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Smembrare la Silicon Valley

Regolamentare le aziende tecnologiche, ma come? C’è un’idea estremista che raccoglie sostenitori

7 Settembre 2018 alle 12:54

Smembrare la Silicon Valley

Foto LaPresse

Roma. Negli ultimi anni le domande: “Cosa facciamo con la Silicon Valley? Come ci comportiamo davanti allo strapotere di Facebook, Google, Amazon, Apple?”, sono passate da essere la preoccupazione di pochi a essere uno dei grandi temi politici per i governi di mezzo mondo. Queste domande sono diventate sempre più urgenti mano a mano che le grandi aziende di internet con i loro prodotti di social networking, e-commerce e ricerca online assumevano un’importanza sproporzionata nelle vite di miliardi di persone negli Stati Uniti, in Europa e nel resto del mondo. Le risposte sono state molteplici, ma ormai i legislatori convengono su un fatto: le aziende di internet vanno regolamentate. Perfino gli americani, e perfino i repubblicani americani, solitamente contrari a ogni forma di intervento sulla totale libertà d’impresa, ormai sono di questo avviso, come ha mostrato l’udienza a cui il Congresso ha sottoposto i leader di Facebook e Twitter mercoledì: deputati e senatori in più occasioni hanno chiesto di regolamentare il mercato. Ma come? 

 

Una proposta inizialmente estrema, sostenuta soltanto da moltissimi impallinati, ha ottenuto negli ultimi tempi sempre maggiore successo: Google, Facebook e gli altri sono monopoli (è difficile negarlo, viste le quote esorbitanti che detengono nei loro rispettivi mercati, almeno in occidente), e in quanto tali vanno smembrati, come successe ai giganti del petrolio nel Novecento.

L’idea di spezzare i monopoli digitali non è ancora mainstream. Nessuno al Congresso ha depositato un disegno di legge che chiede di fare a pezzetti Facebook e Google, e non succederà entro breve. Ma negli ultimi mesi ci sono stati molti segnali del fatto che l’idea è considerata sempre meno estrema, e in alcuni casi perfino ragionevole. Si guardi, anzitutto, al fatto che in questi mesi le autorità americane hanno cominciato per la prima volta a giudicare le grandi aziende di internet come un possibile ostacolo alla competizione.

 

I legislatori europei sono molto avanti in questo campo, come mostra la multa milionaria contro Google per abuso di posizione dominante, ma anche gli americani cominciano a dare credito alla tesi per cui c’è un problema di concorrenza quando un’azienda come Google domina il 90 per cento della ricerca online o una come Facebook possiede contemporaneamente Instagram e WhatsApp.

 

Ieri il procuratore generale americano Jeff Sessions ha annunciato tramite un portavoce che questo mese intende indire una riunione con i procuratori di tutti gli stati per esaminare la possibilità che le aziende di internet danneggino la competizione e limitino volontariamente la libertà d’espressione. Al centro della lotta politica c’è ovviamente la seconda parte dell’accusa, ma il fatto che dal dipartimento di Giustizia arrivi un segnale sulle pratiche anticompetitive è importante. Ci sono altri indizi. La settimana scorsa il senatore repubblicano Orrin Hatch ha inviato una lettera alla commissione federale del Commercio per chiedere di indagare sulla possibilità che Google assuma comportamenti anticompetitivi (anche in questo caso c’entra molto l’accusa di liberal bias mossa dai conservatori contro i social network). A luglio, il senatore democratico Mark Warner ha scritto un policy paper in cui fa molte raccomandazioni su come regolare il mercato digitale, e tra queste c’è anche il riconoscimento del fatto che le società gigantesche della Silicon Valley pongono un problema per la competizione e rischiano di soffocare sul nascere le startup più piccole.

 

Occhio: né Sessions né Hatch né Warner (neppure la Commissione Ue) invocano esplicitamente di spezzare i monopoli tech. Ma se anche soltanto un anno fa aveste chiesto a un legislatore americano di qualunque schieramento se c’era un problema di competizione nella Silicon Valley, vi avrebbe detto: nemmeno per sogno. Le cose cambiano in fretta.
Osano molto di più gli intellettuali e i saggisti. Con insistenza sempre maggiore, analisti influenti si espongono nel dire che Facebook, Google e gli altri vanno fatti a pezzetti perché ormai sono monopoli troppo grandi. Come al Senato di Washington, la preoccupazione è bipartisan. Così lo scorso gennaio, sul conservatore Wall Street Journal, il capo opinionista del settore economico del giornale, Greg Ip, ha scritto un articolo in cui sosteneva che, come successo con Standard Oil e con At&t, la Silicon Valley va sottoposta a un processo severo di antitrust, e infine smembrata in più parti. Dall’altro lato della barricata, Tim Wu, celebre analista di cose tecnologiche e collaboratore del New York Times, pubblicherà a novembre un libro per sostenere le stesse idee: le aziende tecnologiche sono così grosse da danneggiare la competizione e l’innovazione, come mostrano infiniti casi recenti, da Snapchat (cannibalizzata da Facebook) alle oltre 200 startup che hanno provato a competere con Google e invece sono state acquisite. Wu ha una proposta concreta: dividere Facebook, Instagram e WhatsApp in tre aziende diverse. Nessuno nell’establishment osa tanto, ma chissà tra qualche anno.

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