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Metti Giorno in galleria

Il poeta John Giorno, tutto in blu, sneakers Acne, arriva apposta da New York a inaugurare la mostra. Pannelli con i suoi haiku aggressivi brillano nella Gnam

10 Febbraio 2019 alle 06:00

Metti Giorno in galleria

I love John Giorno, Palais de Tokyo) - Foto di Jean-Pierre Dalbéra via Flickr

“Ognuno è una completa delusione!”; “nessun cazzo è duro come la vita!”, “devi bruciare per poter brillare!”. Il poeta John Giorno, tutto in blu, sneakers Acne, arriva apposta da New York a inaugurare la mostra che si intitola come una delle sue fortunate poesie-stickers, “You got to burn to shine”, devi bruciare, appunto, alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma. I suoi pannelli con i suoi haiku aggressivi brillano nella Gnam e il poeta ricorda le origini lucane (di Matera, dunque elegantemente “sul pezzo”), ma anche Roma gli piace sempre molto: la prima volta è venuto nel 1958 e stavano girando “La dolce vita”, la seconda è stato al leggendario festival di Castelporziano, quello della tre giorni di poesia tra le dune di Capocotta del 1979 (la Woodstock de noantri).

 

Nostalgia romana

Il film che racconta quando la capitale era “swinging”. Tutt’altra cosa rispetto alle giornate che l’hanno appena sconvolta (caso Marino) tra lo lo schiaffo del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione: Roma non ha gli anticorpi contro il degrado, Milano è la capitale morale e la surrealtà che diventa cronaca quotidiana dell’assurdo.

 

Giorno ha prima declamato versi indirizzati al pubblico dell’inaugurazione, poi ha accompagnato i visitatori tra le sue sperimentazioni orali-visive, a partire da quella forse più nota, Dial-a-poem (1968–2012), installazione con un vecchio telefono che scandisce versi ogni volta che si solleva la cornetta. L’idea nacque, pare, da uno scambio con Burroughs; all’inizio le linee erano dieci e Giorno si accorse subito che il picco di telefonate avveniva in orario di lavoro (forse per noia o forse per scroccare il telefono all’azienda, in tempi di telefonia costosa). Nel pacchetto dati erano comprese anche dichiarazioni delle Black Panthers. E poi appunto “God is man made”, i suoi slogan serigrafati in smalto su lino.

 

Passeggiando così, alla Galleria d’arte moderna

Percorsi più facili e non più obbligati. Incontro con la nuova direttrice, Cristiana Collu. “L’idea di venire a Roma con un progetto pronto era come se mi pregiudicasse la potenzialità che questo luogo invece esprime”.  Reinterpretata la collezione del museo, che è tornato a essere un luogo di scoperta, sempre più disposto al nuovo, alla ricerca.

 

Nella mostra, curata da Teresa Macrì, tanti oggetti animati e non: i Nervous tree, alberi nervosi che saltellano sul pavimento molto stressati, idea di Kristof Kintera, accanto a un omino un po’ Cattelan un po’ Salvini con felpa e cappuccio che sbatte la testa contro il muro (“Revolution”). Un video di Jeremy Deller, “Everybody in the place: an incomplete history of Britain 1984-1992”, racconta il ruolo dei rave parties e dell’ecstasy nelle proteste inglesi contro i governi Thatcher. “Più forte del lampo di magnesio”, di Luca Guadagnino (sì, proprio lui, che dal cinema all’arredamento ormai si cimenta con tutto), è una scultura di cuboni di vetro ambra a comporre un cubo più grande tipo Rubik. Fiamma Montezemolo, artista e antropologa di stanza a San Francisco, raccoglie col neon frasi da un racconto di Borges, “L’etnografo”, in cui il protagonista viene spedito a indagare gli abitanti di una misteriosa comunità, per scoprire il loro segreto. Quando torna alla civiltà però decide di tenerselo per sé.

 

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