Foto Epa, via Ansa

L'innalzamento dei limiti elettromagnetici del 5G porta solo vantaggi (anche ambientali)

Andrea Trapani

Verdi e Legambiente criticano la scelta del governo di adguarsi agli standard europei, eppure passando da 6 a 20 volt/metro ci sarebbe meno consumo di energia e di suolo. E molte più zone d'Italia avrebbero un segnale buono

Politica e tecnica convivono all’interno del decreto Omnibus che porta in dote una delle norme più attese dalle compagnie di telecomunicazione. Diventa così realtà una bozza che circola da mesi, risolvendo una situazione che, secondo le telco, ha solo penalizzato l’Italia negli ultimi anni. Parliamo dell’innalzamento dei limiti elettromagnetici, una necessità che riguarda tanto le compagnie telefoniche quanto i cittadini. Lo sa bene Marco Bussone, presidente nazionale dell’Unione nazionale comuni comunità enti montani, che da anni chiede alla politica che il 5G arrivi nei territori più remoti del nostro paese visto che una minore copertura significa “meno risorse e meno opportunità per i territori”.

  

Chi si oppone all’inquinamento (che non c’è)

Non tutti sono d’accordo su questa lettura. “Liberi di inquinare!”, ha twittato Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde e deputato per l’Alleanza Verdi e Sinistra, mostrando il testo governativo ai suoi follower. L’inquinamento (almeno quello in senso lato) mancava all’appello delle mille accuse che il 5G subisce da anni: partiamo da un dato di fatto, l’industria IT rappresenta il 3 per cento delle emissioni mondiali di CO2, e, se fosse una nazione, sarebbe il terzo maggior consumatore di elettricità al mondo. Il problema esiste, nessuno lo nega, ma i nuovi limiti elettromagnetici aiuterebbero non poco in questo senso visto che, con valori più alti, farebbero diminuire il numero delle antenne attualmente necessarie e di conseguenza migliorerebbero l’impatto ambientale legato al maggior consumo di energia e di suolo.

Se invece si parla di inquinamento elettromagnetico bisogna fare un passo indietro, in tutti i sensi, visto che da tempo le ricerche sul web relative al 5G e correlate a un sentimento di paura mostrano un andamento fortemente decrescente. Non la pensa così Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, secondo cui “non esiste nessun motivo per innalzare il valore di attenzione per i campi elettromagnetici generati dalle alte frequenze, se non quello economico da parte dei gestori delle telecomunicazioni che intendono, dopo aver acquistato le licenze per il 5G, risparmiare sui costi delle infrastrutture.” In realtà il risparmio economico (e la conseguente riduzione degli impianti) è necessario al cosiddetto ‘sistema paese’, la tenuta finanziaria delle telco fa parte degli asset strategici nazionali.

 

Come combattere la paura del 5G

Se resiste una natura romantica antisistema nell’attaccare gli operatori telefonici, dall’altra parte ci si dimentica che le aree più esposte al digital divide intraprendono rapporti virtuosi proprio con i gestori: “Bisogna portare ovunque il 5G, spiegando ai sindaci più diffidenti e timorosi che non ha senso aver paura, anche con l'innalzamento dei limiti di emissioni elettromagnetiche da 6 a 20 volt/metro”, spiega da tempo Bussone. “Ci vuole coraggio, il coraggio di rispettare i cittadini informandoli correttamente su questa materia, attraverso una campagna di educazione condotta da enti indipendenti ed autorevoli”, aveva rilanciato nei giorni scorsi Roberto Basso, direttore relazioni esterne e sostenibilità di Windtre. Difficile trovare una mediazione tra le due parti, ma torniamo all’oggi.

 

Cosa accade dal punto di vista tecnico

In Italia il 5G è già una realtà, ma va più piano di quanto dovrebbe andare. Le nuove regole risolverebbero le problematiche nate tra regolamentazioni e orografia, permettendo di intervenire sia su quell’8 per cento degli impianti di fatto ‘bloccati’ dalle norme attuali, sia sulla metà delle altre radiostazioni dove si possono realizzare solo installazioni a potenza ridotta.

Un numero su tutti: su quasi 54.000 5G base stations che risultavano essere state installate in Italia a febbraio 2023, dice il rapporto di I-Com e Join Group, “solo il 28,7 per cento sono state aggiornate alla tecnologia 5G TDD, quella che necessita di una porzione di spettro riservata alle sole connessioni 5G”. Insomma, per dirla in poche parole, si sta continuando a usare la rete 4G per accedere al 5G, con un risultato finale insoddisfacente che colpisce più gli utenti che le compagnie telefoniche.

 

Come migliora la nostra esperienza mobile con il 5G

Abbiamo visto come adeguando i limiti italiani a quelli europei, ovvero mantenendo gli stessi principi di precauzione, si potrebbe avere un’area più vasta di territorio a parità di impianti oltre a favorire lo sviluppo di nuove soluzioni Fwa (la banda ultraveloce wireless, ndr).

Sul nostro smartphone, oltre a una migliore copertura, arriverebbero tanti altri piccoli vantaggi che sono alla base del successo della telefonia mobile: buone reti native in 5G, infatti, permettono di avere una latenza minore, le app e i siti risponderebbero più velocemente, nonché risparmieremo alle batterie quel consumo inutile in ricerca di un segnale migliore. Per questo il ‘Piano Italia 5G’ prevede, fin dalla nascita, il finanziamento di interventi nelle zone attualmente coperte solo da reti mobili 3G (o dove le reti 4G non garantiscono performance adeguate) e dove non è pianificato lo sviluppo di reti 4G o 5G nei prossimi 3 anni.

Il 5G non è certo la panacea di tutti i mali, ma di sicuro è un avanzamento da non temere: se dal 2G siamo arrivati al 4G riempendo la società di dispositivi mobili, la tecnologia alla base del 5G – a differenza di quelle che le hanno preceduto – ha un’emissione di potenza “adattiva” che si basa sul numero e sulla posizione degli utenti da raggiungere con il servizio. Insomma, smettiamola di attaccarla per quello che non è: la rete 5G inquina meno di tutte le altre. E il 6G sta bussando alla porta...

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