Benvenuti ai relatori strampalati del Congresso mondiale sulle famiglie

Manuel Peruzzo

Le idee conservatrici del Wcf non spariranno levando il logo della presidenza del Consiglio. Il modo migliore per difendere la libertà è concederla

Sfigati, medioevo, gruppo d’odio, la famiglia marcia, fascisti, destra estrema. Nessuno ha ancora preso parola al World Congress of Families di Verona ma ha già unito nel dissenso i collettivi femministi e il clero, gli alleati di governo (Carlo Sibilia: “Ritorno al medioevo”) e gli oppositori (Pippo Civati: “A Verona c’è aria di Salò”). Scontro in parte dovuto all’adesione di Matteo Salvini, il quale da tempo si presenta ai comizi col vangelo e il crocifisso per difendere la famiglia “quella con una mamma e un papà, niente fritti misti”. Posizione chiara a fini elettorali. In parte è dovuto ai relatori di questo Family Pride Sovranista. Se siete il genere di persone che trasecolano quando il Papa dice “abortire è come affittare un sicario”, la copertura della stampa del Wcf confermerà ogni vostro pregiudizio. C’è l’americano Brian Brown che sostiene teorie riparative, c’è l’Arciprete Dimitrij Smirnov, esponente della chiesa ortodossa, che definisce l’aborto una forma di cannibalismo e Theresa Okafor che si oppone alla contraccezione. Professoroni, capi di stato, medici che si preoccupano dell’infelicità degli omosessuali e persino la presenza di Sua Altezza Serenissima, la principessa di Thurn und Taxis: finalmente il popolo si riconcilia con l’élite.

  

  

Anche se nessuno lo dice apertamente, si preferirebbe andassero tutti in qualche villaggio ai confini dell’est Europa. Ci sono state le presunte minacce agli albergatori bottegai, gli appelli intellettuali contro l’oscurantismo, il rettore dell’Università di Verona che nega gli spazi perché è una manifestazione “non scientifica e politica” per concederli negli stessi giorni ai gender studies, aborto e nuove famiglie, perché Verona è sia family pride che trans femminista. Risultato? Gli organizzatori cedono all’autocommiserazione e al vittimismo: “Noi come i neri ai tempi della segregazione”. Il dibattito non è lontano dal trash di Ciao Dawin, il giochi senza frontiere dove si sfidano caricature identitarie, e si alza uno a dire un’ovvietà come “i bambini nascono da un uomo e una donna” e l’altro risponde piccato “Taci che buttate i bambini nel cassonetto e li violentate!”.

 

L’inutile mostrificazione

E’ vero, il Southem Poverty Law Center ha definito “gruppo d’odio” il Wcf. Secondo Nadine- Strossen, ex presidente dell’Aclu, organizzazione non governativa orientata a difendere i diritti civili e le libertà, la definizione di gruppo d’odio è spesso un pretesto per far valere il proprio punto di vista, e ci ricorda che per i conservatori anche il Black Lives Matter è un gruppo d’odio. Strossen è l’autrice di “Hate: Why We Should Resist It with Free Speech, Not Censorship”, in cui difende con argomenti liberali il primo emendamento. Se avete qualche dubbio sul fatto che sia preferibile vivere in una società in cui le idee sono libere a una società in cui tutto è incitamento all’odio pensate a come sarebbe vivere in Facebook: sei bloccato perché hai scritto frocio e ciò va contro gli standard di una comunità inclusiva.

 

 

Di posizione diversa è Jeremy Waldron che in “The Harm of Hate Speech” scrive che rientra tra i compiti di una democrazia liberale quello di proteggere l’atmosfera di mutuo rispetto contro certe forme di attacchi vili. Questo è vero e confermato dall’esistenza di restrizioni alla libertà di parola in alcune circostanze. Ma un liberale alza l’asticella della libertà, non l’abbassa. In “On Liberty” John Stuart Mill difende il diritto alla libertà di parola anche quando un discorso danneggia gli altri e si preoccupa del limite alla legittima interferenza dell’opinione collettiva sull’indipendenza individuale. Il conflitto intellettuale, la persuasione, il dibattito sono la garanzia di una società aperta: “Se si vietasse di dubitare della filosofia di Newton gli uomini non potrebbero sentirsi così certi della sua verità come lo sono”, perché “Le nostre convinzioni più giustificate non riposano su altra salvaguardia che un invito permanente a tutto il mondo a dimostrarle infondate”. Benvenuti quindi ai relatori del Wcf e alle loro tesi strampalate.

 

Intendiamoci, ognuno è libero di boicottare, organizzarsi politicamente per contrastare l’avversario e siamo tutti riconoscenti che la società condanni posizioni razziste, misogine o omofobe. Ma quando leggiamo lo striscione “L’università promuove il pluralismo delle idee e respinge violenza, discriminazione e intolleranza” il rischio è che il buon proposito venga disatteso: il pluralismo è conflitto. Si dice che non si può fornire un palco a idee che potrebbero essere utilizzate per fare del male, ma con lo stesso argomento potremmo vietare il marxismo, la psicoanalisi e la religione. Le idee conservatrici del congresso non spariranno levando il logo della presidenza del Consiglio o rappresentando i relatori come mostri, questo serve solo a renderli martiri del pensiero. Il modo migliore per difendere la libertà è concederla e non negarla, perché come scrive Jason Brennan “Una società in cui nessuno ha il diritto di offendere gli altri è essa stessa offensiva”.

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