Reggio Emilia e i suoi complessi

Michele Masneri

Il rilancio della città emiliana passa per il restauro di San Pietro

La borghese Reggio Emilia da sempre – già lo raccontava il fondamentale viaggio in Italia del conte Piovene – vive un complesso d’inferiorità verso le sue vicine, le ex capitali ducali Modena e Parma, e da anni sta cercando di risalire la china. La città dove è nato il tricolore con la Repubblica cisalpina ha calato i tre grandi assi, i tre ponti strallati e la stazione ad alta velocità mediopadana disegnati da Santiago Calatrava, diventando una piccola Valencia bianca tra le mucche del Parmigiano-Reggiano. Ora è il turno del centro storico, col recupero degli enormi chiostri benedettini del complesso di San Pietro, che comprende anche la chiesa omonima sormontata dalla sua grande cupola.

 

 

La Chiesa di San Pietro a Reggio Emilia (Foto Wikipedia)


  

Il lavoro è stato affidato allo studio Zamboni e associati. Lavoro non facile: restauro conservativo dei due chiostri, di quello tardo quattrocentesco più piccolo e di quello manierista di circa un secolo dopo (attribuito nientemeno che a Giulio Romano, l’allievo di Raffaello autore del Palazzo Te a Mantova, altra rivale); e costruzione di un nuovo edificio che consente di modernizzare l’intero complesso fornendo la città emiliana di un centro polivalente adeguato a convegni, mostre e manifestazioni varie a partire da Fotografia Europea, il festival legato alla memoria di un maestro indigeno come Luigi Ghirri. Operazione non semplice anche perché a ogni ponteggio che sboccia c’è sempre un critico antimoderno in agguato; ma i numeri dell’opening dello scorso weekend son buoni: quindicimila visitatori, mica male per un edificio praticamente vuoto (la rivincita della rustica Reggio adesso forse preoccuperà le aristocratiche vicine). 

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