A San Francisco i monopattini elettrici della startup Bird (nella foto, parcheggiati su un marciapiede di Los Angeles) sono stati ritirati (foto LaPresse)

I bravi ragazzi tech

Eugenio Cau

Dopo anni di batoste, i fenomeni della Silicon Valley sono pronti a diventare adulti. E a fare innovazione rispettando le regole

L’ultima moda tecnologica d’America è quella degli scooter elettrici. Da circa un annetto i marciapiedi delle città americane – e specie quelli della California, la culla della Silicon Valley – sono pieni di monopattini elettrici che funzionano un po’ come da noi le automobili in condivisione di Car2Go e di Enjoy o le biciclette di Mobike e Ofo: sblocchi il mezzo con l’app, scorrazzi per la città e poi lo lasci sul marciapiede, dove ti pare. Sono divertentissimi da guidare, non si fa fatica come sulle biciclette, non bisogna trovare parcheggio come sulle automobili. La startup principale che ha introdotto questi monopattini in America si chiama Bird. E’ diventata così famosa in così poco tempo da essere un riferimento, da aver provocato un meccanismo di antonomasia: si dice “prendo un Bird” esattamente come si dice “prendo un Uber”. Ci sono molte altre aziende di monopattini elettrici in giro per la California: Lime, Spin, Skip, Scoot, più le aziende di trasporto su automobile che cercano di buttarsi sul nuovo mercato, come Uber e Lyft. Ma Bird è di gran lunga la più audace e spregiudicata. Come Uber qualche anno fa con le automobili con autista, Bird ha approfittato di una carenza legislativa che regola i veicoli in condivisione e ha riversato sulle strade delle città americane migliaia di monopattini elettrici senza chiedere il permesso alle autorità locali. Le autorità, comprensibilmente, si sono arrabbiate. I monopattini ingombrano gli spazi pubblici, sono guidati senza elmetto, riempiono le strade di veicoli velocissimi che schizzano da tutte le parti e nei cui confronti gli altri mezzi non sanno bene come comportarsi (San Francisco non è Roma, gli automobilisti non sono abituati a migliaia e migliaia di motorini in strada). Ma intanto i cittadini avevano cominciato ad amare i monopattini di Bird, e l’azienda si è conquistata con la forza bruta una quota di mercato prima ancora che le autorità si accorgessero che quel mercato esiste. Le altre aziende hanno seguito la medesima strategia, specialmente Lime, un’altra startup, e Uber, con la sua divisione dei veicoli elettrici. Dopo essere entrati sul mercato all’inizio dell’anno, oggi sia Bird sia Lime sono unicorni – sono cioè startup che valgono almeno un miliardo di dollari l’una. Un successo.

  

E’ il solito meccanismo siliconvalleyesco, che va avanti da decenni: utilizza ogni pertugio disponibile per rompere le dighe, muoviti al margine della legalità, sovverti le regole: è così che si fa innovazione, è così che si fa la disruption.

   

A San Francisco le autorità hanno snobbato le grandi startup di monopattini elettrici per favorire concorrenti più corretti

 

Le cose sono cambiate a giugno, quando le autorità di San Francisco di cui sopra, quelle arrabbiate, hanno deciso di reagire alla disruption e hanno emesso un’ordinanza per togliere tutti i monopattini elettrici dalle strade. Poi hanno annunciato che avrebbero regolamentato il mercato, e che avrebbero distribuito circa 1.200 licenze per operare in città soltanto alle aziende più meritevoli. Una decina di aziende, comprese Bird e Lime, hanno partecipato al bando di San Francisco. Le autorità cittadine hanno impiegato l’intera estate per valutare, poi hanno fatto una scelta sorprendente: alla fine di agosto hanno concesso le licenze, seicento a testa, alle due startup più piccole e timide tra quelle che si erano presentate: Skip e Scoot. La città ha escluso i giganti con molta esperienza e molti mezzi come Bird, Lime e Uber. La ragione? Skip e Scoot hanno promesso di rispettare le regole, e l’hanno sempre fatto in passato. In particolare Sanjay Dastoor, il ceo di Skip, si è vantato con i giornalisti che la sua è stata l’unica startup di monopattini elettrici a non aver ricevuto un decreto di ingiunzione dalle autorità cittadine. Skip operava già a Washington e Portland, e anche in quelle città aveva mantenuto un comportamento esemplare: non aveva invaso i marciapiedi di monopattini, ma aveva collaborato con le autorità, congegnato un piano che rendesse l’introduzione dei nuovi mezzi meno traumatica. Aveva atteso pazientemente tutti i permessi e poi, soltanto allora, cominciato il suo business. “Il punto non è arrivare primi. Il punto è esserci ancora tra un anno o tra cinque anni”, ha detto Dastoor al Financial Times.   

   

Fino a qualche anno fa, le lettere di ingiunzione che arrivavano dai municipi erano sventolate come motivo di vanto dalle startup più disruptive e innovative. Era segno che stavi facendo innovazione nel modo giusto, perché pestare piedi e infrangere le regole era l’unico modo per cambiare il mondo, non si può fare la rivoluzione senza vittime. La battaglia dei monopattini di San Francisco, però, l’hanno vinta i bravi ragazzi, quelli che hanno seguito tutte le regole e aspettato il loro turno con pazienza.

  

Non è un caso isolato. Negli ultimi tempi, in Silicon Valley, i bravi ragazzi stanno inanellando un successo via l’altro. E piano piano ci si è cominciato a chiedere: vuoi vedere che seguire le regole può funzionare? Che si può fare innovazione anche senza essere distruttivi? Vuoi vedere che ci si può comportare da adulti?

   

Mark Zuckerberg di Facebook è passato dalle magliette alla cravatta per deporre davanti al Congresso. Poi Jack Dorsey di Twitter 

Il caso più lampante di una startup tecnologica che ha dovuto imparare – e in fretta – a diventare adulta è proprio Uber. La startup fondata da Travis Kalanick è stata l’esempio più perfetto di tutto quello che c’è di meraviglioso e di raggelante nella Silicon Valley. Agli inizi, Uber era un servizio fantastico. Kalanick aveva individuato un problema reale (i taxi sono terribili) e lo aveva risolto con una soluzione elegante, semplice e alla portata di tutti – proprio ciò che si potrebbe desiderare dalla Silicon Valley. Le cose sono sfuggite di mano molto in fretta, quando Uber è diventato il simbolo di un modo di fare business aggressivo, irrispettoso, a volte perfino irresponsabile: in pochissimi anni l’azienda si è espansa in tutto il mondo senza chiedere il permesso, sfidando le autorità, facendo infuriare i tassisti, a volte sfruttando i suoi stessi autisti. Nel giro di pochi anni, Uber operava in centinaia di città, ma un’espansione così dissennata l’aveva reso fragile. In breve è stato cacciato quasi del tutto dal mercato asiatico a causa della concorrenza locale, e la sua presenza in Europa è stata ridotta drasticamente dalle ingiunzioni giudiziarie. Nel frattempo, Kalanick sviluppava all’interno dell’azienda una cultura tossica, fatta di spionaggio industriale, pratiche anticoncorrenziali e, infine, un atteggiamento machista e permissivo nei confronti delle molestie contro le dipendenti donne. E’ stata quest’ultima accusa a costringerlo alle dimissioni, nel giugno del 2017, mentre sembrava che tutta l’azienda stesse andando a rotoli.

   

Il suo sostituto, Dara Khosrowshahi, fu scelto perché era l’anti Kalanick – vale a dire: un bravo ragazzo. Capelli radi, giacchete poco pretenziose, faccia da vicino di casa con cui fare il barbecue del quattro luglio, Khosrowshahi ha inaugurato dentro a Uber una nuova strategia piuttosto semplice: facciamo i bravi. Basta con la guerra contro le autorità, basta con questa immagine corrosiva di azienda pronta a tutto pur di prevaricare la concorrenza. D’ora in poi con le autorità si discute civilmente, si rispetta la concorrenza, si seguono le regole a puntino. Insomma: cominciamo a comportarci da persone adulte. Ha funzionato. In un anno, Khosrowshahi ha risollevato Uber, e giusto questa settimana ha annunciato che è sulla buona strada per far debuttare in Borsa l’azienda entro il 2019.

     

La parabola di Uber, da Kalanick a Khosrowshahi, è l’esempio di tutto ciò che c’è di meraviglioso e spaventoso nella Valley 

A salire ancora più in alto nella catena alimentare delle aziende della Silicon Valley, dove ci sono giganti che valgono centinaia, se non migliaia di miliardi di dollari, le cose si fanno più complesse, ma anche qui si colgono segnali di una transizione all’età adulta. Occhio: aziende come Google, Facebook, Amazon e Apple hanno storie in alcuni casi pluridecennali e sono già molto adulte quando si parla di business. Ma l’ethos della Silicon Valley, quello irrispettoso, supponente e bullo che si crea tra giovani informatici maschi nei dormitori delle università d’élite, quella tracotanza del tecnocrate che non conosce il mondo ma è convinto che per ogni problema esista una soluzione meccanica e computazionale – quell’ethos è rimasto quasi invariato per decenni, e soltanto negli ultimi tempi ha cominciato a cambiare.

     

Prendiamo Facebook, il gigante nato dall’idea di un ragazzino che voleva fare una classifica delle ragazze più scopabili di Harvard e si è trovato in mano una multinazionale da 700 miliardi di dollari. Per anni, anche se gli utenti diventavano tantissimi e l’azienda conquistava il dominio globale, l’ethos di Facebook è rimasto quello dei tempi di Harvard: sbruffone, immaturo, disinteressato alle conseguenze. Il motto era: “Muoviti in fretta e spacca tutto”. Per anni è andata così.

     

Ma questa primavera, dopo i mesi più difficili di tutta la sua carriera, abbiamo visto Mark Zuckerberg in una nuova veste, con la cravatta azzurra e un vestito blu, tesissimo e con la fronte piena di goccioline di sudore, seduto in un’aula del Congresso americano di fronte a decine di legislatori. Era scoppiato lo scandalo di Cambridge Analytica, c’erano stati Trump e la Brexit, tutti fenomeni in cui Facebook ha avuto un ruolo notevole, e quello che era successo era che a forza di spaccare cose Facebook era diventato una piattaforma piena di predicatori d’odio, troll russi, faccendieri dei big data e neonazisti, e alla fine rischiava di spaccarsi perfino la democrazia – non siamo ancora sicuri che si sia salvata. (Come nota Facebook, i troll e gli odiatori sono una parte infinitesimale dei tantissimi utenti del social network, ma la loro influenza e il loro peso specifico sono enormi).

  

La scena si è ripetuta questa settimana con Jack Dorsey, fondatore di Twitter, senza cravatta (ha ambizioni da stilista, si disegna gli abiti da solo, le camicie hanno fogge sempre particolari) ma ugualmente teso nella sua deposizione davanti al Congresso a proposito delle interferenze straniere sui social.

  

L’Economist sostiene che la Silicon Valley – come idea e come luogo fisico – ha ormai raggiunto la sua fase discendente

Per molti, questi sviluppi sono sintomo del fatto che la Silicon Valley – come idea, come modello di innovazione, perfino come luogo fisico – è in crisi. La scorsa settimana l’Economist ha pubblicato una storia di copertina in cui spiega che la Silicon Valley potrebbe aver cominciato la fase discendente del suo dominio come massimo distretto innovativo del mondo. Per la prima volta in decenni, spiega il settimanale britannico, l’anno scorso hanno abbandonato la contea di San Francisco più persone di quante non siano arrivate. Moltissimi nomi noti, come Peter Thiel, se ne sono già andati dalla Valley. Il clima di innovazione serrata sta scemando, a causa soprattutto della presenza di Google, Facebook e Apple, che sono buchi neri di talenti e risorse: quando lo stipendio medio dentro a Facebook è di 240 mila dollari l’anno quale giovane talentuoso rischierebbe tutto per fondare una startup che tanto finirebbe schiacciata proprio da Facebook? Nuovi centri d’innovazione crescono nel mondo, da Pittsburgh a Shenzhen a Berlino, e per i grandi imprenditori tecnologici diventare adulti è anche questo: capire che il mondo non è soltanto un terreno di caccia per il proprio business.

  

Ci sono ancora molti dubbi sul fatto che la Silicon Valley sia in crisi per davvero – gli affari non sono mai andati così bene. Ciò che è in crisi è l’idea della Valley, l’idea che l’innovazione possa prescindere dalle regole e dalle conseguenze. Il modo migliore per risolvere una crisi del genere è diventare adulti. Sta succedendo, anche se Zuck e i suoi non vorrebbero. Questa settimana una ricerca ha fatto il conto dell’età media degli imprenditori tech americani: 42 anni.

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.