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Il diavolo d’estate e il sud che pare non esistere più

Conversando con la Sicilia, Accardo libera la memoria e dà cornice, anima e respiro al racconto di un’estate di arsura e incendi, tempeste ormonali e ossessioni notturne, dolori che non sanno trovare le parole giuste e dialetto come lessico familiare

5 Agosto 2019 alle 11:51

Il diavolo d’estate e il sud che pare non esistere più

Per una coincidenza astrale, di quelle che fanno felici i lettori, nella stessa stagione in cui La nave di Teseo pubblica “Tutte le opere” di Ercole Patti riportando l’attenzione su uno scrittore unico e sottovalutato, esce, per un piccolo editore che inaugura una nuova collana, un bel romanzo dall’estetica inequivocabilmente pattiana: “Il diavolo d’estate” di Giovanni Accardo, un professore siciliano che da decenni vive e lavora a Bolzano e va ad aggiungersi a una schiera di scrittori isolani non per nascita né per nostalgia ma per tradizione e scelta letteraria. Conversando con la Sicilia, Accardo libera la memoria e dà cornice, anima e respiro al racconto di un’estate di arsura e incendi, tempeste ormonali e ossessioni notturne, dolori che non sanno trovare le parole giuste e dialetto come lessico familiare. “Il diavolo d’estate” racconta un sud che sembra non esistere più se non nel ricordo e nelle ossa di chi oggi ha tra i quaranta e i sessant’anni, e invece, con qualche aggiornamento e aggiustamento, quel meridione assolato e desolato esiste ancora anche se finisce sempre meno nei romanzi contemporanei, un po’ per paura di sfidare i classici e la saturazione, un po’ per aggirare il rischio della rappresentazione da cartolina.

 

L’operazione di Accardo invece è riuscita: c’è una trama di impianto classico, c’è una lingua viva – il dialetto usato nei dialoghi è così verosimile che sembra di sentirne le esortazioni (“adduvigghiati, Totò!”) – e ci sono due generi, il giallo e il romanzo di formazione, in equilibrio fra loro. La storia si svolge nell’estate del 1978, pochi mesi dopo l’assassinio di Aldo Moro, e la voce narrante è quella di Salvatore detto Totò, diciassettenne che trascorre le giornate tra le strade e le case di un piccolo paese dell’entroterra, e insieme a due amici, Siso e Ignazio, ha fortemente voluto l’apertura di una discoteca. La vita di paese non può bastare a un gruppo di adolescenti affamati, solo in parte esclusi dal mondo (quella vita è una riproduzione su scala minore ma concentratissima di ciò che accade nelle grandi città, divertimenti e malizie comprese).

  

Tutto è rovente, infuocato: le strade, i rapporti familiari, la sensualità – finché qualcosa non brucia per davvero, segnando l’inizio di un mistero e di una tragedia. La discoteca viene incendiata, con Ignazio dentro. Per molto tempo Totò non riesce ad accettare che quel corpo informe, che somiglia più a un tronco d’albero carbonizzato che alla figura dell’amico, sia davvero appartenuto al ragazzo con cui ha condiviso o creduto di condividere ogni cosa. L’incredulità non riesce ad alfabetizzarsi se non in forma di turbamenti, conati di vomito e la percezione di una presenza non umana, che porta con sé il detto e il non detto di un caso difficile da risolvere perché, innanzitutto, difficilissimo da accettare. “Mentre dormivo, il diavolo incominciò a volare nella stanza. Sentivo il rumore sopra di me, tra il mio corpo e il soffitto. Non riuscivo a vedere nulla, però sapevo che era il diavolo a fare quel rumore. Mi aveva inchiodato ancora una volta a letto, con la lingua legata e le ginocchia paralizzate”.

 

Mentre Totò si chiede se esista sul serio la creatura demoniaca che infesta le sue giornate, e se esista sul serio anche Angela, bellissima e pazza, inaspettata iniziatrice di un’educazione sessuale travolgente, che lo riceve in casa quando il marito non c’è scatenandogli turbamenti e sensi di colpa, la vita di paese, intorno al delitto, continua indisturbata, con i ritorni estivi degli emigrati dalla Svizzera e dall’America, l’ansimare ritmico delle cicale, la scoperta di Kerouac e della beat generation, l’antagonismo fra il Partito comunista e la Democrazia cristiana a indicare la crepa insanabile tra il progressismo fuori dai giochi e l’immobilismo caricaturale.

 

La lunga estate di Totò coincide con l’accettazione di sé e dei rapporti profondi e nascosti tra le persone che lo circondano, dentro una famiglia in cui le donne comandano imperiosamente e per lui non c’è verso di scansare la paura di non essere all’altezza: delle ambizioni, dei sogni, della politica, della letteratura, della scuola e del lavoro che aspetta Totò da qualche parte, ma in continente, fuori dall’isola, perché al paese si può solo farsi andar bene il poco che si ha. Tra bicchieri riempiti di granita nella penombra clandestina, manate di aglio disseminate dalla madre nel letto per scacciare i diavoli e i cattivi pensieri del figlio, è tra le donne che Totò diventa grande e deve accettare una complicata verità su ciò che è successo al suo amico. Arriverà agosto, arriveranno l’autopsia e un funerale, arriveranno la chiusura delle indagini e l’inevitabile addio: ad Angela, al paese, alla famiglia, all’adolescenza, a un universo. E al diavolo, che troverà nuovi modi per manifestarsi – ma sempre puzzando un po’ di zolfo, come nelle lunghe adolescenze di una volta.

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