Il vero film sullo scontro tra i due Papi

Matteo Matzuzzi

Il “non posso tacere” di Benedetto XVI è un messaggio al successore, perché si guardi dai “cattivi consiglieri” e dagli “errori alla moda”. Toccare il celibato significa “mettere in discussione la bellezza della chiesa”. Lo scontro con i tedeschi

Roma. Non si vorrebbe essere nei panni di Papa Francesco, chiamato a scrivere una già di per sé delicata esortazione post sinodale che dovrà affrontare il tema del celibato, vero argomento del Sinodo amazzonico, altro che fiumi pesci e foreste. Stretto tra i novatori d’estrazione tedesca e i conservatori che l’ammoniscono sull’apocalisse certa se l’istituto del celibato sarà toccato, Bergoglio è chiamato a decidere. Che cosa farà, darà retta a mons. Erwin Kräutler che dall’Amazzonia pretende i preti sposati per far fronte alla carenza di clero, o confermerà lo status quo? Se fino a ieri la risposta pareva scontata, considerate anche le deliberazioni sinodali – è stato approvato a larga maggioranza il paragrafo che invita a considerare l’ordinazione di “uomini idonei e riconosciuti dalla comunità che siano diaconi permanenti” – oggi tutto torna in ballo. Perché a intervenire, citando il silere non possum! di sant’Agostino, è stato il Papa emerito, il teologo Benedetto XVI, che dal monastero dove s’è ritirato ha scritto un libro a quattro mani con il cardinale Robert Sarah per dire che no, il celibato non si può toccare, pena la rovina stessa della chiesa.

  

   

Ratzinger scrive di suo pugno un intero capitolo, il primo, dove smentisce la vulgata che riduce il celibato a istituto posteriore a Cristo, a mera invenzione della chiesa. Tutt’altro, chiarisce Benedetto XVI: le radici affondano nell’Antico testamento. Al di là della dotta spiegazione che danno gli autori del volume – sarà pubblicato mercoledì in Francia da Fayard, quindi più avanti negli Stati Uniti dalla Ignatius Press e in Italia da Cantagalli – è il senso della crisi in cui si trova la chiesa a percorrere il libro. Ratzinger e Sarah parlando di “tristezza e sofferenza”, di “tempi difficili e travagliati”. Scrivono che “era nostro preciso dovere richiamare la verità sul sacerdozio cattolico”, perché “con esso si trova messa in discussione tutta la bellezza della chiesa”, che “non è soltanto un’istituzione umana” ma “un mistero”.

 

Ecco perché “è necessario che tutti, vescovi, sacerdoti e laici, non si facciano più impressionare dai cattivi consiglieri, dalle teatrali messe in scena, dalle diaboliche menzogne, dagli errori alla moda che mirano a svalutare il celibato sacerdotale”. Come farà il Papa regnante, ora, a decidere in un senso opposto a quello invocato dal predecessore? Si dirà che trattasi pur sempre di consiglio, d’un suggerimento al vescovo di Roma da parte di uno dei più grandi teologi del Novecento. Eppure queste sono questioni decisive, non si tratta di stabilire se è migliore la suonata che fa Joseph Ratzinger-Anthony Hopkins al pianoforte o qualunque canzone degli Abba, come preferisce Bergoglio, nel film “I due Papi” su Netflix. C’è da credere a Benedetto – che è lucidissimo più di tanti arrabbiati critici che in queste ore commentano sulla salute mentale del già vescovo di Roma – e a Sarah quando sottolineano di non rivolgersi a Francesco, anche perché come la pensi il Pontefice sul celibato è noto.

  

La stessa Sala stampa della Santa Sede, ieri, ha diffuso un comunicato in cui ricorda che nel corso della conversazione con i giornalisti al ritorno da Panama, Papa Francesco ha affermato: “Mi viene alla mente una frase di san Paolo VI: ‘Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato’”. E aggiungeva: “Personalmente penso che il celibato sia un dono per la chiesa. Io non sono d’accordo di permettere il celibato opzionale, no. Soltanto rimarrebbe qualche possibilità nelle località più remote – penso alla isole del Pacifico… quando c’è necessità pastorale, lì, il pastore deve pensare ai fedeli”. In realtà i destinatari del libro, della supplica a non toccare il celibato, sono quei settori della chiesa che da tempo chiedono modifiche e innovazioni, per far fronte al deserto – spesso da loro stessi creato – fatto di pochi fedeli e ancora meno preti. Benedetto XVI ha capito prima di tanti altri che se scisma sarà arriverà non dagli Stati Uniti, bensì dalla sua Germania. È a quella realtà che ha diretto i suoi sparuti interventi dal 2013 in poi, bastava leggerli tra le righe, invece di farne sempre un motivo per contrapporre i due Papi o fantasticare sul Ratzinger arcigno oppositore del bonario Bergoglio. Ratzinger conosce bene i vescovi tedeschi e ancor meglio conosce l’origine della spinta riformatrice che da lì arriva. E che minaccia quella chiesa in cui lui, teologo di Baviera, ha sempre creduto.  

 

“Gesù nella barca dorme. Ma se vince l’esitazione, se noi abbiamo paura di riporre in lui la nostra fiducia, se il celibato ci fa arretrare, allora cerchiamo di ascoltare il suo avvertimento: ‘Di cosa avete paura? Uomini di poca fede’”. E’ Matteo 8,26. Ed è la chiosa della prefazione firmata da Benedetto XVI e Robert Sarah.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.