Par condicio ovunque

Non ridete, questa è vera: Riotto e Fubini garanti europei contro le fake news. La pista russa

13 Gennaio 2018 alle 06:00

Par condicio ovunque

Foto La Presse/Mauro Scrobogna

Par condicio, non solo in tivù. L’Agcom, ovvero l’autorità di garanzia per la comunicazione, in vista delle elezioni chiede ai giornalisti che vanno nei talk-show di dichiarare la propria casacca e a Joe Servegnini – direttore di 7, il settimanale di via Solferino – non pare vero: “Altro che una semplice casacca, c’è il mio impermeabile bianco a proclamare l’incondizionata adesione a Matteo Renzi!”.

  

Par condicio, non solo in tivù. Le regole del pluralismo nei giornali. Nel solco di Joe (vero, Irene?) c’è anche Gianni & Riotto detto Johnny: “Con Mattew sempre, e per sempre”, dichiara l’importante editorialista della Stampa. Ma la discesa in campo di Riotto, al di là della campagna a sostegno di Renzi, è benedetta dal suo nuovo squillante ruolo: garante, con Fed Fubini, dell’agenzia di garanzia dell’Unione Europea per le fake news.

  

Par condicio, non solo in tivù. Pluralismo in ogni dove. Nessuno rida perché la notizia di Riotto garante delle fake news è vera, la realtà, si sa, supera la fantasia di questa povera rubrica e comunque la mobilitazione di Johnny è foriera di rivelazioni choc: “Le interferenze della Federazione Russa in questa campagna elettorale”.

   

Par condicio, non solo in tivù. Pluralismo nei giornali. Qualcuno dovrà rispondere delle sue azioni, lascia intendere Johnny mentre – controllando le fake news di Fed Fubini – consegna nelle candide ed eleganti mani di John Elkann, il padrone, il voluminoso dossier dagli Urali. Ce n’è di ogni: modelle siberiane, orge pietroburghesi, saune affollate di mammifere in perizoma, laghi di champagne ghiacciato, nevicate di caviale e maggiordomi in livrea (non di casa Agnelli).

  

Par condicio, non solo in tivù. Pluralismo nelle ammucchiate. Le scene sono incredibili ma tendenziose perché Riotto – eterno numero 2, così dice Fubini soppesandogli tutte le sue fake news da Detroit – mira a incenerire una volta per sempre quello che per lui è un’ossessione, una dannazione e, ancora di più, l’imperitura disperazione: “Tutto questo ha uno scopo, orientare l’elettorato verso i populismi, e tutto questo ha un nome”.

  

Par condicio, non solo in tivù. Pluralismo nei giornali. “Quando dovrete invitare il giornalista dei populisti”, urla in faccia a Giovanni Minoli, a Bruno Vespa e a Lilli Gruber, “saprete chi chiamare”. John Elkann sfoglia intanto il dossier confezionato da Johnny e impallidisce. La rivelazione – il nome – è ancora più sconvolgente di quella scoppiata ai tempi di Carlo Rossella e Jas Gawronski ai tempi della Mitrokin!!!

  

Par condicio, non solo in tivù. Pluralismo anche nei giornali. John sfoglia e Johnny annuisce: “Chi gliela porta ora questa notizia a Kissinger?”. Maurizio Molinari, pur convocato, arriva coi tempi suoi e Elkann, adirato, lo fulmina: “Prima o poi ti metto come condirettore Tommy-Tommy Cerino all’anagrafe Cerno, così impari…!”

  

Par condicio, non solo in tivù. Pluralismo nella carta stampata. E carta canta. Il nome che tutti cercano nello scottante dossier è solo uno: Marcel, ovvero, il magnifico Marcello Sorgi ritratto ora a braccetto con Romina Power e Al Bano sulla piazza Rossa, ora con Toto Cutugno sulla slitta, quindi con Pupo sulla Transiberiana e poi ancora selfie e battute di caccia alla tigre in compagnia del nemico pubblico numero uno dell’intero Occidente: Vladimir Putin.

  

Par condicio, non solo in tivù. Pluralismo nelle rivelazioni: in tutte quelle scene dionisiache, tra bionde siderali dai seni dritti e attenti come scolari davanti al signor maestro, il signor maestro di cotanta lussuria è uno e solo uno: “Marcel!”, urla Johnny con il vigore di un Savonarola.

  

Par condicio, non solo in tivù. Ma Riotto non riesce a godere del trionfo perché piano piano, dandosi di gomito, tutti – pure John Elkann, figurarsi Molinari – fanno gran complimenti a Sorgi, felicitato come il conquistare delle Russie: “Dove non ebbero buona sorte Napoleone e Hitler”, dichiara Kissinger in persona, “la ebbe Marcel”.

  

Par condicio, non solo in tivù. Pluralismo per tutti. A Repubblica, giusto una parentesi, la par condicio va in maionese. Devono tutti dichiarare casacca ed è subito manicomio: c’è chi sta con Renzi e chi, solo con Maria Elena Boschi. Ancora peggio è la scelta interna: c’è chi sta con Carlo e chi, con Rodolfo, il figlio. Peggio che mai è per i poveri redattori di largo Fochetti. Devono scegliere tra Marione Calabresi, l’attuale direttore, e Tommy-Tommy detto Cerino all’anagrafe Cerno, futuro direttore. Solo Eugenio Scalfari, va da sé, ha le idee chiare: “Me ne fotto!”.

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Commenti all'articolo

  • fabriziocelliforli

    17 Gennaio 2018 - 11:11

    Sottotitolo: "la moltiplicazione delle poltrone come chiave interpretativa all'italo-euro-burocratismo e, più in generale, della burocrazia". Fateci caso: c'è un problema? occorre una legge. essa legge andrà a sostituire sovrapponendosi non già scalzando quella esistente. Nella vulgata italica post-giustinianea il fare la legge equivale a risolvere il problema; dimenticandosi che è l'inizio,invece; perché se la legge non viene applicata il problema rimane. -- Oppure: c'è la legge ma non viene applicata oppure c'è un problema ma prima di fare la legge occorrono studi e controlli? benissimo! si crea un nuovo organismo in cui i componenti non devono superare un concorso ma sono nominati sulla base di consolidate e certificate esperienze. --- In generale e NON riferito a qualcuno. Se uno lavora per qualcuno; costui potrà mai parlar male del datore di lavoro?

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