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Oltre Time’s Up. Le donne di Hollywood contro la disuguaglianza nei compensi

Dalle accuse di Patricia Arquette e Meryl Streep fino al caso Wahlberg-Williams. Le regole del gioco vedono sempre le attrici in netto svantaggio

20 Aprile 2018 alle 17:18

Oltre Time’s Up. Le donne di Hollywood contro la disuguaglianza nei compensi

L'attrice Michelle Williams (foto LaPresse)

Prima della questione molestie, Patricia Arquette e Meryl Streep avevano sollevato la questione soldi. E’ tornata fuori quando si è scoperto che per rigirare le scene di “Tutti i soldi del mondo” con Christopher Plummer al posto di Kevin Spacey, Mark Wahlberg ha guadagnato un milione e mezzo di dollari e Michelle Williams è stata liquidata con mille dollari. L’attore ha cercato di metterci una pezza regalando i soldi al movimento Time’s Up. L’attrice ha fatto sapere che avrebbe lavorato anche gratis, per amore del film (questo deve essere stato il primo errore, pur tenendo conto che a Hollywood mille dollari son peggio che gratis). La William Morris Endeavor – l’agenzia che li rappresenta entrambi – ha peccato quantomeno di sciatteria professionale.

  

Un articolo su Vanity Fair riassume per i non addetti ai lavori le regole del gioco, che comunque vedono sempre le donne in netto svantaggio. Mark Wahlberg, saldamente insediato sul podio dell’attore più pagato, mette insieme 68 milioni. L’attrice più pagata Emma Stone ne racimola solo 26. Lei ha chiesto ai futuri partner di farsi indietro rinunciando a un po’ di milioni, per amor di parità. Finora nessuno ha risposto all’accorato appello.

 

Andava molto peggio quando gli attori erano proprietà dei grandi studi, messi sotto contratto per un fisso settimanale. Marilyn Monroe prese 18 mila dollari per “Gli uomini preferiscono le bionde”, tanti ne prevedeva il contratto per le settimane sul set. Jane Russell che lavorava da freelance ne incassò centomila. Il sistema durò dagli anni Venti al 1960. Fu Paul Newman a scardinarlo, dopo aver constatato l’orribile verità. Forte di un contratto che vincolava l’attore per 17.500 dollari, la Warner Brothers lo affittava per 75.000 dollari a film (capitò con “La lunga estate calda” e “La gatta sul tetto che scotta”). Su suggerimento dell’agente Paul Wasserman, Paul Newman riscattò il contratto per mezzo milione di dollari. Ne recuperò quasi metà con il primo film da indipendente, “Exodus” di Otto Preminger.

 

Oggi ogni attore ha la sua “quote”: il cartellino del prezzo che serve da base per le contrattazioni. Andare troppo oltre, se il film dovesse fallire al botteghino, può costare la testa del responsabile (per questo è attiva una rete di spionaggio). Per amore di Ridley Scott, Mark Wahlberg aveva accettato 5 milioni, molto inferiore al prezzo pieno che ammonta a 12 milioni. A questo si aggiungono le percentuali sugli incassi, puntualmente più basse per le donne: 7 per cento per Amy Adams e Jennifer Lawrence contro il 9 per cento di Christian Bale e Bradley Cooper, in “American Hustle - L’apparenza inganna”.

 

E poi ci sono i “perk”, vale a dire il jet privato, gli assistenti, gli altri lussi segnati nel contratto. Trasformabili in moneta sonante se lo studio non li mette a disposizione. Anche le star hanno trovato il modo di arrotondare.

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