Il fatal Confucio

Giulia Pompili

Pechino finanzia le università italiane ma vuole silenzio sui problemi politici cinesi. E’ la strategia del bavaglio. Finalmente qualcuno ne parla

Al di là dei significati politici delle dimissioni da ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca di Lorenzo Fioramonti, c’è un messaggio sul quale concordano quasi tutti in Italia – e quasi da sempre: la scuola, l’università e la ricerca non hanno abbastanza soldi. Si dovesse affrontare la questione seriamente, bisognerebbe riflettere anche su come vengono gestiti i fondi disponibili, o come si vorrebbero utilizzare quelli richiesti, ma la notizia di attualità in questo caso è utile per fare un altro tipo di riflessione. Alla base del problema c’è il fatto che in certi settori le regole del mercato non funzionano, almeno non del tutto. In alcuni campi, come quelli delle scienze applicate, esistono virtuosi esempi di collaborazioni tra imprese private e centri di ricerca istituzionali. L’impresa finanzia progetti di ricerca a cui poi vuole poter accedere, magari in esclusiva, oppure ne indirizza scopi e obiettivi – un sistema sacrosanto, in una logica di mercato, ma immersi come siamo nel mondo del politicamente corretto e del full disclosure, certe collaborazioni portano con sé il rischio di alimentare la cultura del sospetto e a volte addirittura di minare la “credibilità” stessa dell’istituzione.

 

Dove i fondi non ci sono, c’è la possibilità che arrivi in aiuto un benefattore dall’estero che porta soldi e quindi prestigio e quindi potere

Per esempio, in Giappone ancora oggi l’industria della Difesa non può entrare nelle università, perché il pacifismo post-bellico ha reso i luoghi della ricerca indipendenti a ogni costo. Ed è un caso di scuola quello di Coca Cola, che finanziò alcuni studi scientifici che in qualche modo “assolvevano” gli zuccheri nelle bevande, ma per questo fu ingiustamente accusata di “influenzare” la ricerca in nome del vil denaro. Un sistema reale e consolidato di fiducia tra istituzioni e privati probabilmente metterebbe al sicuro da certe polemiche. Ma d’altra parte il mercato seleziona, con la conseguenza di mettere da parte molte di quelle attività universitarie, per esempio umanistiche, dove l’obiettivo ultimo è quasi sempre poco monetizzabile. I soldi pubblici, anche in questi casi, servono a garantire un’autonomia impensabile in altre circostanze e a finanziare ambiti poco attraenti per il mercato. Ma in questa già complicata situazione, si aggiunge un altro problema. Perché dove i fondi non ci sono, oppure sono allocati male (in un sistema già di per sé piuttosto corporativista e autoprotettivo), c’è anche la possibilità che arrivi in aiuto un benefattore dall’estero, il deus ex machina che porta soldi e quindi prestigio e quindi potere, senza apparentemente volere granché in cambio. Senza volerlo, finché non lo chiede. Parliamo della Cina, e dell’interesse che manifesta, attraverso le sue molteplici istituzioni, verso l’università e la ricerca occidentale. 

 

Nelle ultime settimane si è aperto finalmente anche in Italia il dibattito sugli Istituti Confucio all’interno delle università italiane, un problema su cui all’estero ci si interroga ormai da un decennio ma che fino a poco tempo fa sembrava nascosto sotto il tappeto dagli stessi sinologi italiani. Gli Istituti Confucio sono il braccio operativo del soft power cinese. Ufficialmente promuovono la lingua e la cultura cinese – insomma l’equivalente del Goethe institute o degli istituti di cultura giapponese. Ma a differenza degli istituti di altri paesi, sin dalla loro fondazione nel 2004, grazie a una sapiente allocazione di fondi da parte di Pechino, i Confucio sono arrivati ovunque, dentro alle università ma – e questo è un caso precipuamente italiano – perfino dentro alle scuole superiori. Gli Istituti Confucio mettono a disposizione tutto il necessario: fondi, insegnanti, metodi didattici. Ed è questo il punto fondamentale: quando parliamo di “cultura cinese” parliamo anche di un punto di vista diverso da quello occidentale. Per esempio, parliamo di alcuni temi per Pechino non discutibili, e per un occidente democratico invece fondamentali. La storia, la geografia, ma anche l’attualità: per la Cina c’è una versione con “caratteristiche cinesi” di ogni cosa. Hong Kong, Xinjiang, Tibet, sono solo alcune delle parole che portano alla censura, oppure, ancora peggio, all’autocensura. Come per tutte le questioni complesse, anche in questo caso è facile cadere nella semplificazione, e quindi nella sinofobia, cioè in quella malattia, sempre più contagiosa che vede la Cina ormai nemica assoluta dell’occidente qualunque iniziativa intraprenda. Una strada oggi battuta da una certa politica, che fino a ieri ignorava l’intero oriente e oggi sembra avere la reale intenzione di individuare un nuovo nemico assoluto: ieri l’immigrazione, oggi Pechino.

 

La storia, la geografia, ma anche l’attualità: per Pechino c’è una versione con “caratteristiche cinesi” di ogni cosa

Più importante, in questa fase, è piuttosto evitare gli errori del passato e problematizzare, senza pregiudizi. Un fatto è certo: sin dal 2013 le università occidentali hanno iniziato a chiudere i loro rapporti con gli Istituti Confucio per cercare di salvaguardare una certa autonomia di opinione, di espressione e di ricerca che era stata “minacciata” da chi ci metteva i soldi, cioè i cinesi. In Italia, caso praticamente unico in Europa, nessuna università ha mai chiuso i rapporti con un Istituto Confucio – al contrario, le collaborazioni si intensificano. Pubblicati su vari media come Corriere della sera, manifesto e Sinosfere, nell’ultimo mese gli interventi degli accademici italiani che si occupano di Cina sono stati utili al dibattito interno, ma nel caos che stava vivendo il ministero dell’Istruzione a guida Cinque stelle hanno avuto poca rilevanza istituzionale. Eppure la prima lettera, quella della docente di Lingua e letteratura cinese all’Università di Torino e direttrice di parte italiana dell’Istituto Confucio dell’Ateneo, Stefania Stafutti, toccava temi sensibili anche per la politica, considerato quel che è successo quando un gruppo di parlamentari ha organizzato una conferenza con in collegamento Joshua Wong, leader delle proteste di Hong Kong. Stafutti fa parte dei sinologi che dirigono Istituti Confucio a cui sono sempre affiancati anche condirettori cinesi – e questo è un punto fondamentale da riconoscere, in termini di autonomia. Scrive una lettera rivolgendosi direttamente al presidente Xi Jinping, e dice: “Ascolti quei ragazzi”. Risponde qualche giorno dopo Attilio Andreini, direttore di parte italiana dell’Istituto Confucio dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, che scrive: “La lettera di Stafutti pare non abbia sollevato alcun tipo di reazione pubblica: né sostegno né critica. Silenzio. Ciò significa che prevale, almeno nel contesto accademico italiano, la volontà di evitare i temi di attualità politica e si preferisca concentrarsi, invece, sulle questioni legate alla diffusione dello studio della lingua e della cultura cinesi”. 

 

Il 19 dicembre scorso su La Lettura del Corriere Maurizio Scarpari, che per trentacinque anni ha insegnato Lingua cinese classica all’Università Ca’ Foscari di Venezia ed è uno dei decani più influenti in Italia, ha scritto un articolo dal titolo eloquente: “Fuori gli Istituti Confucio dalle università italiane”. Scarpari non è nuovo al tema: già nel 2014 aveva messo a tema l’opportunità di stringere patti di dipendenza economica con Pechino, ma nel 2014 anche la Cina era un’altra Cina. Scrive quest’anno: “Ci sono 535 Confucio (12 in Italia) e oltre un migliaio di Aule Confucio, emanazione degli istituti (poche unità in Italia). L’obiettivo è creare un’immagine positiva e attrattiva della Cina, in un momento in cui il paese ha avviato un ambizioso progetto di espansione egemonica. A differenza di altri istituti culturali, i Confucio sono incardinati stabilmente all’interno delle università, previo pagamento di un canone variabile e la concessione di benefit e finanziamenti a docenti, ricercatori, studenti. Da anni, nel mondo, la loro collocazione nelle università è motivo di un acceso dibattito a causa dell’influenza che questi istituti esercitano sugli atenei in cui sono incardinati, limitandone l’azione e la libertà di pensiero, e monopolizzando le attività collegate alla Cina. Per questo molte università hanno scelto di non avere Ic e, tra quelle che li avevano, non poche li hanno chiusi. […] La presenza sempre più invasiva degli Istituti Confucio sembra aver ‘melassato’ (nuova traduzione che proporrei per hé, ‘armonia’, concetto cardine del pensiero confuciano di cui la politica si è riappropriata) gran parte dei sinologi, paralizzati se non proprio da un’aperta censura, quanto meno da una sorta di autocensura indotta da un sistema nel quale molti di loro sono nati e cresciuti accademicamente”.

 

I sinologi che dirigono Istituti Confucio sono sempre affiancati da condirettori cinesi – punto fondamentale per l’autonomia

Qualche giorno fa la Xinhua, l’agenzia di stampa cinese, ha celebrato l’apertura dell’ultimo Istituto Confucio, quello all’interno dell’università palestinese al Quds. Nelle stesse ore, l’Università del Kansas ha annunciato che chiuderà a partire da gennaio il suo Istituto Confucio, e il rettore Carl Lejuez ha detto che pur essendo fondamentale preparare gli studenti americani che studiano la Cina, “il Confucio non è un elemento necessario per impegnarsi in modo produttivo e sostenere una collaborazione del campo della ricerca”. All’inizio di dicembre la Vrije Universiteit Brussel (Vub) ha fatto sapere che non rinnoverà il contratto con il Confucio quando scadrà, nel giugno del 2020: “Il Vub è sempre aperto a nuove collaborazioni con università, ricercatori e studenti cinesi, a condizione che la libertà e l’indipendenza accademiche possano essere garantite nella fiducia reciproca”, si legge nel comunicato. Qualche settimana prima era uscita la notizia di Xinning Song, direttore di parte cinese dell’Istituto Confucio della Vub, era stato segnalato dai servizi segreti del Belgio e dopo un viaggio in Cina gli era stato impedito di rientrare nell’Unione europea.

 

Il sospetto dunque non è soltanto legato alla propaganda e alla limitazione delle libertà di ricerca accademica, ma anche che certe istituzioni vengano usate per altri scopi, per esempio per raccogliere informazioni. Un pregiudizio dal quale bisognerà prima o poi liberarsi, per riuscire a ottenere una collaborazione proficua come quella che ci fu in campo spaziale tra l’America e la Russia nel post Guerra fredda. E’ il caso, segnalato anche da questo giornale, dell’attenzione che ripone la Cina nella ricerca scientifica occidentale, specialmente in alcuni istituti di ricerca italiani come l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e quello di Astrofisica. La Cina ha da anni intensificato le sue collaborazioni anche con le accademie delle scienze soprattutto occidentali, e finanzia facilmente anche i progetti più visionari. E’ una parte di quella che Elizabeth C. Economy, senior fellow e direttrice degli Studi asiatici al Council on Foreign Relations, una delle studiose di cose cinesi più celebri e influenti, chiama “la nazione dell’innovazione”. La nuova Cina del presidente Xi Jinping, cioè “la terza rivoluzione”. Nel 2014, racconta la Economy, in un discorso all’Assemblea dell’Accademia delle scienze cinese, Xi Jinping parlò della necessità di ridurre il gap tecnologico con il resto delle potenze economiche e di far tornare i cervelli cinesi in fuga – ma come hanno denunciato alcuni accademici cinesi, il vero problema è il sistema della ricerca del paese, fatto di prestigio e di favoritismi, non tanto di talenti, “una cultura che ha moltiplicato le frodi scientifiche, il plagio, e la falsificazione dei dati”.

 

“Dobbiamo intensificare il soft power, dare una versione positiva della narrativa, e comunicare meglio il nostro messaggio al mondo”

Insieme con la spinta sull’innovazione, a costruire la nuova Cina è anche il soft power, “l’abilità della Cina di avvicinare persone e paesi attraverso i suoi propri obiettivi, valori e attraverso la sua cultura”. Pechino ha capito che questa influenza globale era più difficile del previsto soprattutto per un problema: il sistema politico cinese, che non può essere considerato senza l’aspetto dei diritti umani e della repressione del dissenso. Nonostante tutto, sempre nel 2014 Xi ha detto: “Dobbiamo intensificare il soft power cinese, dare una versione positiva della narrativa cinese, e comunicare meglio il messaggio cinese al mondo”. Più del suo predecessore Hu Jintao, Xi segue la strada dei finanziamenti governativi per posizionare i media cinesi sui mercati stranieri, per ampliare il lavoro dei think tank cinesi e, scrive la Economy, per entrare nei centri di ricerca e nelle università straniere anche attraverso gli Istituti Confucio. E qui torniamo al sistema accademico, e al mercato. Il dibattito tra sinologi lo ha semplificato, alla fine, la sinologa Stafutti, che in difesa del suo operato usa un’argomentazione inappuntabile: “Gli istituti Confucio sono finanziati affinché svolgano attività culturali e di insegnamento linguistico. Non sono enti di beneficenza e non sono gestiti dalle Dame di San Vincenzo. E’ evidente che hanno degli obiettivi. Tuttavia, nella mia quasi decennale esperienza di Direttore, in periodi diversi della mia vita professionale e in fasi diverse degli sviluppi degli Istituti e della storia recente della Cina, ho spesso discusso e mediato — esercizio utile anche per me/per noi, peraltro — e ho svolto attività che senza quei quattrini non avrei potuto fare, salvaguardando la qualità dell’offerta e la pluralità delle idee nel dibattito accademico e culturale. Nessuno può dire che abbia agito come lunga manus del dipartimento di Stampa e Propaganda del Partito comunista cinese”. 

 

Stafutti dice che i cinesi finanziano attività che altrimenti non potrebbero essere fatte. Come quando il ministro dello Sviluppo economico dei Cinque stelle, Stefano Patuanelli, dice che Huawei è indispensabile per costruire l’infrastruttura del 5G “perché costa meno”. Un argomento molto simile vale per la ricerca scientifica. Ma cosa succede davvero quando l’intero settore diventa dipendente da questi soldi nessuno è ancora in grado di dirlo. Si può immaginare, sospettare, si possono studiare i casi pregressi e cercare di usare tutte le cautele possibili. Nel frattempo, come insegnano gli esponenti di un certo schieramento politico italiano, meglio non nominare alcune parole, tra le quali Hong Kong, Xinjiang, Tibet.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.