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Chiese chiuse

Convegno a Roma sugli edifici di culto dismessi. “Diventino biblioteche, non centri estetici”

1 Dicembre 2018 alle 06:17

Chiese chiuse

Foto Pixabay

Roma. Portoni sprangati, bacheca degli avvisi vuota, campane mute. Nell’occidente secolarizzato le chiese chiudono: non ci sono preti e, soprattutto, mancano i fedeli. In Europa la tendenza è chiara da tempo, con le antiche cappelle olandesi trasformate in parchi divertimenti per patiti dello skateboard e le belle chiese belghe riconvertite in mercati ortofrutticoli. Nell’atea Praga le apparenze sono state almeno salvate: nella centralissima chiesa di San Nicola, trionfo del Barocco continentale, si suonano concerti di musica classica. A Vienna le chiese cattoliche vengono vendute agli ortodossi.

 

Che fare, dunque?, si chiedeva anni fa il cardinale arcivescovo Christoph Schönborn, davanti a evidenze sempre più incontrovertibili. Si tratta innanzitutto di cogliere “i segni dei tempi”, ha scritto il Papa nel messaggio inviato al convegno che si è tenuto negli ultimi due giorni all’Università Gregoriana di Roma. Una constatazione che però “va accolta non con ansia” e che “ci invita a una riflessione e ci impone un adattamento”. Intanto si tratta di capire che i beni ecclesiastici “non hanno un valore assoluto” e quando necessario devono essere messi a disposizione “dell’essere umano e specialmente dei poveri”. Si riflette sulla domanda ormai ineludibile data al convegno: “Dio non abita più qui?”. Il rettore della Gregoriana, Nuno da Silva Gonçalves, risponde che invece “Dio abita qui perché è veramente presente nella sofferenza di una comunità cristiana che si vede costretta a chiudere al culto una chiesa”.

 

Il problema però si pone, anche in Italia dove manca una stima certa del numero di edifici ecclesiastici. Si tratta, ha detto padre Gonçalves, di “creare condizioni che rendano Dio riconoscibile nella sua apparente assenza, nelle chiese dismesse o sconsacrate”. Mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, ha avvertito che troppo spesso le destinazioni d’uso profane degli edifici riconvertiti risultano inappropriate. Da qui l’esigenza di stabilire “linee-guida orientative che tengano conto delle esperienze in atto”. Bene se una chiesa dismessa diventa un auditorium o una biblioteca, male se lo spazio interno viene trasformato in un ristorante. Inopportuno anche “l’uso di ex edifici di culto per la celebrazione di matrimoni civili”. Il sociologo Luca Diotallevi sottolinea che la dismissione delle chiese “è un problema scottante per la società di oggi che suscita forti reazioni anche in coloro che non partecipano alla vita ecclesiale”. Non sono pochi coloro che davanti alla chiusura di un edificio sacro provano un sentimento di “sconfitta sociale piuttosto che come un’emancipazione, come avveniva nel passato”. Le opportunità, ha aggiunto Diotallevi, però non mancano, anche perché siamo in mezzo a una trasformazione urbana che vede attivo “lo sviluppo di nuovo contesti urbani e delle città globali”; una questione “che si riflette nelle chiese mentre emergono nuove società senza stato”. Da qui il bisogno di “sviluppare un approccio pastorale che possa apprezzare le società aperte”.

 

Forse, “la chiusura delle chiese è una provocazione a costruire scialuppe anziché torri di pietra e a inventare una teologia della città”. Papa Francesco l’aveva intuito già anni fa, quando a New York domandò come fosse possibile “trovare Dio che vive con noi in mezzo allo smog delle nostre città? Come incontrarci con Gesù vivo e operante nell’oggi delle nostre città multiculturali?”. Dio, aveva risposto il Pontefice “vive nelle nostre città; la chiesa vive nelle nostre città e vuole essere fermento nella massa, vuole mescolarsi con tutti, accompagnando tutti”. Una sfida enorme: nella sola Germania, dal 2000 in poi, sono state chiuse più di cinquecento chiese cattoliche. Un terzo è stato demolito, due terzi venduti o destinati ad altri scopi. In Olanda non va meglio: cinquecento chiese chiuderanno i battenti entro il prossimo decennio. I numeri sono ufficiali, snocciolati da Pawel Malecha del Supremo tribunale della Segnatura apostolica. Non si può far nulla, se non contenere il danno, il che significa prevedere un uso “compatibile” con ciò che l’edificio sacro era stato. Una chiesa, insomma, non può diventare “officina, ristorante, pub o night club, centro estetico, locale commerciale o abitazione civile”.

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