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I soldati delle parole

di Frank Westerman, Iperborea, 330 pp., 18,50 euro

24 Gennaio 2018 alle 15:58

Chi si ricorda ormai dei terroristi delle isole Molucche? Nella grande ondata di attacchi e attentati che sconvolse l’occidente durante gli anni di piombo, nella ridda di sigle quello dei molucchesi è stato un capitolo certo marginale e secondario, capace però di mettere a lungo in ginocchio l’aperta e tollerante Olanda, con una serie di prese di ostaggi nei treni, nelle scuole, in consolati e uffici statali, e un inevitabile prezzo di sangue. Dopo la guerra di decolonizzazione dell’Indonesia (’47-’49) l’arcipelago delle Molucche del sud finisce nelle mani della maggioranza musulmana. Per il piccolo esercito indigeno, cristiano-protestante, bene addestrato e fedele alla Regina, non c’è più posto. I soldati vengono trasferiti nei Paesi Bassi e smobilitati, ritrovandosi così senza occupazione né cittadinanza. Si tratta di 12.500 persone, “la più rara minoranza in Europa”, che viene relegata nell’ex campo di concentramento di Westerbork, da dove i nazisti avevano deportato più di centomila ebrei, zingari, omosessuali e oppositori diretti ad Auschwitz. Vent’anni dopo, nel ’70, le ultime baracche vengono demolite per fare posto al Monumento all’Olocausto. I molucchesi continuano a “non esistere” fino al 2 dicembre 1975, quando va in scena il primo sequestro di treno della storia. Un gruppetto di giovani velleitari dà corpo a una vicenda tragica e maldestra, che precipita nell’angoscia l’opinione pubblica olandese e mondiale. “Guardavamo con rispetto ai movimenti di liberazione del terzo mondo”, racconterà molti anni più tardi uno dei protagonisti. La rivoluzione cubana, i vietcong, i palestinesi, la vicinissima Raf, tutto si tiene, tra furore ideologico e confusione mentale. In ogni stanza di quei ragazzi campeggia un poster di Che Guevara, eppure la legittimazione della violenza che arriva da Herbert Marcuse e Jean-Paul Sartre, “purché sia rivoluzionaria”, non si estende ai “reazionari” molucchesi. “La loro lotta per l’indipendenza non rientra negli schemi mentali della sinistra”, annota Westerman. Il popolare giornalista e romanziere olandese propone un libro-inchiesta tutto incentrato sul “Dutch Approach”, la scelta delle autorità olandesi dell’epoca di trattare a oltranza con i terroristi, in qualsiasi caso, fino al limite del possibile. Westerman intervista vari mediatori, di ogni orientamento, e si sottopone egli stesso a un duro corso di simulazione, dove gli esperti mostrano al cronista i trucchi del mestiere. “Sono cresciuto con l’idea che progresso significhi: risolvere i conflitti con le parole”, scrive l’autore. Purtroppo, non tutte le mediazioni sono possibili, non tutti i sequestri si concludono con la resa dei terroristi e la liberazione degli ostaggi. Il sangue versato dai molucchesi sarà pur sempre una goccia nel mare, a fronte di quanto sarebbe accaduto dopo, con il terrorismo ceceno e i tagliagole dell’Isis: “Su ogni Libro Sacro, che contiene regole di vita, non ci starebbe male un adesivo del governo con scritto: I DOGMI UCCIDONO”. 

 

I SOLDATI DELLE PAROLE
Frank Westerman
Iperborea, 330 pp., 18,50 euro

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