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Il bluff Marie Kondo e il sacrosanto disordine

La serie tv che vi insegna a piegare i jeans è solo esotismo prestato al business

12 Gennaio 2019 alle 06:15

Il bluff Marie Kondo e il sacrosanto disordine

Una scena del trailer del documentario Netflix su Marie Kondo

Roma. La famiglia Friend litiga per il bucato. La famiglia Friend non riesce a mettere a posto perché ha due figli piccoli. Un giorno si presenta alla loro porta una minuta ragazza giapponese, che esita un po’ di fronte all’abbraccio all’americana del signor Friend, ma comunque va avanti: “musukashiiii”, dice, “difficileee”, quando apre gli armadi pieni di vestiti, e spiega – tramite interprete – che l’unico modo per sistemare le cose è buttarle via, e tenere solo quelle provocano “kokoro tokimeku”, il sussulto del cuore, in via figurata qualcosa che ci fa sentire vivi. La signora Friend piange quando saluta la signora che ha “cambiato la loro vita”, e l’episodio finisce.

   

Ci eravamo già occupati di Marie Kondo quando era uscito il suo libro sul “magico potere del riordino”, poi diventato best seller, insomma quando sembrava che tutti volessero imparare a mettere a posto le cose della propria casa e della propria vita secondo i dettami della tradizione giapponese minimalista. Siamo costretti a occuparcene anche adesso, perché Kondo san ha avuto una consacrazione in più: ha avuto la sua serie tv su Netflix. Ormai definita dai media americani la “guru dell’organizzazione”, la trentaquattrenne giapponese è esperta nell’arte del “decluttering”, cioè nel buttare via le cose che non ci servono. Una professionalità che mancava, in effetti, nel Giappone piegato dalla stagnazione economica e dove i consumi sono in tiepido aumento solo da qualche anno. In realtà, quando nel 2011 ha pubblicato a casa sua il libro sul “metodo giapponese che trasforma i vostri spazi e la vostra vita”, la Kondo aveva qualcosa da dire nelle trasmissioni della tv mattutina: spiegava ai giapponesi come mettere a posto le cose nelle minuscole case delle grandi città come Tokyo. Poi però, nel 2014 il libro è uscito in America, e la killer del disordine ha iniziato a usare tutto il repertorio dell’esotismo pur di arrivare dritta al risultato: il business. La sua agenzia ha oggi una squadra di consulenti in giro per il mondo che vi insegna a piegare i jeans a pagamento, e ovviamente una linea di graziose scatole “della tradizione giapponese” per riporre le vostre cose del cuore. L’aspetto più interessante di questa operazione di marketing di successo è però lo sfruttamento dell’aspetto esotico, appunto: tra i commenti alla serie Netflix c’è tutto il repertorio dei luoghi comuni sul Giappone, compresi “l’ordine e la disciplina” nipponica che dovrebbero essere una garanzia per le signore occidentali che ancora usano le scarpe dentro casa. Insomma, la magia di Kondo non ha niente di orientale, e niente a che vedere con un adorabile libretto scritto da Shoukei Matsumoto, monaco buddista giapponese, e tradotto l’anno scorso da Penguin: una guida alla pulizia della casa e della mente (che coincidono, secondo lui), però scritta da una guida spirituale (lavarsi 12 volte al giorno, per esempio, è quel che fa lui, ma non è considerato da sporcaccioni fare meno).

  

C’è un proverbio, in Giappone, che dice più o meno: puliti fuori, sporchi dentro. Insiste sulla dualità di ciò che secondo l’etichetta nipponica va mostrato – ovvero la propria personalità inserita nella società – e poi quello che in realtà ognuno vive nel segreto di casa sua, cioè nella sua interiorità. E’ altrettanto comune considerare quella medesima contraddizione fuori-dentro anche nei riguardi della pulizia e nell’ordine: case in disordine, strade pulitissime. Marie Kondo certe cose non può più dirle: col disordine si vivrà pure bene, ma non ci si guadagna.

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