Consigli per i genitori dell'èra robotica, per porre un confine tra le macchine e noi

Eugenio Cau

Per esempio, bisogna ricordarsi che dietro all’intelligenza artificiale c’è sempre il lavoro di esseri umani, quelli che hanno creato l’algoritmo e quelli che lo hanno addestrato

Milano. E’ paradossalmente facile affezionarsi a un’intelligenza artificiale. Chi ha in casa un assistente domestico come Amazon Echo (Alexa) o Assistente Google lo sa: ci si abitua alla loro presenza, si è così assuefatti a fare domande e a sentirsi rispondere che lo si fa anche in ufficio, e tutti ti guardano male. Qualche tempo fa Amazon aveva perfino fatto uscire la notizia che milioni di persone avevano chiesto ad Alexa di sposarla – l’ho fatto anche io, scherzando, ma fa statistica. Se è facile affezionarsi a una voce incorporea, provare tenerezza per un robot lo è ancora di più. Ci sono in giro robot fatti come esseri umani, e soprattutto ce ne sono in giro fatti come cuccioli di mammifero, studiati per far scattare quei meccanismi che l’evoluzione ci ha dato per amare i nostri piccoli: quando vediamo un esserino con gli occhi grandi è un segnale che ci dice quello è un cucciolo che va protetto. In Giappone già si costruiscono robot per tenere compagnia agli anziani soli, e macchine più o meno intelligenti cominciano a fare la loro comparsa nei luoghi di lavoro, nelle classi di scuola, nei negozi.

 

Un articolo uscito ieri sul Wall Street Journal a firma di Sue Shellenbarger si chiede: se avere a che fare con le intelligenze artificiali ha questo effetto su adulti fatti e vaccinati, che effetto ha sui bambini? Da un lato, molti genitori vorrebbero che i loro figli famigliarizzino in fretta con queste tecnologie: sono quelle che con ogni probabilità determineranno il futuro di questo secolo, meglio imparare il prima possibile come funzionano. D’altro canto, se nella testa degli adulti innamorati di Alexa rimane comunque il retropensiero che Amazon Echo è una macchina, nei bambini sotto ai 10 anni quest’idea non è chiarissima. I bambini tendono a sovrastimare le capacità delle macchine, ché quando vedi un robot capace di fare di calcolo infinitamente più veloce di te è facile rimanere impressionati. I più piccoli, scrive il Wsj citando una ricerca del Mit, potrebbero rischiare di farsi influenzare nei loro comportamenti dai consigli di una macchina tanto quanto si farebbero influenzare dai consigli dei genitori. E una ricerca pubblicata su Developmental Psychology ha mostrato che, dopo aver passato un quarto d’ora con un robot umanoide, la maggior parte dei bambini tra i 9 e i 15 anni pensa di potersi confidare con lui come con un amico.

 

Finché le macchine non avranno ottenuto l’intelligenza artificiale generale, che sarebbe quella pari o superiore agli esseri umani – e dunque finché le macchine non saranno davvero in grado di conversare con noi, senza usare sistemi algoritmici goffi che simulano la parola – è meglio stabilire qualche confine. Gli anglosassoni la fanno facile e partono dal linguaggio: Shellenbarger consiglia i genitori di usare il pronome “it” (quello per le cose) anziché “he/she” (quelli per le persone) quando si fa riferimento a una macchina intelligente. Questo consiglio noi non lo possiamo mettere in pratica, ma altri sono utili, e non soltanto per i bambini. Per esempio, bisogna ricordarsi che dietro all’intelligenza artificiale c’è sempre il lavoro di esseri umani, quelli che hanno creato l’algoritmo e quelli che lo hanno addestrato: quando una macchina sembra sapere più cose di noi non siamo davanti a un prodigio, è una funzione resa possibile dal lavoro di persone comuni. Questo è importante: è meglio che i bambini (ma non solo) capiscano come sono fatte le intelligenze artificiali e i robot con cui si rapportano. Devono aprirli, vedere come sono fatti dentro, comprenderne la natura diversa dalla nostra, con atteggiamento positivo: bisogna capire subito che l’intelligenza artificiale è una cosa buona, ma va utilizzata bene. Non come noi, che continuiamo a chiedere invano la mano invisibile di Alexa.

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.