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Guglielmi, mente di una tv per “non deficienti”

Con la sua Raitre ha inventato trasmissioni, personaggi e un nuovo linguaggio televisivo. Il ritratto, scritto per i suoi ottant'anni, da chi ha lavorato con lui e conosce bene la sua “candida villaneria”  

2 Aprile 2019 alle 06:00

Guglielmi, mente di una tv per “non deficienti”

Angelo Guglielmi (foto LaPresse)

[Oggi Angelo Guglielmi compie 90 anni, quello che segue è un testo scritto dieci anni fa da Sandro Parenzo e pubblicato dalla rivista Panta. Festeggiamo così “gli 80 di un novantenne” che ha fatto la storia
o la storiella della tv]  


 

Nell’autunno del 1987, alle nove di mattina, nel quartiere Prati di Roma, in una tipica costruzione umbertina, un ascensore sale cigolando lungo la gabbia di ferro, decorato con qualche pretesa. Dentro, lo sguardo che non guarda tipico dei passeggeri degli ascensori, un signore dai capelli bianchi con qualche somiglianza con Enzo Jannacci tiene gli occhiali tondi cerchiati d’oro sulla fronte in un equilibrio improbabile. Accanto a lui il sosia di Erminio Macario, senza il ciuffo a virgola. L’ascensore si arresta al quarto piano, i due scendono e l’uomo degli occhiali non si perita minimamente di richiudere la porta che lascia spalancata. Guarda una targa di ottone con la sola scritta “Fortuna” e, visto che la porta non è chiusa, ignora il campanello ed entra dando per scontato che il compagno lo stia seguendo.

Uffici nuovi di zecca, corridoio centrale con le stanze dalle porte bianche che si allineano ai due lati. “Hai visto questi coglioni che uffici hanno messo su?”, dichiara a gran voce al simil Macario, non prestando la minima attenzione alla possibile risposta che peraltro non viene, sapendo il suo interlocutore che non è né richiesta, né – semmai venisse – considerata degna di attenzione.

  

Come Guglielmi, amante dei neologismi, coniò per la Parietti il termine “selvaggeria”, così vorrei proporre per lui “villaneria”. Non voglio minimamente intendere che Guglielmi sia villano…. villaneria come totale incapacità di rispettare le regole. In questo è consistita la sua grandezza televisiva

Chi scrive era uno dei due coglioni che attendeva nella stanza più grande, pomposamente denominata “sala riunioni”, e che non poteva fare a meno di sentire, anche perché il tono non pretendeva discrezione di sorta. L’altro coglione stava arrancando su per le scale e, prendendo fiato al secondo piano, si chiedeva perché gli ascensori venivano lasciati aperti solo quando uno doveva salire. Era Maurizio Costanzo, che – bontà sua – mi aveva preso come socio nella sua nuova società di produzione che realizzava, proprio da quell’anno, il Maurizio Costanzo Show. Quella mattina avevamo appuntamento nei nostri uffici con Angelo Guglielmi che veniva accompagnato dal suo fido Bruno Voglino.

 

Guglielmi aveva assunto la direzione di Raitre da qualche mese ed era l’unica creature della Rai disposta ad ascoltare qualche proposta di nuovi programmi, “addirittura” uscendo dal “Palazzo”.

 

E’ bene chiarire che, per Guglielmi, “coglione” non era affatto un insulto ma un epiteto bonario, quasi condito di simpatia, di curiosità umana. Al sesto piano della Rai, dove dimorava la Terza Rete, si sentiva spesse l’urlo di Guglielmi che imponeva a qualche spaventata segretaria di chiamarti: “Quel coglione di Ghezzi” oppure “quel coglione di Gabutti” e così via. Era un simpatico lessico familiare destinato ai pochi eletti della sua cerchia. Al momento non lo sapevo, né capii immediatamente l’onore, ma da quell’istante in qualche modo entrai a far parte dell’universo dei coglioni di Angelo Guglielmi.

  

Capisco bene che l’impatto con il nuovo direttore di Raitre non fosse dei più semplici. Come Guglielmi, amante dei neologismi, coniò per la Parietti il termine “selvaggeria”, così vorrei proporre per lui “villaneria”. Non voglio minimamente intendere che Guglielmi sia villano, conosco poche persone così profondamente garbate. Villaneria come totale incapacità di rispettare le regole. In questo è consistita la sua grandezza televisiva.

Nel banchetto dei televisivi, lui non sapeva minimamente stare a tavola. Quanto abbia contato in questo la sua provenienza culturale, la sua frequentazione delle avanguardie, non lo so dire. So con certezza che solo un uomo di solida cultura può ignorare le regole di una cultura, magari anche marginale, come quella televisiva. Totale mancanza di complessi, quindi anche di pudori.

 

Nessuno poteva immaginare quanto sarebbe accaduto in Rai. Ma torniamo indietro. E’ bene ricordare che la Terza Rete della televisione di Stato esisteva già prima dell’arrivo di Guglielmi. Da sette anni un progetto senza progetto occupava il terzo pulsante del telecomando, che risultava il meno frequentato dal pollice degli spettatori italiani. Era la Rete culturale. Il pasticciaccio viene deciso, come sempre accade nei momenti topici della storia della Capitale, in un ristorante. E’ il 1987. Biagio Agnes, Enrico Manca e Walter Veltroni, tra fumi di una carbonara, prendono una decisione storica: lasciare la direzione di una Rete, ovviamente la più sfigata, al Pci.

 

Dopo il monopolio democristiano (Bernabei), nel 1975 Dc e Psi si erano spartiti la Rai: la Rete ammiraglia ai democristiani, il secondo canale ai socialisti. L’universo delle tv private non aveva ancora trovato il proprio protagonista e solo l’anno successivo comparirà Bettino Craxi alla guida del partito. Ma anni dopo, le decisioni che vengono prese in quel ristorante sono ispirate dai nuovi protagonisti della politica: lo stesso Craxi – che aveva nel frattempo costruito, più che un grande partito, una gigantesca entità economica – e De Mita, che tentava di trasformare un ex impero economico in un grande partito. Entrambi in realtà ritenevano che dare un contentino al Pci avrebbe giovato ai propri progetti. In fondo il Pci era il partito degli intellettuali, la fucina dei dibattiti più pallosi, la fabbrica dei film d’autore destinati ai cineclub, la casa di ricovero dei documentari. E cosa si poteva trovare di meglio di un critico letterario, anzi di un critico letterario proveniente dalle avanguardie del Gruppo 63? Avvenne così che al momento dell’amaro venne fatto il nome di Angelo Guglielmi, che già da molti anni lavorava in Rai. In quel momento, senza che nessuno dei presenti potesse immaginarlo, venne emessa la sentenza cli condanna a morte di una certa televisione. Forse solo il giovane Veltroni, meno buono di come lo si dipinge, aveva il perfido sentore di chi stava mandando alla direzione di Raitre.

 

Eppure qualche segnale avrebbero potuto coglierlo i padroni di Raiuno e Raidue. Guglielmi si era già macchiato di eventi anomali, quale responsabile del primo talk di Maurizio Costanzo (Bontà loro), di fatto il primo talk della televisione italiana. Aveva anche prodotto, all’interno della Rai, il Galileo (film) di Liliana Cavani. Non ci fecero caso o li considerarono peccatucci veniali.

 

Proviamo a collocare il momento. Nel 1987 la televisione è fatta di canzonissime, premiatissime, giochetti e trallallà. Il 1987 è davvero un anno chiave nella storia della nostra televisione. Poco prima della fatale nomina a Raitre, Baudo e la Carrà si erano trasferiti armi (poche) e bagagli (molti) nell’impero di Berlusconi. La partenza dei due e l’arrivo di Guglielmi, per diversissime ragioni, trasformarono la Rai dimostrando – se mai ce ne fosse stato bisogno – che la concorrenza è fondamentale in un mercato e che senza di essa (come sta avvenendo per note ragioni da alcuni anni) non vi è innovazione e la qualità è destinata ad abbassarsi.

 

L’intellettuale Guglielmi non tradisce le attese e le prime decisioni fanno ben sperare chi si aspetta una Rete “culturale” destinata a produrre una noia mortale. Ripesca alcuni compagni d’avanguardia, gli architetti Gregotti e Cerri, la pensatrice Annamaria Testa e il raffinato Tullio Pericoli. Come se non bastasse, colloca responsabile dei palinsesto Enrico Ghezzi, oscuro cinefilo, dimenticato in una stanza della Rai ove da mesi le addette alle pulizie si rifiutavano di entrare e per la quale vi erano state vibrare istanze per procedere alla disinfestazione. L’armata Brancaleone si sta formando. Si aggiungono Voglino, Tantillo e Beghin. Si aggiunge un curioso personaggio, l’avvocato Enrico Gabutti, antico aziendalista cattolico del vivaio bernabeiano, uomo di regole, protocolli. delibere e precise normative. Messo lì probabilmente per controllare che gli intellettuali comunisti non facessero troppi danni. I primi incontri tra Gabutti e Guglielmi purtroppo non sono stati ripresi dalle telecamere. perché rappresenterebbero la punta più alta della spettacolo di quegli anni. Gabutti cerca di spiegare come funzionano le regole, cosa si può firmare e cosa no, i limiti di potere e di firma del direttore di Rete. Guglielmi, con la sua “villaneria”, lo ignora del tutto. Gabutti rischia malattia, mobbing, si trattiene a fatica. Guglielmi lo ignora completamente. L’avvocato tenta il trasferimento, medita di abbandonare. Già un paio di anni dopo sarà una dei collaboratori più preziosi di Guglielmi e uno dei protagonisti di quella irripetibile avventura.

  

E’ il telefono uno dei protagonisti della nuova Raitre, strumento in precedenza destinato alle massaie che ipotizzavano il numero dei fagioli nel barattolo di Raffaella Carrà. Da questo momento irrompe un nuovo soggetto, quella che nella Capitale verrà battezzata “la ggente”. La “ggente” è un pochino incazzata

Gli architetti e i pensatori del gruppo degli intellettuali hanno disegnato una nuova “cosa”: annunciatrici in bianco e nero tra virgolette, promo leggermente incomprensibili. Stili sofisticati per annunciare una Rete che ancora non c’è. E’ una delle teste più creative della tv, Lio Beghin. a buttare sul tavolo due trasmissioni poderose: Telefono giallo e Linea rovente. Le due idee sono eccellenti. Ma chi potrà condurle? Guglielmi naturalmente non pesca nell’esistente. Non gli interessa. Sono due giornalisti, diversissimi tra loro, a essere designati: Corrado Augias e Giuliano Ferrara. Augias assumerà toni fortemente anglosassoni: giacche di tweed, acconciature alla Corte d’Inghilterra e atmosfera da studio di Sherlock Holmes. Gli manca solo il cappellino a barchetta con i due frontini del celebre investigatore. Semplicemente perfetto.

 

Dall’altra parte compare Giuliano Ferrara, perennemente sudato, con due tiracche rosse che trattengono la camicia che minaccia di uscire dai pantaloni. Ma con abiti Caraceni ben tagliati e ben indossati, con un’eleganza e uno stile personale che pochi colgono ma da cui molti sono inconsapevolmente attratti. Lo sguardo da gattone pronto alla zampata, Ferrara gioca con i suoi topolini: gli ospiti in studio e i molti che intervengono al telefono.

 

  

E’ proprio il telefono uno dei protagonisti della nuova Raitre, strumento in precedenza destinato alle massaie che ipotizzavano il numero dei fagioli nel barattolo di Raffaella Carrà. Da questo momento irrompe un nuovo soggetto, quella che nella Capitale verrà battezzata “la ggente”. La “ggente” è un pochino incazzata. A posteriori qualche massmediologo potrebbe individuare in quelle telefonate i primi segnali del boato sordo che accompagnò il fenomeno che avrebbe visto la luce molti anni dopo con l’arresto di Mario Chiesa.

 

Angelo Guglielmi, contrariamente a quanto avveniva per le alte cariche della Rai, era accessibile – apparentemente – a tutti. Sottolineo l’“apparentemente” perché se è vero che con una certa facilità si raggiungeva il sue grande ufficio d’angolo al sesto piano del palazzone, riuscire a comunicare con lui era un altro paio di maniche. Il direttore urlava alla segretaria – l’uso del telefono interno non era necessario – di far entrare “quel coglione” di turno. Lo sventurato che sedeva di fronte al direttore assisteva agli esercizi di una sorta di contorsionista che tentava di togliersi un occhio con un righello di plexiglass, gli occhialetti sulla fronte, rovesciato sullo schienale della poltrona o infilato sotto un giornale aperto sulla scrivania. Apparentemente non dava né ascolto né attenzione alle parole del visitatore, in realtà registrava ogni cosa in siti misteriosi della sua mente. Contemporaneamente diceva quanto pensava avrebbe dovuto essere detto dall’interlocutore. Nelle mutazioni avvenute in questi ultimi anni nel Guglielmi, anche gli animi più laici, gli spiriti più razionali, non possono negare di vedere un intervento speciale di Qualcuno che lassù ha visto tutto e da tradizione giudaica ha voluto premiare e punire. Quel certo abbassamento di udito in fondo rappresenta la continuità tra il poco ascoltare di prima e il poco sentire di adesso. In fondo nulla è cambiato.

Ma torniamo all’inizio. Sento ancora il fiatone di Costanzo che finalmente raggiunge, come un naufrago la spiaggia, il pianerottolo al quarto piano. In debito di ossigeno, sibila “chi è il coglione che ha lasciato aperto l’ascensore!?”. L’incontro al vertice era completato.

 

Avevo già conosciuto Guglielmi molti anni prima, quando seguendo la redazione di “Quindici”, periodico culturale del Gruppo 63, ero arrivato a Roma e mi ero installato nella stessa sede, che poi era una stanza dell’abitazione di Nanni Balestrini, direttore e animatore del movimento. Era un luogo privilegiato e fortunato. Transitavano Umberto Eco, Alberto Arbasino, Mario Schifano, Pagliarani, Colombo, Giuliani, Guglielmi e tanti altri. Con “Quindici ” non si poteva campare, così cominciai a scrivere per il cinema e per un puro caso mi trovai a lavorare nel 1980 con un Silvio Berlusconi, allora sconosciuto, che iniziava a costruire la sua televisione. Ne diressi la sede romana, producendo centinaia di ore per la televisione, da Il pranzo è servito con Corrado a Drive in con i nuovi comici.

  

Quando ci incontrammo di nuovo, io ero un produttore-virtuale indipendente con qualche idea e pochissime relazioni, lui il direttore di un canale-virtuale fortunatamente dimenticato dagli appetiti del Potere, quindi paradossalmente indipendente. A complicare la comunicazione, va detto per onestà che chi scrive ha qualche difficoltà negli orali, parla troppo in fretta e si mangia le parole. Con Guglielmi trovai un equilibrio che assieme teorizzammo e a lui piacque molto. Parlavamo contemporaneamente e come in una corsa a ostacoli io infilavo qualche parola velocissima tra le sue. Entrambi abbiamo una cultura visiva, quasi una pagina stampata in mente ed entrambi ignoriamo la musica e da essa siamo ignorati. Così imparai a sentirmi negli spazi vuoti del suo testuale, nei bianchi tra una parola e l’altra. Ci comprendiamo benissimo. Un giorno gli chiesi: “Perché fai delle domande e poi non ascolti le risposte?”. “Semplice: le domande sono più interessanti delle risposte”. Andrebbe chiarito: le domande (sue), le risposte (degli altri).

 

Come si diceva. Guglielmi ascoltava con impazienza, ma aveva la capacita di registrare con velocità e selezione spietate quanto gli poteva interessate. Sono convinto che questa capacità gli deriva dal suo secondo mestiere, di critico e lettore. 

Così come sa sfogliare rapidamente un libro, selezionare le pagine che gli interessano, chiuderlo se non vale la pena, così ha fatto con la televisione. Sfogliava, cambiava, buttava. D’altra parte vi è una cerniera potente che ha legato i due mestieri: l’attenzione al linguaggio. Guglielmi, salvo di recente, ha voluto occuparsi solo di letteratura italiana. Riteneva che scrivere la critica di un libro letto in traduzione fosse un controsenso. Significava non coglierne il linguaggio. E il linguaggio, anche in tv, è tutto. […]

 

La Terza Rete comincia a preoccupare, non perché spende poco, non per i contenuti. Preoccupa perché fa ascolto. Questo non era previsto. La trasmissione di Donatella Raffai, Chi l’ha visto?, sfonda la barriera dei 1° per cento di share nel prime time. La componente sadomaso della trasmissione, con una severa maestra che bacchetta gli scolaretti che non rispettano le regole, che si prendono delle libertà non concordate, irrompe nelle case degli italiani e rivela come i fatti della gente qualunque catturino più interesse della storia dei Savoia o della gravidanza delle attrici. Crescono gli ascolti e precipitano nelle edicole le vendite dei rotocalchi popolari. Parte il primo seme che genererà mostri successivi (vedi Grande fratello).

Le preoccupazioni diventano incubi quando gli ascolti a due cifre si raggiungono con la leggendaria Samarcanda, dove ancora una volta è il linguaggio a diventare programma. Michele Santoro inventa un nuovo racconto della politica, assume la “villaneria” di Guglielmi, e la esalta. E’ un tornado che fa volare via i banchetti delle tribune politiche, le domande concordate, le buone maniere tra gli addetti ai lavori. Una tromba d‘aria devasta il tubo catodico. Arriva la piazza. Il tutto in diretta, senza ammortizzatori. Samarcanda e le versioni successive (da Il rosso e il nero in poi) creano – proprio per la novità del linguaggio – un problema di classificazione. E’ intrattenimento? E’ giornalismo! Non si tratta di cavilli: la classificazione pone il programma sotto la direzione di Guglielmi oppure sotto quella di Sandro Curzi, l’allora direttore dell’informazione a Raitre. Per quanto vicini, si tratta di mondi diversi. Guglielmi segue ii dibattito con palese disinteresse, è troppo preso dal programma stesso, non c’è giovedì che non sia anche lui in studio. Ovviamente sarà lui a occuparsene.

  

Santoro ricorda ancora quando il direttore Pasquarelli convocò, insieme a lui, Guglielmi e Curzi. Si avvicinavano le elezioni e Samarcanda era una polveriera: non solo aveva fatto parlare le piazze ma aveva sdoganato quei “selvaggi” della Lega offrendo loro gli stessi spazi degli altri. Pasquarelli non la prese tanto larga: la trasmissione doveva essere sospesa. Oppure, massima concessione, poteva andare in onda senza collegamenti con le piazze, meglio se registrata. Santoro spiegò che non poteva accettare un’imposizione del genere. Curzi si grattò la pelata. Guglielmi ghignò pensando che fosse uno scherzo, ma chiarì che lui stava con Santoro. Michele propose un patto tra gentiluomini: se Pasquarelli rinunciava a dare un ordine del genere e lasciava loro totale libertà, lui dava la sua parola che non avrebbe fatto collegamenti con la piazza. Doveva solo fidarsi. Pasquarelli guardò Santoro. Poi guardò Curzi. Poi Guglielmi. Poi si concentrò sulle proprie scarpe, sotto la scrivania. Infine disse: “No”.

 

  

Quel giovedì andò in onda una storica puntata: studio deserto, nessuno in scena, solo un telefono che squillava angoscioso e nessuno rispondeva. Credo che riuscirono a fare ascolto anche con quella non-trasmissione. Gli squilli senza risposta, di quel telefono, a ripensarci oggi, rappresentavano molto i sette anni di Angelo a Raitre. Corrispondono a preghiere non esaudite, a suggerimenti inascoltati, ad aspettative tradite. Una su tutte, la Rete non era il canale del Pci. La villaneria di Guglielmi tradisce ogni patto politico. Il direttore prende così sul serio le indicazioni del suo superiore e del Consiglio di amministrazione che per compiacerli spara a raffica Profondo nord, Milano Italia, Il rosso e il nero.

Le trasmissioni da Milano segnano la comparsa di Gad Lerner e la grande intuizione di puntare le telecamere sul particolare teatro che aveva visto la nascita di quello stesso movimento tellurico per il quale un battito d’ala di farfalla a Palermo scatena un terremoto a Milano. Sindona, Cuccia, Ligresti. Craxi, Berlusconi, Bossi, Di Pietro. Ogni nome è una sequenza, uno dopo l’altro è il film per niente appassionante sulla storia di questo paese. Il film non si è fatto, ma sullo schermo televisivo dei sempre più numerosi spettatori di Raitre (tutti comunisti?) il trailer di quanto sarebbe accaduto era apparso più volte. Il tintinnio delle prime manette, il fiato corto dei protagonisti della Prima Repubblica, l’occhio da mattanza dei portaborse.

 

C’era tutto, sarebbe forse un’operazione straordinaria rivedere tutto, una sorta di maratona televisiva, anche assieme ai sopravvissuti. Aiuterebbe a capire, anche gli eccessi, gli errori. Vedere i giacobini di allora, oggi garantisti in doppiopetto. Ma questi momenti che si ricordano di più, in realtà nel palinsesto di Raitre rappresentano una parte quantitativamente marginale. Così come è accaduto per i fenomeni di quegli anni, la memoria ha fatto brutti scherzi. Tutti ricordano Raitre per quello che non è mai stata: una televisione comunista. La carica rivoluzionaria che ha rappresentato nella ricerca di nuovi linguaggi è divenuta nel ricordo una sorta di proposta (mai fatta) di contenuti ideologici. Per lo stesso fenomeno, mentre molti protagonisti di quella avventura – Fazio, Dandini, Chiambretti, Augias, Ferrara, Lerner ecc. – continuano ad apparire sullo schermo, tutti ricordano soprattutto Santoro, l’unico che per volontà impopolare e certamente antiaziendale su quello schermo non compare più.

 

Guglielmi aveva un suo molto personale senso della democrazia: dire che rispettava le idee degli altri sarebbe eccessivo, ma una volta chiarito il proprio dissenso, trascinato dalla curiosità era disposto a vedere cosa ne veniva fuori

Ma, come ripeto, questa parte del palinsesto di impegno civile e politico è poco rispetto a rutto il resto. Non dimentichiamo il Biscardi, altro sopravvissuto alla diaspora, che bisticciava (davvero) con i congiuntivi e (simulando) con gli sportivi. E Un giorno in pretura, dove ancora una volta la telecamera andava a spiare nelle pieghe di una società leggermente diversa da come veniva raccontata nelle trasmissioni caramellate della Carrà o nei balletti delle altre reti. Ma anche Mi manda Lubrano, che mise in crisi la Sipra, concessionaria pubblicitaria della Rai. Bestemmiando sui sacri marchi. Mettendo in dubbio la divina composizione della Coca Cola e l’eterno biancore della Procter.

 

Raitre è stata anche divertimento. Già il primo anno, mentre sulle altre reti andavano in onda il pomeriggio della domenica la milionesima puntata di Domenica In e dei suoi derivati, sulla nuova Rete iniziava. con la garbata conduzione di Andrea Barbato, Va’ pensiero. In una sorta di insalatona, parente forse della domenica di Arbore, apparvero nuovi personaggi: tra essi, ancora una volta con un linguaggio innovatore, Piero Chiambretti. Piero aveva colto lo stile di Villaggio e lo aveva modernizzato con un ritmo frenetico. Lo si è visto con Prove tecniche di trasmissione e Il portalettere. Questo nuovo linguaggio un po’ canagliesco non poteva non divertire Guglielmi che, avvicinandosi alle forme più tradizionali dell’intrattenimento, si accorse – come ne La piscina con la Parietti – che il classico varietà aveva una struttura talmente pesante e convenzionale che vinceva contro qualsiasi tentativo di innovazione. Per sviluppare qualcosa di nuovo era necessario creare un non-varietà. Il programma venne inquadrato nel genere “satira”, ma penso che La Tv delle ragazze fosse figlia più del varietà – forse del più grande: Un, due, tre – che del “Marco Aurelio” o del “Male”. E’ lo sketch di Tognazzi e Vianello, che continua la grande tradizione del teatro di rivista o dell’avanspettacolo (Totò, i De Rege, Macario, Dapporto, Walter Chiari…), il padre nobile di queste trasmissioni. Allora le chiamavano “scenette comiche”. Quando, bonariamente, il bersaglio di Tognazzi-Vianello divenne l’allora presidente Gronchi, si parlò forse di satira, ma nel dubbio di cosa fosse, si pensò bene di chiudere il programma e buttare le chiavi.

 

Quelle chiavi furono trovate nel lago di Raitre da tre intrepide giovanotte (Valentina Amurri, Linda Brunetta e Serena Dandini) che in totale libertà riuscirono a far ridere forse più del centrosinistra che del centrodestra. I fratelli Guzzanti demolirono l’antico adagio del mondo dello spettacolo che vuole che i figli siano sempre peggio dei padri. Anche qui seppero rinnovare un antico linguaggio televisivo, quello delle imitazioni (principe fu Alighiero Noschese) ben supportate da abili truccatori, con villaneria guglielminesca e un ritmo incalzante. Soprattutto quando la trasmissione divenne Avanzi, la spinta verso il trash si fece più forte, purtroppo con un colpetto di gomito verso l’intellighenzia di sinistra senza il quale avrebbe toccato vette ancora più alte. […]

Tutti ricordano Raitre per quello che non è mai stata: una televisione comunista. La carica rivoluzionaria che ha rappresentato nella ricerca di nuovi linguaggi è divenuta nel ricordo una proposta (mai fatta) di contenuti ideologici

Le idee volavano come farfalle nella stanza del direttore e lui le infilava con il suo righello. Le acchiappava ovunque, come quando il giovane figlio Carlo – oggi valente avvocato – segnalandogli una rubrica del manifesto – “Il mattinale” – che riportava fatti e curiosità dei giornali del giorno prima, gli chiese perché mai non esistesse una cosa del genere in televisione. Già, perché mai? In fondo, scherzando con la memoria, già in Schegge apparivano ritagli di televisione.

Guglielmi incarica Ghezzi e Giusti di lavorare in quella direzione. Ne uscirà un’operazione linguistica – ancora una volta – dalla straordinaria carica innovativa, un condensato a forte gradazione di tutta la televisione. Come il prodotto del Grande Telecomando, in grado di intervenire contemporaneamente nell’immenso Universo Televisivo e che passa di mano tra un Paranoico, un Moralista e un Goliarda.

Era nato Blob. Il nuovo pubblico di Raitre consegnava il proprio telecomando – per alcuni minuti – alla squadra dei blobbisti che si era formata e che si incaricava di perlustrare l’etere, attraversando canali prestigiosi o del tutto marginali, per scoprire essenzialmente l’orrore televisivo. Blob è servito a raccontare che la tv non è una cosa seria, the mente volentieri e che essenzialmente è scema.

 

Che la tv fosse un po’ scema, Guglielmi ha cercato di spiegarlo più volte, magari con frasi più dotte, ma il senso era quello. Ricordo soprattutto le discussioni – anche accese – con Augias a proposito del progetto continuamente riproposto di realizzare anche in Italia il famoso Apostrophe, trasmissione sui libri e la scrittura. Guglielmi sosteneva che il linguaggio televisivo non aveva nulla a che fare con i libri. Si nutriva di radio, di cinema, di pubblicità, ma non di libri. Augias guardava sconcertato il suo interlocutore e non si capacitava di come uno dei più raffinati critici letterari, una volta giunto al potere alla Rai, tenesse rigorosamente i libri fuori dalla porta. Guglielmi aveva però un suo molto personale senso della democrazia: dire che rispettava le idee degli altri (qualora diverse dalle sue) sarebbe eccessivo, ma una volta chiarito il proprio dissenso, trascinato dalla curiosità (il suo più forte sentimento) era disposto a vedere cosa ne veniva fuori. Ne venne fuori Babele. […]

 

Raitre cavalcò con grande perizia l’equivoco della televisione di Stato, tra ruolo istituzionale e commerciale (caccia agli ascolti). Mi capita spesso di ripetere, quando mi chiedono quale televisione vorrei, di parlare di una tv per “non deficienti”. So bene che si tratta di un ossimoro, ma in fondo la definizione calza bene per la Raitre di Guglielmi che di rivoluzioni ne realizzò molte, ma una particolarmente significativa. Spostò gli equilibri degli ascolti e con qualcosa come 100 miliardi a disposizione per il palinsesto portò un valore commerciale alla Rete di circa 700 miliardi (calcolando 70 mld per ogni punto di share). Per quanto si possano caricare i costi generali il verdetto è inequivocabile: un’azienda in attivo. Credo che questo fu il peccato più grave.

 

Oltre che alla curiosità, tutto il cammino di Guglielmi è segnato da una sorta di candore e dalla capacità di trovare soluzioni semplici a problemi complicati. Ricordo a proposito un episodio che ha a che fare con i gloriosi sette anni e che in qualche modo fotografa in un’istantanea tutto quanto abbiamo raccontato. A Natale giunsero nell’ufficio due regali sontuosi. Due imprenditori avevano mandato, uno un quadro di grande valore e l’altro un oggetto d’argento che pesava come una Cinquecento. Ovviamente Angelo non aveva intenzione di accettarli, ma allo stesso tempo non voleva offendere nessuno. Né d’altra parte si poteva permettere di ricambiare a quei livelli. Cosa fare? Semplicissimo. Regalò il quadro a chi aveva mandato gli argenti e viceversa, il tutto accompagnato da un biglietto: “Con i migliori auguri da Angelo Guglielmi, direttore di Raitre”. 

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