Utopia editore ha riproposto “Donnarumma all’assalto” di Ottiero Ottieri (grafica di Giuseppe Valli) 

UNA FOGLIATA DI LIBRI

Ci meriteremmo (di leggere e rileggere) oggi Ottiero Ottieri

Giulia Ciarapica

Lo scrittore venne presto accantonato in un angolo della letteratura italiana, osservato da lontano forse più come caso clinico che letterario. Sarebbe il caso di riprendere in mano i suoi libri

Ottiero Ottieri di libri ne ha scritti tanti e la penna fu l’unico strumento di cui non poté fare a meno, per raccontare, dichiarare, dare conto di un modo di vivere che a leggerlo oggi risulta ancora scomodo, troppo verticale per l’uomo che fugge dalle autoanalisi. Eppure, nonostante “Donnarumma all’assalto” (all’epoca pubblicato da Bompiani e oggi riproposto in nuova veste da Utopia Editore) fu un titolo di grande successo, discusso e apprezzato dalla critica così come dal pubblico, Ottieri venne presto accantonato in un angolo della letteratura italiana, osservato da lontano forse più come caso clinico che letterario (prendo in prestito parole sue).

Ma occorrerebbe fare un passo indietro, aprire proprio quel “Donnarumma” che in prima battuta diede fastidio a Rigo Innocenti – Direttore dello Stabilimento Olivetti di Pozzuoli, presso cui Ottieri venne trasferito (per motivi di salute) come selezionatore del personale, poiché, diceva, avrebbe recato pubblicità negativa alla fabbrica, dato che l’identificazione con lo stabilimento Olivetti era fin troppo veritiera – per capire quanto Ottiero Ottieri sia ancora oggi terribilmente, tremendamente attuale (uso avverbi in –mente non a caso, per il nostro hanno un significato psicologico ben preciso). Attuale, vi chiederete voi, un testo che discute di industrializzazione e lavoro in serie ed è stato pubblicato nel 1959? Sì.
“Ho dovuto puntare il libro invece che su una validità sociologica, su una efficacia artistica (riuscita o no). Affinché ne venisse fuori (…) il dramma obbiettivo della selezione, dolorosa, colpa di nessuno, elemento necessario di ordine”. Questo scrive Ottieri in una lettera di risposta a Innocenti, giustificando le sue scelte di poetica e mettendo in chiaro i temi a lui più cari: i drammi diffusi dell’essere umano, dentro la fabbrica, sul lavoro e, anni dopo, nei manicomi (oggi cliniche di salute mentale, di cui Ottieri ebbe esperienza diretta proprio come paziente). Partendo da quel “macchinismo industriale” che nella sua “contraddizione” ci fa paura ma ci affascina, poiché «scompone, frammenta la personalità umana nello stesso momento che pone il proletario nella condizione del suo più alto impegno morale», questo scrittore delle campagne romane ma senza patria sta già suggerendo al lettore di andare oltre il focus d’interesse, oltre il presente, anticipando (come Calvino) il prototipo di uomo contemporaneo che ha messo definitivamente da parte l’ambizione di fronteggiare il progresso, e piuttosto ne è stato assorbito. Schiavi della serialità, colti in flagrante nell’atto automatizzato, alienante e in qualche strana misura ipnotico della ripetizione. Ottieri concentra la sua testimonianza narrativa in quella che poi è stata definitiva letteratura industriale, ma che già possiede in nuce il corpo della materia successiva, quella dedicata alla letteratura clinica.

In fin dei conti, la sua non è che un’esplorazione continua del male d’esistere, dentro e fuori dalla fabbrica, che parte dal suo ruolo di selezionatore del personale (“Vado a caccia delle infinite variabili della personalità umana – ci sono anche nella personalità operaia – ”) e arriva a quello di paziente clinico perfettamente lucido (e quasi terapeuta di sé stesso) in grado di analizzare malattie mentali, disturbi, sofferenze e inquietudini.

Esattamente lo scrittore che ci meriteremmo (di leggere e rileggere) oggi.

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