Parlare delle due chiese, non dei due Papi

Giuliano Ferrara

Quello di Sarah e di Ratzinger è un libro di teologia e di pastorale serio, impegnativo, libero di tono e di argomentazione al cui centro vi è il senso della figura di un prete, il mistero della chiesa e il suo futuro a rischio. Questo è l’essenziale, altro che copertina

La faccenda dei due Papi è molto semplice: non esiste. Vaticanistica costretta in un ruolo minore tritura pettegolezzi e piccole gaffe istituzionali alimentate dall’ormai celebre disordine d’ufficio della chiesa cattolica, con pasticci editoriali su copertine, coautoraggi e grafica. Peccato veniale, ché non è facile gestire due Papi in uno, ovvio. Ma come hanno già notato in molti, scompare l’essenziale. E l’essenziale è che Benedetto XVI-Joseph Ratzinger e Robert Sarah cardinale, e tradizionalista, si vogliono bene, si stimano e licenziano alla vigilia di un documento magisteriale sul celibato in Amazzonia e seguenti un libro di teologia e di pastorale serio, impegnativo, libero di tono e di argomentazione al cui centro non sta tanto una regola di disciplina ecclesiastica, o non solo quella, ma il senso della chiesa cattolica nel tempo moderno e in tutti i tempi.

 

 

Sarah fa la parte del pastore porporato venuto dall’Africa, anche lui in certo senso dalla fine del mondo. Scrive che l’evangelizzazione dei poveri, dei lontani, degli emarginati e isolati dal corso dei tempi non può essere pretesto per la trasformazione del prete in un funzionario con moglie e figli che provvede alla consegna del pane e del sangue eucaristico come un messo di Uber, e se anche il dispensatore fosse interno alla comunità sancirebbe la sua separazione dal resto, dall’universale, toglierebbe al sacramento e alla messa quel che di forte, intimo, emotivo rivestono gli atti liturgici fondativi. Nella coscienza di fedeli privati di quel segno e obbligati a privarsene per mesi e anni, ciò che non impedisce loro di essere pienamente cristiani nella meditazione e nella diffusione della parola, un prete interamente, totalmente dedicato al Dio che solo lo accompagna, un prete senza altra famiglia, senza proprietà, senza discendenza e bisogni, è una sorpresa miracolosa e un avvento, non un messaggero di benevolenza e di buona organizzazione. Sarebbe, scrive, una catastrofe pastorale decretare un doppio livello di evangelizzazione. Questo detto da un cardinale che nell’attività pastorale ha risalito i fiumi e le correnti, si è disperso nella natura che disperde, ha cercato le comunità lontane e quando le ha trovate ha scorto nel loro volto non l’attesa di un fatto culturale o di un viatico sostenuto burocraticamente ma la realizzazione toto corde del miracolo della Cena.

 

 

Il saggio di Benedetto XVI è teologia di magnifica lega, difficile ma comprensibile nel suo ondivagare accorto tra i testamenti vecchio e nuovo, nella sua esegesi biblica del sacerdozio ereditario, dello speciale posto dei leviti nei diversi passaggi del profetismo mosaico e della predicazione cristica, della graduale formazione del sacerdozio cristiano a partire dalla ricostruzione in interiore homine, con l’assistenza di Dio, del Tempio in pietra distrutto e sostituito dal cuore di carne, che pulsa in ogni fede vissuta dentro alla chiesa e con la chiesa, e in particolare nella figura non idolatrica, ma prossima, familiare e obbediente del prete solitario, nutrito del suo Io come punto mediano con la trascendenza del divino. Anch’io in fondo pensavo, con le riserve della tradizione letteraria e della sensibilità tradizionale, che il celibato sacerdotale fosse sopra tutto uso, disciplina, funzione, e pensavo male. Sono bastate queste famose sette paginette scritte a mano da un vecchio eremita del Vaticano, Papa emerito, che sviluppano settanta pagine di saggio in un libro, per indurmi senza incertezze a pensar bene.

 

 

Tanto più che Ratzinger, guida incredibilmente sicura, è dotato di quella non breve autorità che gli consente di proporre la questione del prete celibe, consacrato solo e soltanto al mistero sponsale della chiesa, come grande metafora del senso del cristianesimo in questo e in tutti i tempi, e come allegoria della sua cultura e lingua per l’intero mondo della chiesa di rito latino, cioè noi, l’occidente cristiano. Il prete di Benedetto XVI deve essere differente, un essere differente in cui si realizza d’incanto il suo non essere fatto da sé e per sé, e questo per le straordinarie ragioni che sono alla base della creazione e della caduta e dunque le scaturigini di tutto. Scrive da pagina 64 (edizione francese), compiendo l’esegesi del servizio divino.

 

“Servire significa prossimità, ma anche e sopra tutto significa obbedienza. Il servitore sta all’insegna delle parole di Luca 22,42: ‘Sia fatta non la mia volontà ma la Tua’. Con queste parole Gesù nell’orto degli Ulivi ha risolto la battaglia decisiva contro il peccato, contro la ribellione del cuore che ha contrassegnato la caduta. Il peccato d’Adamo consisteva, appunto, nel suo voler realizzare la propria volontà e non quella di Dio. La tentazione dell’umanità è sempre quella di voler essere totalmente autonoma, di seguire unicamente la sua propria volontà e di pensare che solo in questa maniera noi saremo liberi; che solo grazie a una libertà di questo genere, senza limiti, l’uomo sarà completamente uomo. Ma è proprio così che si va contro la verità. Perché la verità è che dobbiamo condividere la nostra libertà con gli altri e non possiamo essere liberi che in comunione con essi. Questa libertà condivisa non può essere vera libertà a meno di entrare, attraverso di essa, in ciò che costituisce la misura stessa della libertà, a meno di entrare nella volontà di Dio. Questa obbedienza fondamentale che fa parte dell’essenza dell’uomo, un essere che non è fatto da sé e nemmeno è per sé, diviene ancora più concreta nel prete: noi non annunciamo noi stessi, noi annunciamo Dio e la sua parola, che non possiamo elaborare da soli. Fuori della comunione con la Chiesa, che è il suo corpo, non possiamo annunciare la parola di Cristo nel modo giusto. La nostra obbedienza è un modo di credere con la Chiesa, di pensare e di parlare con la Chiesa, di servire con essa. E questo riguarda sempre quanto Gesù ha predetto a Pietro: ‘Tu sarai condotto dove non volevi’. Questo farsi portare dove non volevamo è una dimensione essenziale del nostro servizio, ed è precisamente questo che ci rende liberi”. 

 

Insomma, il celibato del prete che si fa portare dove non voleva, con tutto quello che significa in tutta la parabola teologica dell’istituzione, dai leviti alla chiesa cristiana antica alle chiese orientali, è quella specifica libertà che la luterana libertà del cristiano, sacerdote a sé stesso, non poté comprendere. Non è un affare di come si organizza la chiesa, è il problema di che cosa è la chiesa (per chi crede ed è cattolico). Questa libertà si definisce contro una giustizia puramente umana, dunque disobbediente. Isabella, in “Misura per misura”, dice che “se i grandi potessero tuonare al pari di Giove, Giove non avrebbe requie: il più gretto funzionario riempirebbe il proprio cielo di tuoni: solo tuoni”. E conclude: “Ma l’uomo, nel suo orgoglio, rivestito di una piccola e breve autorità, ignorando ciò che più deve assicurarlo – il sembiante divino – come scimmia stizzosa si dà a lazzi e sberleffi in faccia all’alto cielo da far piangere gli angeli, che se avessero la milza dei mortali, morirebbero dal ridere”.

 

E ora torniamo alla questione della copertina del libro.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.