Il Papa e Mauricio Macri al termine dell'udienza nel Palazzo Apostolico (LaPresse)

Pochi sorrisi e tanta freddezza nell'udienza concessa dal Papa al presidente argentino Macri

Maurizio Stefanini
Solo ventidue minuti di colloquio tra i due. Pesano vecchie ruggini, dicono gli osservatori. Al termine, Macri va a parlare d'affari con Renzi

Roma. Ventidue minuti è durato l’incontro tra i due argentini più importanti del momento, Papa Francesco e il presidente Mauricio Macri. E diciassette minuti la conferenza stampa successiva. Più ancora che la brevità del colloquio, è l’espressione del Pontefice nella foto di rito al termine dell’udienza a dare a molti osservatori un’impressione di freddezza tra i due interlocutori. Quasi non sorrideva. Certo, c’è stato il protocollare scambio di regali: dal Papa un medaglione con l’immagine di un ulivo, “simbolo di unità”, una copia dell’eniclica Laudato si’ e una dell’esortazione Evangelii Gaudium. Dal presidente un poncho, una croce di legno ritrovata dagli archeologi risalente all’epoca delle missioni gesuite e una collezione di cd di musica argentina. Ovviamente il comunicato ufficiale diffuso dal Vaticano ha poi sottolineato “il buono stato delle relazioni bilaterali tra la Santa Sede e la Repubblica argentina”, ricordando che “sono stati toccati temi di mutuo interesse, come l’aiuto allo sviluppo integrale, il rispetto dei diritti umani, la lotta alla povertà e al narcotraffico, la giustizia, la pace e la riconciliazione sociale”.  “L’ho visto bene, molto bene. Sento che è stato il contatto tra due vecchi conoscenti”, ha poi spiegato Macri ai giornalisti. “Facevamo lo stesso di fronte a Plaza de Mayo nell’ufficio dove mi riceveva e ripassavamo i temi della chiesa e della città”, ha aggiunto il neo presidente argentino, ricordando i tempi in cui lui era il “capo di governo” di Buenos Aires e il cardinale Bergoglio l’arcivescovo della città. “Le coincidenze e i temi di fondo continuano ad essere gli stessi. Più inclusione, più giustizia, e continueremo a lavorare per questi obiettivi ognuno con gli strumenti di cui dispone. Mi ha consigliato di essere molto paziente”. Ma Macri ammette pure di aver parlato “in generale” relativamente alle rispettive agende che hanno come punti fondamentali “l’unione degli argentini, la lotta alla povertà e contro il narcotraffico”. Francesco è pure d’accordo “che è molto importante che l’Argentina torni a stabilire relazioni con il mondo, che sia credibile, affidabile, in modo di poter attrarre investimenti, e gli investimenti portano il lavoro, che è la soluzione”. Il capo dello Stato sudamericano ha a sua volta convenuto che “il flusso di capitali di cui l’Argentina ha bisogno deve tener conto delle persone”.

 

Se Macri sperava di ottenere un imprimatur papale al proprio programma di governo, è rimasto deluso. Il Papa, poi, ha declinato l’invito a venire in Argentina entro l’anno, anche se ha promesso che vi si recherà “il prima possibile”. Per Macri, vedersi con Francesco era d’obbligo, soprattutto dopo che a Buenos Aires sono già stati Renzi e Hollande, e pure Barack Obama è atteso a breve. Il presidente argentino ha  designato ambasciatore presso la Santa Sede Rogelio Pfirter, che di Bergoglio fu allievo, e che in favore del suo vecchio professore avrebbe realizzato alcune preziose mediazioni con il mondo anglicano nel suo precedente incarico di ambasciatore a Londra, tra il 1995 e il 2000. Considerata l’immagine generale di Bergoglio come “papa peronista” e comunque “sociale” – se non anticapitalista – la vittoria elettorale del liberista Macri ha rappresentato una  sorta di “schiaffo” dato al Pontefice dal suo stesso popolo. C’è poi da ricordare che in realtà i due, pur entrambi ostili alla Kirchner, non è che a Buenos Aires fossero in piena sintonia, anzi. E’ vero che Macri pose il veto a una legge votata dall’assemblea del Distretto federale della capitale per introdurre il divorzio, ma quando poi un giudice autorizzò un matrimonio gay non fece appello, deludendo l’allora cardinale. Notoriamente, poi, più che dal cattolicesimo, Macri è affascinato dalla psicoanalisi e dal buddhismo, tant’è che a suo tempo disertò una importante messa presieduta da Bergoglio pur di vedersi col Dalai Lama.

 

Poi c’è il caso di Milagro Sala: una dirigente di un sindacato indigenista e deputata kirchnerista al Parlamento del Mercosur, che dal 16 gennaio è in carcere. Una persecuzione politica secondo i kirchneristi, che hanno organizzato anche una piccola protesta a Roma davanti all’hotel dove si trovava Macri. Sciocchezze, ribattono dal fronte macrista: l’organizzazione di Milagro Sala nella provincia di Jujuy si era trasformata in una sorta di mafia che dirottava soldi destinati all’edilizia popolare e organizzava azioni squadriste.  Il Papa, però, le ha mandato un rosario in carcere, benché dal Vaticano abbiano chiarito che si trattava di un semplice atto di carità cristiana, senza valutazioni di nessun tipo sul procedimento in corso. E’ significativo che a ogni conferenza stampa in cui lo interpellano sul tema, Macri si rifiuti di rispondere. Lo ha fatto anche oggi a Roma.

 

[**Video_box_2**]La visita di Macri è proseguita con un pranzo in compagnia del premier Matteo Renzi, quindi con un colloquio al Quirinale. Al centro di entrambi gli appuntamenti, le promettenti opportunità commerciali che si intravedono tra Italia e Argentina.