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FACCE DISPARI

Marina Tagliaferri: "Con il personaggio di Un posto al sole c'è una sovrapposizione quasi unica"

Francesco Palmieri

Gli esordi in teatro con Carmelo Bene e Vittorio Gassman, poi ventisei anni nel cast della soap opera napoletana. Intervista all'attrice romana che sullo schermo interpreta Giulia Poggi

Giulia o Marina: da ventisei anni comunque la chiamiate lei vi risponderà, perché personaggio e interprete dopo tutto questo tempo si sono amalgamate con un’assimilazione che non dipende più dal casting, ma da un destino artistico. Convivono senza gelosia e si vogliono persino bene l’attrice romana Marina Tagliaferri e Giulia Poggi, suo alter ego nella soap opera napoletana ‘Un posto al sole’, giunta mentre scriviamo alla puntata numero 6.219 su Rai 3. Perché quand’è destino è destino, anche se si presenta spesso sotto il falso nome di “casualità”, scompigliando i fili di un ordito che la logica non prevede e che non prevedeva nella biografia di un’avviata professionista diplomata all’Accademia Silvio D’Amico, esordiente in teatro con Carmelo Bene e poi passata a recitare con Gassman, Sbragia, Salerno, Albertazzi più altri grossi nomi che essendo numerosi dimentichiamo. E poi il doppiaggio: Marina Tagliaferri ha prestato diverse volte voce a Meryl Streep (“per un’attrice la considero il modello, ed è un modello – dice – anche la sua doppiatrice storica Maria Pia Di Meo”).

Carmelo Bene come rodaggio non le diede capogiri?

Mi procurò la stessa sensazione di chi assiste per la prima volta a uno spettacolo del Cirque du Soleil. Non ero ancora diplomata all’Accademia e per fare ‘Amleto’ con lui dovetti chiedere il permesso al direttore Ruggero Jacobbi, che aveva avuto un pessimo rapporto con Carmelo. Per fortuna mi disse sì.

 

Se dovesse distillare un ricordo di quell’esperienza?

L’atteggiamento protettivo di Carmelo verso i propri attori e il grande concetto che ne aveva. Non è vero che esibisse un carattere tremendo, se non col pubblico quando non gli piaceva.

 

Dopo passò al rivale di Bene, Gassman, che la scelse per ‘Edipo re’.

C’era tra loro due una stima reciproca anche se si trovavano sui fronti opposti. Una volta chiesi a Vittorio cosa ne pensasse di Carmelo Bene e mi disse: “È l’unico che può permettersi di fare teatro di avanguardia in Italia”.

 

Cosa le restituisce la memoria di Gassman?

Un uomo fragile perché talmente grande dentro che rischiava di perdersi, ma non ha mai fatto pesare agli altri la propria sofferenza interiore. Della preparazione di ‘Edipo re’ ho un ricordo incancellabile, perché Gassman la trasformò in un laboratorio teatrale: ci chiuse per un mese in un albergo a Ronciglione, dove si lavorava dalle otto di mattina alle otto di sera. La Rai girò un bellissimo documentario.

 

S’impara più chiedendo o obbedendo? Più ascoltando o osservando?

Faccio due esempi. Uno è Giancarlo Sbragia: era regista e attore nel ‘Commedione’ di Fabbri impersonando il poeta Giuseppe Gioacchino Belli. Al termine della prima rappresentazione mi misi a piangere malgrado i suoi complimenti, perché capii che in palcoscenico lui non era più Sbragia ma Belli, mentre io mi sentii soltanto Marina Tagliaferri che recitava una parte. Dal giorno dopo mi lasciò provare nel pomeriggio da sola con lui, e negli otto mesi seguenti che andammo in scena mi misi a osservarlo con tutta l’attenzione. Ogni sera apprendevo qualcosa. Il secondo esempio è Enrico Maria Salerno, con cui feci ‘Otello’: non era capace di insegnare ma bisognava decodificarlo, come cercando la chiave di un crittogramma. Silenziose e invisibili lezioni.

 

Come approdò a ‘Un posto al sole’?

Mi avevano proposto per una sitcom con Johnny Dorelli, ma proprio mentre visionavano la cassetta del mio provino vi si posarono gli occhi del produttore che al monitor accanto selezionava il cast di ‘Un posto al sole’. Mi volle subito, ma il mio fu un timido sì: non avevo idea di cosa si trattasse e pensai che al peggio l’avventura sarebbe durata nove mesi. Sono trascorsi ventisei anni. Noi attori fissi di ‘Un posto al sole’ siamo invecchiati con i nostri personaggi. Una sovrapposizione quasi unica. Adesso è tornato nel cast Luigi Di Fiore che impersona Luca De Santis, con cui la mia Giulia ebbe ventidue anni fa una grande storia d’amore. Non c’è stato bisogno del trucco per simulare lo scandire del tempo.

 

Chi è Giulia Poggi, l’assistente sociale interpretata da lei?

Lo dico con le parole di un oste napoletano, talmente calzanti che me le appuntai: “Una femminista moderna radicata nei sentimenti materni”. Una combattente che non s’arrende mai ma si nutre di sentimenti antichi, di cui tutte le donne hanno bisogno.

 

Lo ha constatato pure nella vita?

Parlai con una vera assistente sociale: mi raccontò del caso di una donna che dopo anni di maltrattamenti aveva trovato la forza di fuggire con i due figli dal marito violento. E le confidò una cosa che la sconvolse: seguendo assiduamente ‘Un posto al sole’ aveva riflettuto che, se certi gesti di coraggio erano possibili nella finzione, forse avrebbero potuto esserlo nella vita. È questo il tema della speranza. Non sono una buonista, ma non bisogna mai smettere di credere che le cose riescano a cambiare in meglio.

 

Chi la incontra per strada la chiama più spesso Giulia o Marina?

Dipende: le persone più semplici mi chiamano Giulia, come mi capitò un giorno con quattro signore in un baretto di Testaccio. Quando alla fine ci salutammo, una mi disse: “Ciao nì!”, che a Roma s’usa per una figlia, una nipote. È questo l’affetto più verace, che non si manifesta solo perché sei un’attrice.

 

 

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