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Florence Knoll e la rivoluzione degli spazi del lavoro d’America

La regina madre dell'arredamento novecentesco è morta venerdì scorso a 101 anni. Vita e opere dell'architetto che è stata pioniera del design

1 Febbraio 2019 alle 14:17

Florence Knoll e la rivoluzione degli spazi del lavoro d’America

Se non ci fosse stata lei non ci sarebbero stati Mad Men né i tavolini ovali e le chaise longue che hanno disegnato i meglio uffici americani e poi i tinelli italiani. Florence Knoll, morta venerdì scorso in Florida, è stata la regina madre del design novecentesco. A lei si devono le poltroncine Tulip di Eero Saarinen e la Barcelona Chair di Mies van der Rohe e in generale l’estetica “mid century oggi in generale riscoperta ma già tanto usata nelle case lombarde “bene”. E’ stata una specie di Inge Feltrinelli del design: arrivando ai mobili per esperienza personale ma soprattutto per matrimonio.

 

Nata Florence Schust in Michigan, nel 1917, figlia di un industriale dolciario, era rimasta orfana piccina, di mamma e di papà, e gli esecutori testamentari tipo “Quarto potere” però riflessivi la instradano non alla finanza ma alla sua passione: l’architettura. La mandano alla fondamentale Kingwood School e poi alla Cranbook Academy, entrambe progettate e dirette da Elie Saarinen, papà di Eero, che era stato incaricato di creare un Bauhaus americano. I Saarinen immediatamente la adorano e adottano, e cominciano soggiorni finnici d’estate, incontri con le meglio intelligenze nordeuropee al lume della fioca luce boreale. Studia architettura alla Columbia e poi a Chicago, si imbatte in tutti gli archistar fuggiaschi dall’Europa fascia: Alvar Aalto, Marcel Breuer, Walter Gropius e Ludwig Mies van der Rohe. Più altri futuri dioscuri del mobile d’acciaio, Charles e Ray Eames (coppia rivale nel dominio mid modern).

 

A New York incontra Hans Knoll, erede di una dinastia di mobilieri che sta cercando di importare un po’ di Europa in America: lei entra in azienda e progetta prima la rivoluzione del mobile d’ufficio, e poi il matrimonio col capo, nel 1946. Lui bada ai conti e lei alla creatività, soprattutto convincendo artisti e architetti a cimentarsi col design, settore sconosciuto e sospetto ai tempi. Rinchiude lo scultore friulano Arri Bertoia in un fienile per vedere se la sua maestria nel lavorare il metallo avrebbe mai portato a qualcosa di simile a una sedia (lui diverrà americano, si chiamerà Harry, e se delle sue opere artistiche si son perse le tracce, la sua Bertoia diventerà una delle sedie più vendute al mondo).

 

A Eero Saarinen, suo fratellastro, chiede una poltrona che sia “come un grande cesto di cuscini in cui raggomitolarsi”, e lui crea la Womb Chair. Soprattutto, mette in produzione pezzi unici che diverranno poi longseller, come la Barcelona Chair di Mies van der Rohe, che era stata pensata per il padiglione (vuoto) della repubblica di Weimar all’esposizione universale di Barcellona del 1929. “Ideale platonico di poltrona” secondo Tom Wolfe, “quando vedi il sacro graal di Knoll, saprai di essere in una casa in cui un giovane architetto e la moglie avranno sacrificato tutto per portare la parola di Dio nel loro interno”. Poi, nel catalogo Knoll, tutto il meglio: da Isamu Noguchi all’italiano Franco Albini, una specie di museo del design permanente effettivo da salvare in caso di conflitto nucleare.

 

Di suo ha fatto pezzi fondamentali, tra cui il tavolone di legno con zampe di metallo, e un divano “iconico”, ma fu soprattutto nota per aver rivoluzionato il design degli uffici con la sua “Knoll Planning Unit”, una specie di unità di crisi per liberare le stanze dei bottoni americane dalle poltrone in pelle umana. Grazie a lei l’ufficio smette di essere fantozziano: giù la paretina, arriva l’open space: e se la scrivania diventa tavolo, e lo schedario non è più un mostruoso anfratto da relegare in una apposita stanza, bensì un grazioso mobiletto che può perfino essere mostrato in pubblico, è dovuto sempre a lei, che ridisegna le quinte dell’America 9 to 5, dal grattacielo Cbs a New York disegnato da Saarinen alle sedi di General Motors e Seagram.

 

E’ stata insomma una Peggy Olson che ce l’ha fatta: anche lei era arrivata a Madison Avenue - indirizzo della ditta - speranzosa e pioniera. Solo che lei gli uffici li disegnava: e il suo capo riuscì davvero a sposarlo. Gli sopravvisse, anche. Lui muore in un incidente di macchina nel ’55, lei diventerà presidente, si risposerà, e sarà la prima donna ad aver ricevuto la Medaglia d’oro per il design (in un Paese sprovvisto di Compassi).

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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