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Bauhaus rivisitato

In una lezione molto affollata al Maxxi Barry Bergdoll, docente alla Columbia oltre che curatore al Moma, demolisce abbastanza luoghi comuni su uno dei brand più celebrati del Novecento

24 Marzo 2019 alle 06:00

Bauhaus rivisitato

Sedute tubolari di Marcel Breuer

Tutto quello che sapete sul Bauhaus è probabilmente falso. Lo dice uno dei massimi esperti, Barry Bergdoll, docente alla Columbia oltre che curatore al Moma (foto a sinistra): in una lezione molto affollata al Maxxi ha demolito abbastanza luoghi comuni su uno dei brand più celebrati del Novecento (soprattutto quest’anno, per il suo centenario). “Impossibile scampare al Bauhaus”, dice al Foglio Bergdoll, che curò la celebre mostra del Moma del 2009. “Intanto le mostre sono sempre state importantissime per costruirne il mito”. “La prima arriva già nel 1923 e Walter Gropius, il fondatore, fa stampare migliaia di cartoline che vengono inviate in tutto il mondo, perché capirono, tipo Instagram oggi, che non era necessario che la gente andasse veramente, bastava vederne un’immagine”.

 

Non c’è neanche uno stile Bauhaus (quello a cui normalmente si associano palazzotti dalle linee tonde e balconcini geometrici) che è invece solo una delle tante versioni del modernismo, la versione di Gropius. “Il fatto è che non c’è mai stato un design Bauhaus. Se vai a Tel Aviv e fai il tour apposito, devi sapere che probabilmente nessuno degli architetti che ha costruito quei quartieri è mai stato al Bauhaus. Bauhaus era una scuola e un metodo di insegnamento basato sul concetto, allora rivoluzionario, del workshop o dell’imparare facendo”. “La scuola durò solo 14 anni, dal 1919 al 1933, vi si insegnavano pittura, teatro, grafica, il colmo è che l’architettura come materia arrivò solo in un secondo tempo”.

 

Anche il mito dell’esilio è una geniale trovata – la sede si spostò da Weimar a Dessau a Berlino, chiusa definitivamente dai Nazisti nel ’33. “A Weimar lasciarono tutto, edifici e utensili, ma Gropius pretese di portarsi dietro una cosa sola, i diritti d’autore sul marchio Bauhaus, perché ne aveva capito la potenzialità straordinaria. La scuola poi faceva come Amazon o Google oggi: metteva in concorrenza le città per chi dovesse ospitarli. Così, quando si spostarono da Weimar, Dessau gli dette dei finanziamenti e si trasferirono lì. E poi a Berlino, fino al ‘33”. Poi lo sbarco negli Stati Uniti. “A certificare il ruolo del Bauhaus ci fu un’altra grande mostra, quella al Moma del 1938, che impose il brand a livello globale, anche togliendone parti spurie come quella di Hannes Meyer, direttore del Bauhaus dopo Gropius. Meyer era più interessato ai problemi sociali, ai materiali economici, alla relazione con l’ambiente. Si trasferì poi in Unione Sovietica. La mostra al Moma lo tagliò fuori completamente, così come gli accenni al marxismo, e impose il Bauhaus come simbolo di democrazia, di lotta contro il nazismo – ricordiamoci che eravamo nel 1938”. E in America, il Bauhaus operò e divenne celebre, diventando sinonimo di international style, disegnando i grattacieli riflessivi di New York, ma “non è che fosse un gruppo compatto di émigrés: questa è l’idea corrente, ulteriormente consolidata dal libro di Tom Wolfe, ‘From Bauhaus to our house’, mentre erano invece uno contro l’altro: c’era Gropius che insegnava a Harvard, c’era Moholy-Nagy che aprì il New Bauhaus a Chicago, o l’Iit sempre a Chicago di Mies Van der Rohe”. E non avevano quasi niente in comune.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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