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Quant’è difficile abbandonare i contanti in Giappone

Nel Giappone robotizzato e hi tech, alcune tradizioni resistono all’avanzata della tecnologia. Il fax è preferito alle email, la burocrazia si fa con timbri e inchiostro, e nessuno accetta le carte di credito. Ma il governo vuole cambiare le cose, e per farlo deve ripensare la cultura

25 Dicembre 2019 alle 06:04

Un Atm a Tokyo (Yuya Shino / Reuters)

Un Atm a Tokyo (Yuya Shino / Reuters)

Ci scusi tanto, ma non accettiamo contanti”, mi dice la giovane donna della reception. Non che io abbia offerto delle banconote: è scritto ovunque, in questo hotel, che dal 1° settembre la struttura è diventata cashless, insomma scordatevi di pagare anche solo un caffè con gli yen. “Ci scusi tanto, ma non può pagare in contanti”, ripete un altro receptionist che mi accompagna al computer del check in. “Non si preoccupi, ho già pagato online”, rispondo, anche per evitare che qualcuno mi ricordi ancora che le banconote qui non funzionano. La procedura elettronica dura pochi secondi: la macchina fotografa il documento d’identità del cliente e sputa fuori la chiave elettronica della stanza assegnata. Il receptionist mi assiste, e mi domando perché automatizzare le burocrazie se poi c’è un addetto all’assistenza in carne e ossa.

 

Mi tengo il dubbio, perché so che, com’è nel costume giapponese, probabilmente aprirei una macchinosa discussione che

I fast food giapponesi sono un paradiso di macchinette automatiche che accettano ordini veloci e perfetti. Ma senza carta di credito

richiederebbe l’intervento del responsabile dell’hotel, forse dell’intera catena di hotel, pur di arrivare a una dichiarazione ufficiale, chiara e definitiva che risponda alla mia domanda in modo esaustivo. Del resto siamo a Tokyo, nello chicchissimo quartiere di Akasaka. Il quartiere “collina rossa” si trova a Minato city, che sono i venti chilometri quadrati della capitale dove ha sede il governo e il business, in pratica il cuore dell’amministrazione giapponese. E in Giappone l’assistenza al cliente è parte di una cultura che va oltre ogni immaginazione: nel lessico dell’accoglienza restringere le possibilità di pagamento è espresso come una limitazione, secondo i canoni nipponici una scocciatura, ecco il motivo di tutti questi sumimasen e gomen nasai, mi scusi, ci perdoni. Non fa niente, dico, è proprio quello che cercavo.

 

Per la prima volta non ho ritirato degli yen subito dopo l’atterraggio all’aeroporto di Narita, e ho provato a non farlo per qualche giorno. Credetemi, è una mezza rivoluzione. Uno dei primi consigli che si dà ai gaijin, gli stranieri in arrivo in Giappone, è quello di procurarsi dei contanti. Immediatamente. E infatti agli arrivi, accanto al desk del cambio internazionale, una guida sta accompagnando un gruppo di italiani: “Dovete comprare gli yen”, dice ai suoi clienti. “Ma perché, non possiamo pagare con la carta di credito?”, replica uno. “No”, risponde la guida, “nei taxi e nei ristoranti sempre meglio avere i contanti”. Sembra uno slogan, ma è una mezza verità. Quello dei taxi, specialmente a Tokyo, è un universo parallelo in cui il cliente non tocca gli sportelli e il tassista riceve il denaro con i guanti bianchi. Rituali difficili da far evolvere. Ma non è impossibile, visto che anche tra i tassisti di Tokyo si va man mano diffondendo la pratica dell’app, che permette non solo di chiamare l’auto ma anche di pagare con lo smartphone. Il problema semmai è che i taxi sono tantissimi, e si prendono quasi sempre al volo, per strada: restare a piedi perché non si hanno le banconote è una cosa che può succedere a Roma, ma non in una città che ha fatto dell’efficienza un punto di forza come Tokyo.

 

Per i ristoranti il problema è diverso, più complesso, e riguarda anche le rivoluzionarie politiche economiche del primo ministro

L’esecutivo di Shinzo Abe ha stanziato 2,57 miliardi
di dollari per offrire vantaggi e incentivi a chi paga senza contanti

Shinzo Abe. Girando per diversi centri, specialmente nei ramen o gyoza bar più tradizionali, da Koto a Nerima, è facile trovare la scritta “no credit card” fuori dai ristoranti. E se avete deciso, come me, di provare a sopravvivere cashless per qualche giorno dovrete rinunciare a una parte fondamentale della vita del salaryman nipponico: il kenbaiki, cioè la macchinetta per le ordinazioni. Per mangiare a poco prezzo i fast food giapponesi sono perfetti, e hanno spesso all’ingresso del locale una macchinetta dei desideri dalla quale ordinare il pasto. Tendon, katsudon, ramen, qualunque cosa abbiate scelto, premete il bottone corrispondente e dopo aver inserito il denaro vi consegnerà un bigliettino. Così si riduce al minimo l’interazione con il cliente, tutto è più veloce, e quello che avete scelto vi arriva direttamente sul tavolo. Il problema è che nessuna delle macchinette ha il pagamento con carta di credito. Cito questo esempio perché mi sta molto a cuore, come forse avrete capito, ma è soltanto uno dei problemi che sta affrontando il governo di Tokyo.

 

La strada che porta alla grande sfida delle Olimpiadi 2020 è piena di insidie, e per rendere la capitale – no, non solo la capitale, ma l’intero paese – pronto ad accogliere più turisti e più stranieri serve una rivoluzione culturale. Oppure incentivi.
Perché questa cosa che la società giapponese è granitica, ferma sulle proprie antiche tradizioni, è un po’ una bufala. La nuova generazione c’è, esiste, è solo che fa fatica a farsi sentire – o meglio, ad avere peso statistico – per il semplice fatto che è una porzione piccola rispetto a quella degli ultracinquantenni. Come fa il paese più vecchio del mondo ad abbandonare il contante? Nello stesso modo in cui sta mandando in pensione il fax a favore dell’email: lentamente. L’uso del fax negli uffici pubblici è ancora diffusissimo, e quando l’ho scoperto non potevo crederci, possibile che il paese che ha fatto conoscere la tecnologia al mondo, negli anni Ottanta, usi ancora i fax? “Certo, è che l’evoluzione tecnologica l’abbiamo lasciata ai boomer”, mi dice un amico millennial originario del Kyushu, “e se i boomer non sanno mandare le email, ecco che restano i fax”. Del resto un anno fa Yoshitaka Sakurada, ministro della cybersicurezza del governo di Tokyo e abbastanza avvezzo alle gaffe, aveva detto di non sapere cosa fosse una pennetta usb e di non aver mai usato un computer.

 

E non c’è solo il fax, ma pure timbri e timbrini: alcuni documenti e pratiche burocratiche in Giappone, come il trasferimento di proprietà di un immobile o di un’auto, necessitano ancora della firma tramite hanko. Che è una specie di cilindro di legno alla cui estremità è inciso il vostro nome e cognome, registrato nel comune di appartenenza.

 

In questo ambiente ostile, il governo del primo ministro Shinzo Abe ha deciso che entro il 2025 il 40 per cento delle transazioni

Prendere il taxi è un rituale in cui il passeggero non tocca gli sportelli e il tassista prende il denaro con guanti bianchi. L’arrivo delle app

in Giappone dovrà avvenire con moneta elettronica. Per ora lo sono soltanto il 20 per cento. Per fare un paragone, in Corea del sud il 96 per cento (novantasei!) degli acquisti si fa senza contanti, in Cina il 66 per cento. Secondo gli analisti, una delle ragioni del grande amore dei giapponesi per il contante è la semi-assenza di criminalità. Nel 2018 negli uffici degli oggetti smarriti di Tokyo sono stati custoditi, secondo la polizia, l’equivalente di quasi 36 milioni di dollari in contanti. Quasi la metà delle persone che denuncia di aver perso del denaro lo ritrova all’ufficio oggetti smarriti. La percentuale sale moltissimo se ci si muove fuori dalla capitale. Andare in giro con molti contanti, in Giappone, non è un problema. Non solo nessuno vi deruba – o se vi deruba siete davvero molto, molto sfortunati – ma se perdete una borsetta c’è la quasi certezza di ritrovarla all’ufficio oggetti smarriti (lo scrivo per esperienza diretta, succede con borse, ombrelli, cellulari – nel caso degli ombrelli, semmai, a farvi desistere sarà la lontananza da uno degli uffici per gli oggetti smarriti, insomma la pigrizia, ma sappiate che è comunque un altro mondo rispetto all’ufficio oggetti rinvenuti del comune di Roma, per esempio, che è uno soltanto e dove si pagano dagli otto ai 24 euro per ritirare l’oggetto smarrito, in orari impossibili).

 

L’altro aspetto culturale che rende il contante il re delle transazioni nipponiche è la presenza degli Atm, i bancomat, da cui è possibile ritirare il cash. E non si ritira solo nelle banche, perché di Atm ce n’è uno anche in ogni convenience store, i konbini, che a Tokyo, e un po’ ovunque, sono aperti 24 ore su 24. E poi naturalmente c’è un motivo economico: sui depositi, cioè la maggior parte dei conti correnti, i cosiddetti futsu yokin, non ci sono tassi di interesse (e per aprirne uno serve il vostro hanko, naturalmente).

 

Fino a qualche anno fa sopravvivere senza contanti a Tokyo poteva sembrare una sfida impossibile, ma nell’ultimo anno qualcosa è cambiato. E uno dei motivi di questo cambiamento è stata un’altra rivoluzione economica, cioè il secondo aumento dell’Iva, passata dall’8 al 10 per cento lo scorso primo ottobre. Il progressivo aumento delle tasse sui consumi fa parte della guerra alla deflazione lanciata da Abe, e se i primi dati possono sembrare disastrosi (crollo delle vendite al dettaglio e dei consumi, titolavano i giornali a un mese dall’entrata in vigore della misura) per il governo di Tokyo sul lungo periodo ci saranno benefici. Il primo, a dire il vero, è già ben visibile: l’aumento dell’Iva è applicato a quasi tutti i generi di consumo e soprattutto all’enorme mercato della ristorazione. Ma grazie a un fondo da 2,57 miliardi di dollari messo a disposizione dal governo, ci sono molti incentivi per recuperare qualcosa di quelle tasse (tecnicamente si dice: per ammortizzare l’impatto della misura) passando al cashless. Secondo Bloomberg, che cita i dati del ministero dell’Economia, al 21 novembre 770 mila esercizi commerciali hanno usufruito dei fondi del governo per permettere i pagamenti elettronici. Sono il 39 per cento degli aventi diritto, e a meno di un mese dall’entrata in vigore del programma è un numero notevole. Ora si discute se finanziare ancora la misura, vista l’enorme spesa che il Giappone dovrà affrontare per i danni causati dai tifoni di questa stagione, ma è possibile che nel frattempo qualcosa sia cambiato anche dal punto di vista culturale.

 

Ormai molti negozi e grandi catene offrono sconti sui pagamenti cashless. In molti konbini si risparmia se si paga con carta

Una delle ragioni per cui il governo spinge per il pagamenti elettronici è la demografia: la forza lavoro è sempre meno numerosa

anche per le cifre più irrisorie; nelle vie dello shopping come a Ginza addirittura il cliente fa tutto da sé: da Gu, che è la sottomarca di Uniqlo, si entra, si prendono i vestiti che si vogliono acquistare e poi si va a pagare nelle casse automatiche, solo con carta. E’ il simbolo di un altro enorme problema che il governo di Tokyo crede di poter affrontare passando dal contante al cashless: l’invecchiamento della popolazione e la mancanza di forza lavoro. Attraverso i pagamenti elettronici la fase finale di un acquisto è automatizzata, e quindi più veloce. Per dieci casse, magari, si può fare a meno di avere altrettanti cassieri.

 

Quando torno all’aeroporto di Narita, decido di usare qualche moneta per comprare del tè e un paio di onigiri per il viaggio. Apro il portamonete che non ho praticamente mai usato, gonfio di pezzi da uno, cinque e dieci yen. Devo arrivare a quattrocento. Il ragazzo alla cassa mi guarda contare i miei bronzini (in realtà le monete giapponesi sono fatte di nichel, zinco e alluminio), mentre dietro di me la coda si allunga. “Posso?”, mi domanda un po’ spazientito. “Prego”, rispondo. Mi prende il portamonete dalle mani e lo svuota sulla cassa. Trova tre monete da cento yen e ne conta dieci da dieci. Poi rimette tutto dentro e mi riconsegna il malloppo. “Facevi prima con la carta”, mi dice. Missione compiuta.

Giulia Pompili

Giulia Pompili

Giulia Pompili è nata il 4 luglio. E' giornalista del Foglio dove scrive soprattutto di Asia – nel 2012 ha vinto il premio giornalistico "Umberto Agnelli" della Fondazione Italia Giappone. Recita a memoria i test missilistici di Kim Jong-un, ma pure le canzoni degli Afterhours. E' terzo dan di kendo.

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