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Bauhaus e i suoi derivati

La Germania celebra i 100 anni della scuola nata nel 1919 a Weimar e chiusa nel 1933 dai nazisti, che fecero la sua fortuna

6 Gennaio 2019 alle 06:16

Bauhaus e i suoi derivati

Foto tratta da Wikipedia

Il 2019 è l’anno di Bauhaus. La scuola d’arte e design aprì cent’anni fa a Weimar, e sebbene rimase attiva per soli 14 anni, ebbe un’influenza globale che oggi la Germania si appresta a festeggiare in lungo e in largo. I suoi derivati si sparsero poi nel mondo grazie ai nazisti.

 

Nel 1933 Alfred Rosenberg, delegato per Hitler alla Cultura, mandò la Gestapo a circondare l’edificio a Berlino. Ludwig Mies van der Rohe, direttore della scuola, non si perse d’animo e andò nel suo ufficio. “Bauhaus è un’idea, e non ha niente a che vedere con la politica”, gli disse. “Guardi la sua scrivania, la sua orribile scrivania. Le piace? Io la butterei dalla finestra”. I nazisti dovevano avere dei complessi estetici, perché, invece che essere sparato seduta stante, van der Rohe ottenne di poter riaprire, però a patto di cambiare due cattivi maestri, Ludwig Hilberseimer e Vassily Kandinsky, con "soggetti che garantiscano i principi dell’ideologia Nazionalsocialista”.

 

Van der Rohe riunì i colleghi, fece aprire dello champagne, e poi chiuse la scuola per sempre. Che rottura, il nazismo: si veniva dagli anni di Weimar, culla magari inflattiva ma così creativa della Germania decadente , e per chiunque avesse qualsiasi talento minimamente artistico: “Non vogliamo nient’altro che chiarezza, semplicità, onestà”; aveva detto Georg von Schnitzler, commissario tedesco, aprendo l’Expo di Barcellona, dove van der Rohe stupiva il mondo col suo padiglione tutto vuoto, ideale show room per le sue chaise longue poi longseller Knoll.

 

Ma già Bauhaus - in tedesco “staatliches Bauhaus, scuola di costruzione nazionale” - aveva dovuto traslocare due volte: la prima da Weimar, sede aperta nel ’19 da Walter Gropius come scuola di design interdisciplinare, dove giovani architetti-artisti-designer avrebbero studiato insieme, non in classe ma in workshop modernissimi. Per Gropius le arti dovevano rispondere ai bisogni della società di massa: serviva formare tecnici per dar nuova forma al mondo delle più avanzate tecnologie. Un orgoglio Ipf e Itis contro l’alta accademia d’architettura. Ecco dunque materie attualissime, e alternanza scuola (poca) e lavoro (tanto): tipografia, ceramica, legno e metallo, tessuti, vetri e sculture, pittura, pubblicità, teatro e fotografia. Tutto insieme: una factory “totale”dove l’architettura era solo facoltativa, mentre i laboratori mischiano le più moderne tecnologie con l’artigianato locale “spontaneo” (a dirigere il workshop “mobili” c’è Marcel Breuer che lavora soprattutto sul tubolare; mentre al modulo tessuti c’è Paul Klee, mica male come corpo docente). Generarono sedie, lampade, font, miti, materiali: il “ferro filato”, una specie di cerata resistentissima per fare la poltroncina Wassily che Breuer dedica al collega Kandinsky. Le nostre case scoprirono il tubolare di ferro, e non furono mai più le stesse.

 

Nel 25, sgraditi al consiglio comunale di Weimar, si spostano a Dessau – allora Brianza o Silicon Valley tedesca - nella sede disegnata da Gropius stesso, che rimane come brand del gruppo. Infine nel ’32, cacciati anche da qui come sporchi bolscevichi, vanno a Berlino, per pochi mesi.

 

A dirigere è appunto Ludwig Mies van der Rohe. Figlio di uno scalpellino esperto in tombe, nato solo Mies, poco minimalista con l’araldica, si era aggiunto il finto cognome nobiliare strada facendo; molto dannunziano nell’inventiva da copy - creò gli slogan “less is more” e “Dio è nei dettagli” – , non fu mai particolarmente antinazista: tentò anzi di ingraziarsi Hitler in tutte le maniere. Il dittatore, che come tanti colleghi era architetto dilettante (era stato in gioventù respinto alla facoltà di Vienna), comprendeva l’importanza del mezzo per propagandare la nuova Germania, e amava il funzionalismo. Committente ideale (come Mussolini, a lungo corteggiato invano da Le Corbusier) per grandi opere senza ricorsi al Tar, non se ne fece però mai nulla. Van der Rohe fu infatti sorpassato a destra da Albert Speer, collega più scaltro che con successo propose un’architettura di regime drammatica e pomposa, un neoclassico imperioso-depressivo più adatto alla propaganda demente del Reich. Van der Rohe fu così costretto, finalmente, a emigrare negli Stati Uniti. Visita Lloyd Wright, scopre i piaceri del capitalismo, comincia a fare i suoi celebri grattacieli (il Seagram di New York, Lakeshore Drive a Chicago, oggi accanto a una Trump Tower), a Chicago ancora la Farnsworth House tutta di vetro, e la sede del Massachusetts Institute of Technology di cui diventa preside.

 

Gropius invece va a fare il preside a Harvard, e Laszlo Moholy-Nagy fonda il New Bauhaus a Chicago. Altri raggiungono Israele, disseminando Tel Aviv di angoli stondati e piastrelline di fibra di vetro. Bauhaus aveva chiuso per sempre, ma era già diventata un’alma mater e un placement office leggendario tipo Bocconi o Mondo di Pannunzio. Nel 1938 il MoMA farà una prima gloriosa mostra, a cui ne seguiranno migliaia. Il non-abbraccio mortale di Hitler garantirà a Bauhaus la fama eterna (altri spunti, insomma, per quella storia dei grandi dittatori e del loro benefico apporto all’architettura che da tempo si sogna di scrivere, o leggere).

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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