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La Brexit è una guerra culturale

Destra e sinistra non contano più, il vero scontro è tra leave e remain, scrive il Times

5 Agosto 2019 alle 10:06

La Brexit è una guerra culturale

Il primo ministro britannico Boris Johnson visita la fattoria di Shervington a Newport (LaPresse)

“Boris Johnson ha imparato le lezioni del referendum del 2016, e i fallimenti politici ed economici che ne hanno determinato il risultato”, scrive James Kirkup sul Times: “Tuttavia, Boris Johnson non dovrebbe agire sulla base di questa analisi, perché rischia di rendere la politica fallimentare e la società più divisa”. Nei suoi primi discorsi da premier, Johnson ha affrontato alcuni delle ragioni che hanno portato alla vittoria del leave nel 2016. Il nuovo primo ministro si è recato nelle città più povere e degradate, e ha promesso di migliorare i trasporti e bilanciare la crescita. Il voto per uscire dall’Ue ha dato agli inglesi l’opportunità di esprimere il loro malcontento. Per troppi anni la politica ha trascurato le disparità tra diverse aree del paese, e si è dimenticata di quella metà dei cittadini che non manda i propri figli all’università. Il nuovo premier cosa può fare per aiutare i “left behind”? Destinare maggiori risorse alle aree impoverite potrebbe non bastare, secondo alcuni consiglieri del premier. Loro credono che bisogna riallineare la competizione politica e vincere la battaglia culturale della Brexit. Le categorie tradizionali – destra e sinistra – non bastano a inquadrare lo scontro in atto in Gran Bretagna. La vera divisione è tra il leave e il remain, e la maggior parte dei cittadini si identifica con una delle due categorie. Questo nuovo bipolarismo rappresenta una battaglia culturale che va ben oltre il dibattito sui rapporti futuri con l’Unione europea. Paradossalmente, i sostenitori del leave non sono uniti sulla Brexit: all’interno dello schieramento c’è chi desidera uno stato forte e generoso dopo l’uscita dall’Ue, e chi invece è favorevole all’austerity, e intende trasformare la Gran Bretagna sulla base del modello Singapore.

 

Ciò che unisce i sostenitori del leave e del remain sono i valori: l’idea di cosa è giusto e sbagliato, e come dovrebbero essere il paese e la società. Gli euroscettici vogliono “un ritorno ai valori tradizionali britannici”: più rispetto per l’autorità, punizioni più dure contro i criminali. Questo conta più delle teorie economiche. Secondo Paula Surridge, una sociologa politica, i leavers di destra e di sinistra appartengono allo stesso gruppo elettorale. Molti commentatori hanno contestato la nomina di Priti Patel come ministro dell’Interno, a causa del suo sostegno in passato alla pena di morte, un tema su cui gli euroscettici di destra e di sinistra sono entrambi d’accordo. Le promesse sulla Brexit potrebbero non bastare per mobilitare la coalizione vincente del 2016, quindi il partito del leave (ovvero i Tories) deve mostrare agli elettori di condividere i loro valori. “Ci sono mille problemi con una politica divisa tra destra e sinistra – conclude Kirkup – Ma una frammentazione tra leave e remain sarebbe molto peggio. La sfida non sarebbe più incentrata sulle politiche economiche e sociali ma sul genere di persone che siamo. Se la politica diventa una battaglia di valori non può più esserci una via di mezzo in cui trovare un compromesso. Quindi, complimenti al primo ministro per avere accettato di aiutare le persone di cui la politica si è dimenticata. Ma ricordati, l’unico modo per vincere una guerra culturale è non combattere”.

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