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Frank Gehry goes to Hollywood

Novant’anni dell’archistar più archistar di tutte. Un libro ricostruisce la vita del progettista che sembra un romanzo di Philip Roth

18 Novembre 2018 alle 06:08

Frank Gehry goes to Hollywood

Che vita, Frank Gehry. Nato Frank Goldberg a Toronto nel 1929, l’architetto oggi più globale fu costretto a seguire il padre cardiopatico in California, lavorando nella ferramenta di famiglia. Per mantenersi agli studi di architettura, guida un furgoncino e installa cucine a domicilio. Conosce entrambi i numi losangelini, Neutra e Schindler, con una predilezione per il secondo, più affine per carattere e propensione al bricolage. Dopodiché altre difficoltà: vince una borsa di studio al Mit di Boston, ma in urbanistica, di cui non gli frega niente, allora va a lavorare per l’inventore dei centri commerciali, Victor Gruen. La prima moglie gli fa cambiare addirittura cognome perché troppo ebraico. Con l’aiuto di uno psicanalista - è chiaro che la vita di Gehry è un romanzo di Philip Roth - a un certo punto capisce che deve fare quello che più gli piace, e allora cambia tutto.

 

Arrivato quasi ai novant’anni, oggi Gehry si gode la vita andando in barca a vela e inaugurando gli ultimi grandi progetti come il museo di Abu Dhabi o quello Louis Vuitton al Bois de Boulogne di Parigi. La sua storia però è stata piuttosto travagliata, specie quella professionale, come si capisce dalla biografia di Paul Goldberger appena tradotta in italiano, “Building Art. Vita e opere di Frank Gehry” (Safarà editore, euro 35). Il volume, opera dell’ex critico di architettura del New Yorker e del New York Times, è fin troppo monumentale, anche se l’edizione italiana ammicca alla sua breve fase decostruttivista usando un formato trapezoidale coi lati tutti sghembi.

 

A un certo punto Gehry cambia finalmente moglie, poi va a Santa Monica, dove compra una villetta di legno e ci costruisce intorno un manifesto di casa atelier come quelle dei suoi amici pittori Ed Moses o Chuck Arnoldi, ma più inventiva. E’ il primo manufatto gehriano a Los Angeles, oggi considerato monumento nazionale. All’epoca, però, difficoltà: arriva già il postmoderno e lui si ritrova ancora fuori moda o fuori sincrono. Finché con un guizzo dice: perché rifarsi agli stili del passato, perché tornare indietro solo fino al barocco o al rinascimento, quando si può regredire fino a una fase primordiale? Disegna così un ristorante (di pesce) in forma ittica a Kobe in Giappone, ispirandosi alla carpa per il gefilte fish che la nonna polacca teneva nella vasca da bagno a Toronto per ogni shabbat.

 

Nel 1989 vince il Pritzker Prize, e così arriva l’incarico decisivo, il Guggenheim di Bilbao che cambia le sorti della città basca fino a prima sfigatissima, e ridefinisce il concetto di archistar e di moto ondulato. Molto lo ha aiutato la comparsata nei Simpson, dove viene contattato da Marge per disegnare un museo a Springfield che diventa poi un carcere. Le sue forme coniche si moltiplicano per il globo – tranne che da noi ovviamente, i suoi progetti per Modena e Venezia osteggiati e dimenticati. Viene adorato, odiato, denunciato per parcelle pazze e infiltrazioni. Los Angeles, con una decina di suoi progetti, tra cui il Binoculars Building costruito intorno al cannocchialone di Oldenburg a Venice (oggi occupato da Google nella sua calata verso sud e la nuova “Silicon Beach”), è ormai una specie di parco a tema gehriano. Le celebrazioni per i 90 anni possono cominciare: sperando che gli incendi nel frattempo non brucino tutto.

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