coup de théâtre con Toni Servillo sdoppiato tra Silvio Berlusconi – in “Loro 1” era arrivato dopo oltre un’ora, quando tutti parlavano di lui, mentre lo spettatore sbadigliava tra cosce, tette, balletti in piscina – e il banchiere Ennio, che cerca di tirarlo su di morale. Con lo schema “compra qualche senatore, fai cadere il governo, prenditi la rivincita”. Sappiamo come è andata, e sappiamo che Paolo Sorrentino punta dritto alle cene eleganti, dove finalmente Riccardo Scamarcio potrà esibire la mercanzia. Arriveranno, e saranno tristissime.

 

 

C’era su internet un “Generatore automatico di film di Paolo Sorrentino”, saccheggiato da Maurizio Crozza per la sua imitazione: il regista sul set ordina “fate entrare la nana”. Qui entra una bella fischiatrice dal vasto repertorio – fischia e ancheggia, facendo tacere per un minuto la chitarra di Mariano Apicella e i gorgheggi di Silvio Berlusconi: un’altra volta “Malafemmena”, sentita e risentita finché diventa odiosa, e lo spettatore comincia a pensare che forse di due film se ne poteva fare uno, senza sacrifici.

 

Un bel montaggio serrato, con le scene migliori – senza la depilazione a bordo piscina, gambe spalancate e rasoio sciacquato dove viene più comodo – avrebbe raccontato tutto quel che c’era da raccontare. Un pezzo della storia d’Italia, peraltro incomprensibile agli stranieri perché nulla viene spiegato, a chi non sa già tutto.

 

E’ difficile riconoscere il Mike Bongiorno di Ugo Pagliai, e il siparietto che segue – “lo sapevo che Silvio mi avrebbe telefonato” – se lo spettatore non arriva al cinema già informato dei fatti. Non sono dettagli: è la dimensione locale del cinema italiano, quando non c’è la Città Eterna a tirare la volata (poi capita di vedere un film americano ambientato in mezzo al nulla: dopo cinque minuti capiamo subito dove siamo, e chi sono i personaggi).

 

Forse è per questo che non l’hanno preso a Cannes. Perché perfino “Il Divo” si reggeva sulle proprie gambe. E invece “Loro” poggia tutto sulle spalle di Silvio Berlusconi. Le scene migliori sono il suo magnifico numero da venditore di case – “signora, io conosco il copione della vita”, alla casalinga che risponde al telefono mentre guarda una soap su Canale 5. Lo sketch “attrici improvvisate all’assalto della fiction Mediaset”. Una vuol fare la miniserie su Rita Levi Montalcini, giovane e scollatissima. L’altra ha messo gli occhi su Lady Diana, in una serie con i negretti: “Congo Diana”. Veronica smette di leggere libri Adelphi e parte per la Cambogia. Al ritorno, come regalo di riconciliazione, trova un tempietto vicino al vulcano.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    14 Maggio 2018 - 21:09

    Ho visto un altro film non quello descritto. Ho visto un momento storico che rispecchia una società e non più una classe sociale perché le classi sono sparite, assorbite dalla fiction che viviamo sapendo di viverla. Ho visto una solitudine dell’anima che è dentro di noi, ho visto la miseria dell’uomo, l’incapacità politica di tutta una classe dirigente che non riusciamo a cambiare. Un modo di vita che non ci appartiene perché abbiamo perso il passato, non dimenticato. Le scene forti detestabili sono l’oggi e sbattercele in faccia non è provocazione ma verità di quello che siamo diventati. Il cristo morto non è felliniano ma morto e basta su un cumulo di macerie, le nostre e la tristezza è che non abbiamo trovato una via di uscita. Questo è il Berlusconi da raccontare, il Lui e loro non sono quelli, non sono essi ma noi. L’io dei casi propri che sempre ci distingue non vale perché volenti o no è il noi quello che vediamo e non vorremmo vedere. Sorrentino artista, Il regista viene dopo.

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