cerca

una fogliata di libri

Il papà del Gattopardo è un bimbo mai cresciuto

Nell'ultimo libro di Simona Lo Iacono, che delinea il ritratto di Giuseppe Tomasi di Lampedusa dall’infanzia fino alla morte, ogni cosa inizia quando sta per finire

30 Giugno 2019 alle 06:14

Il papà del Gattopardo è un bimbo mai cresciuto

"Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”: tutti credono che la famosa frase pronunciata da Tancredi nel “Gattopardo” mentre si rivolge allo zio, il principe Fabrizio Salina, sia “solo” l’assunto morale dell’intero romanzo – assunto che, a ogni modo, dà concretezza a un termine, “gattopardismo”, che abbiamo spesso utilizzato a indicare l’atteggiamento di chi sembrerebbe farsi portavoce di una rivoluzionaria situazione politica, ma in realtà mira alla conservazione del potere del precedente regime di cui ha fatto parte. Questo è sicuramente il succo della storia, ma c’è anche dell’altro, da ricercare soprattutto nell’infanzia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

 

Simona Lo Iacono, autrice dalla penna strabiliante e dal sapore spietatamente classico – nel senso più entusiasmante del termine –, ci aiuta molto in questo viaggio a ritroso nella vita di uno scrittore che, per una manciata di mesi, non fece in tempo ad assistere alla pubblicazione e poi al grande successo del suo unico, indimenticabile romanzo: “Il Gattopardo”. Il rifiuto di Einaudi arrivò pochi giorni prima della morte, e Tomasi di Lampedusa non poté mai sapere che Feltrinelli l’avrebbe portato in libreria l’11 novembre del 1958 e che, otto mesi dopo, avrebbe vinto il Premio Strega.

 

Ma dopotutto, come si legge ne “L’albatro”, ultimo romanzo della Lo Iacono (Neri Pozza) che delinea il ritratto di Giuseppe Tomasi di Lampedusa dall’infanzia fino alla morte – grazie a una struttura narrativa, armonica e coinvolgente, che agisce su due piani temporali –, ogni cosa inizia quando sta per finire, e questo “u’ principuzzu” Tomasi di Lampedusa l’aveva imparato a proprie spese.

 

Giuseppe non crebbe mai davvero. Si fermò, con il cuore e con i sentimenti, a quegli anni lontanissimi (i primi del Novecento) in cui, assieme alla madre donna Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò (che divenne ombra pervasiva fino alla morte, ostacolando anche il matrimonio con Alessandra Wolff Stomersee), lasciava Palazzo Lampedusa a Palermo per andare nel feudo materno, Santa Margherita Belice. Fu quella l’epoca in cui “u’ principuzzu” Giuseppe si bloccò per sempre. Quelli gli anni che ebbe cura di cristallizzare nel tempo. Quelli i luoghi di cui non avrebbe più potuto fare a meno, neanche quando, nel 1943, Palazzo Lampedusa – “il gigante” – venne completamente distrutto dai bombardamenti. Dopo tre giorni interi senza parlare, a seguito del crollo del Palazzo (e dopo aver ceduto anche la casa di Santa Margherita), Tomasi diede avvio al suo individuale “percorso all’indietro” – che coincise con il momento in cui iniziò a esistere davvero, come persona e come scrittore. Da lì in avanti, cominciò a vivere nei ricordi, trasformando il presente in un grande flashback, un contenitore foderato di tutte quelle emozioni che aveva provato nel suo Paradiso terrestre, l’infanzia.

 

Il Giuseppe bambino, “un bambino che solo la morte mi restituisce”, come scrive la Lo Iacono dando voce all’autore, resiste, e continua a esistere, oltre il tempo e oltre gli spazi, avvolto da un passato che è ancora vivo in Tomasi di Lampedusa.

 

Lo scrittore quasi sessantenne, che nel 1954 inizia a scrivere “Il Gattopardo”, ha ancora negli occhi il primo sguardo sul mondo che ebbe in quell’estate del 1903, a Santa Margherita, e conserva lo stupore che prelude al mistero della vita, lo stesso mistero che ai bambini viene negato e che si comprende solo con l’età adulta (“D’altra parte i misteri delle cose dovevano restare sconosciuti ai picciriddi, diceva”). Ma Giuseppe Tomasi di Lampedusa ebbe la fortuna di non aver mai oltrepassato il limite dell’infanzia, conservando la meraviglia per un’esistenza ancora sconosciuta che si svela solo con l’arrivo della morte. Ecco perché “Il Gattopardo” – scritto da quel Giuseppe ancora bambino, benché ormai uomo fatto e finito – è soprattutto un romanzo sulla Sicilia e sull’importanza della morte – quella del principe Salina così come dell’occidente intero –, una morte propedeutica alla vita stessa perché tutto nasce a partire dall’epilogo, e nel principio di ogni cosa è racchiusa la fine di tutto. I bambini conoscono già la morte, se la portano dentro convertendola in vita, dandole il volto luminoso della loro nostalgica allegria. Un cerchio eterno che diventa rito, ripetizione e che non si conclude mai.

 

Questo è l’eterno ritorno del Gattopardo, la morte mai avvenuta di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Questo è il senso di un divenire senza futuro, un fiume che non scorre mai.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi