Terrazzo

Per lo Stretto di Messina ecco un ponte fascista

Andrea Bentivegna

Nelle sale della Wolfsoniana di Nervi, a Genova, una mostra dei primi progetti di collegamento tra Calabria e Sicilia risalenti agli anni '50. L'opera principale è l’antico progetto di Armando Brasini

Mentre Salvini ribadisce che il ponte sullo Stretto si farà, a Genova, nelle sale della Wolfsoniana di Nervi, è in corso una mostra incentrata sul progetto di Armando Brasini per unire la Sicilia alla terra ferma risalente addirittura agli anni Cinquanta. Collegare le due sponde con un ponte o un tunnel è un’idea che ossessiona i progettisti dagli albori dell’unità d’Italia. Le proposte nel tempo sono state innumerevoli, alcune anche firmate dai grandi geni dell’ingegneria italiana come Nervi e Musmeci o come il fantascientifico anello di Giuseppe Perugini. Eppure, ciò che abbiamo modo di vedere nella mostra dal titolo Ponti e pontili. Intorno al progetto di Armando Brasini per il Ponte sullo Stretto di Messina è qualcosa di unico e diverso. Probabilmente perché Brasini stesso era diverso dagli altri. La definizione che meglio si addice alla sua architettura in effetti è di “epica monumentalità”. Nato alla fine degli anni ’70 dell’Ottocento ha attraversato l’epopea moderna con disinteresse, lui aveva un altro orizzonte, non guardava al futuro ma ai grandi del passato. È spiazzante dunque vedere come un architetto del genere abbia interpretato un progetto ancora oggi estremo e ai limiti delle possibilità umane. Possiamo finalmente farcene un’idea di fronte allo sbalorditivo plastico di oltre 7 metri che lo stesso architetto realizzò e che è per la prima volta è visibile al pubblicò proprio in questa mostra curata da Matteo Fochessati e Anna Vyazemtseva. Brasini con il suo stile monumentale fu uno degli architetti della Roma di Mussolini e, dopo aver proposto un Mausoleo per Evita Peron in Argentina, il Palazzo dei Soviet a Mosca, e il Faro della Cristianità a Saxa Rubra, a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, con questo progetto, tentò di celebrare anche l’Italia del boom economico.
 

Un ponte a più campate con quella principale sospesa a due monumentali piloni che emergevano da altrettante isole artificiali costruite a metà dello Stretto. Un’opera – è il caso di dirlo – “ciclopica” e infatti l’architetto lo aveva ribattezzato ponte Omerico. Del progetto, oltre al modello, sono esposti in mostra – fino al 19 maggio – anche gli elaborati grafici; tutto materiale giunto alla Wolfsoniana grazie a una generosa donazione.
 

Ciò che affascina di questo ponte così come di tutte le altre di Brasini non è tanto la qualità intrinseca ma piuttosto l’eroismo di un artista che sfidava il proprio tempo. Troppo spesso deriso dalla critica è questo invece un raro caso di riabilitazione popolare. «Sarò malato ma io amo questo ponte, ci devo passare almeno due volte al giorno» diceva Nanni Moretti in sella alla sua Vespa percorrendo l’ipertrofico ponte Flaminio a Roma in Caro Diario. Una dichiarazione d’amore che spiazzò molti e che aprì gli occhi su protagonista unico del nostro Novecento che questa preziosa mostra ci aiuta a riscoprire anche dal punto di vista scientifico attraverso uno dei suoi lavori più straordinari.

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