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La guerra tra Netflix e Cannes non ha niente a che vedere con il cinema

E’ un braccio di ferro tra il festival più celebre del mondo e la piattaforma più grande del mondo. I film in lizza per la Palma d'oro

13 Aprile 2018 alle 20:12

La guerra tra Netflix e Cannes non ha niente a che vedere con il cinema

Inutile sprecare troppe parole. La guerra tra Netflix e Cannes non ha niente a che vedere con l’idea di cinema, né presente né futuro. Il cinema non si fa cambiare tanto facilmente, il collaudo è durato abbastanza a lungo, ogni volta che qualcuno minaccia la rivoluzione tira fuori per lo più inguardabili spiacevolezze (il “per lo più” lo abbiamo messo per decenza&prudenza, ma non viene in mente un’eccezione). E’ la guerra commerciale tra due contendenti decisi a vender cara la pelle.

 

E’ un braccio di ferro tra il festival più celebre del mondo e la piattaforma più grande del mondo, a cui però non spiacerebbe affatto portare a casa una Palma d’oro (anche gli scrittori di bestseller in cuor loro si struggono sognando l’abbraccio dei critici). Cannes l’anno scorso aveva accettato in gara due film Netflix: nessuno possiede la ricetta per vincere la guerra, si va per tentativi. La sperimentazione non ha funzionato. Non per le proteste cinefile e passatiste. Perché con il senno di poi “Okja” e “The Meyerowitz Stories” avevano molto più potenziale di quello rimasto impigliato nelle trappole dell’algoritmo. Questo lo sa Thierry Frémaux direttore di Cannes e lo sa anche Ted Sarandos, responsabile dei contenuti Netflix. Presto lo capiranno anche i registi come Alfonso Cuarón, prima vittima della guerra con il suo film “Roma”.

 

Per questo a Cannes 2018 (dall’8 al 19 maggio) ci saranno pochi film americani nella Selezione Ufficiale – vale a dire il concorso e il Certain Regard – e invece una ricca rappresentanza orientale. Relativamente pochi anche gli europei, con l’eccezione dei francesi. Apre l’iraniano Ashgar Farhadi di “Una separazione”, con “Todos lo saben”, ambientato a Madrid e parlato in spagnolo, le star sono Penelope Cruz e Javier Bardem. Ormai il regista segue i finanziamenti e si tiene ben lontano dall’Iran, dove continua a passare i suoi guai Jafar Panahi. E’ riuscito a girare lo stesso un film, come già dagli arresti domiciliari. Titolo internazionale “Three Faces”, accolto in concorso con tutti gli onori. L’altro caso politico – appropriazione indebita di fondi pubblici – è il russo Kirill Serebrennikov, anche lui in gara con “Leto”, l’estate.

 

 

Corrono per la Palma d’oro Matteo Garrone con “Dogman” (ispirato al Canaro) e Alice Rohrwacher con “Lazzaro felice”. Nella sezione Un Certain Regard, gareggia “Euphoria” diretto da Valeria Golino. Tra color che son sospesi – l’anno scorso dopo la conferenza stampa fu aggiunto “The Square” di Ruben Östlund, che poi vinse – troviamo Paolo Sorrentino con il suo film uno e bino, “Loro” (ve l’avevano già detto che è su Silvio Berlusconi?). E Lars von Trier con “The House That Jack Built”. Se troveranno una formula per riammettere chi fu dichiarato “persona non grata” una decina di anni fa. Punto a favore del danese: nel suo film recita Uma Thurman, diva in quota “#MeToo”.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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