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Il grande equivoco dei profeti in televisione, da Grillo a Celentano

Flop su Rai2 dell’operazione nostalgia del capo politico del Movimento 5 stelle

29 Gennaio 2019 alle 20:21

Il grande equivoco dei profeti in televisione, da Grillo a Celentano

Foto Imagoeconomica

Roma. “Bisogna riportare Celentano in tv. Ma facendolo cantare o parlare poco, che non ce la fa”. “Eureka, facciamoci un’animazione”. “Un fumetto, prendiamo la trama di Joan Lui, gli facciamo fare l’orologiaio. Lo ambientiamo nel 2068”. “Ma non ci saranno più orologiai, neanche nel 2028”. “Ma il suo pubblico non lo sa”. “Non lo guarderà nessuno”. “Lo facciamo disegnare a Milo Manara, con tanti culi”. “E mettiamo gli spot fortissimi così anche il pubblico medio di Canale 5 lo sente”. Sembra un episodio di Boris, con gli sceneggiatori in barca a Fiumicino a immaginarsi un programma nuovissimo e innovativo per anziani: sarà stata invece una riunione di showrunner per preparare il nuovo show Mediaset, “Adrian”. Punito da tutti: dall’autore dei disegni, Milo Manara, che ha detto di aver sostanzialmente fatto uno storyboard, o dei bozzetti, e che questi son stati poi utilizzati così com’erano; dal Codacons, che con un consueto esposto ha denunciato il volume troppo alto degli spot seppur per un pubblico da Salvalavita Beghelli. Soprattutto dal pubblico, che ha seguito le memorie di Adriano solo con un misero 11 per cento di share, poco rispetto ai trionfi celentaneschi d’epoca.

 

  

La Rai 2 di Freccero ha risposto alla zerocalcarizzazione di Celentano con un’altra operazione-nostalgia: “C’è Grillo”, grande blob dedicato ai quarant’anni del comico genovese. Questo è andato ancora peggio (ha fatto il 4,3 per cento di share). Ha però meriti storiografici: ha illustrato ai più giovani che Grillo è stato un comico. Volendo, nella comicità d’epoca si potrebbero ritrovare pezzi di piattaforma ideologica Cinque stelle: il provincialismo, la banalizzazione del reale. In “Te la do io l’America”, programma del 1981 che ebbe poi un seguito con “Te lo do io il Brasile”, Grillo entra a New York in un negozio di chitarre e, guardando un cliente in short, dice qualcosa come “ma come è combinato questo qua?”, mentre il primo pensiero che viene allo spettatore 2019 è: quanto avremmo dovuto attendere in Italia per non stupirci più dei jeans strappati? Lo sguardo di Grillo-comico è bonario, banalizzatore, le battute sui politici ossessive. C’è un continuo riferimento a un sé stesso possibile leader, casuale o forse solo narcisistico – un cartellone “Grillo for President”, fatto illuminare a New York per scherzo, sempre in “Te la do io l’America”, e poi dopo lui che parla alle Nazioni Unite, e poi la burla tornerà negli anni Novanta negli spettacoli millenaristi, quelli in cui vitupera internet, i computer, e le pentole antiaderenti, come mali dell’umanità. “Grillo premier!”, urla uno spettatore pagante. “Ma non scherziamo”, risponde Grillo, “che poi si sa come finiscono i politici”. Dopo il successo di “Te la do io l’America”, Comencini gli fa fare il ruolo di un salvatore moderno (“Cercasi Gesù”, 1982), nello stesso anno in cui Celentano farà “Bingo Bongo” (mentre Grillo prova a fare il messia, Celentano prova col buon selvaggio). Nel grande blog di Rai 2 c’è anche il momento “Bohemian Rapsody”, con Grillo che insieme a Pippo Baudo introduce i Queen a Sanremo 1984. Però neanche questo funziona.

 

Celentano né Grillo sembrano divertire, oggi, con questi formati. Il primo forse funzionerà in quelle sacche rurali prive di connessione internet, dunque impossibilitate ad accedere a YouPorn. Grillo invece è proprio una questione di psicologia spiccia: non c’è quel momento di innalzamento dell’autostima alla base di questo genere televisivo. Le varie trasmissioni tipo “Meteore” o “Anima mia” servono soprattutto a svelare come è ridotto il cantante/attore che ci fece sognare al momento della nostra adolescenza, e normalmente è povero o impresentabile o patetico. Ci si dice: è andata meglio a noi. Qui invece non ci si può sentir superiori né dire: guarda come si è ridotto. Perché di Grillo si sa tutto da anni, ha fatto e continua a fare i soldi, sta benissimo, forse alle nostre spalle: e per ricordarcelo ancora una volta si becca pure trentamila euro.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    30 Gennaio 2019 - 00:12

    Freccero, ma chi è costui? Lo sbarbatello Grillo era banale, ripetitivo sempre uguale e quando ti assale la voglia di cambiare canale ti rendi conto della banalità del progetto e del suo direttore. Di rete.

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