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L'amicizia ai tempi di Facebook

La parola simbolo del social è stata l’algoritmo di una rivoluzione sociale ed economica. Ma è stata revocata

7 Settembre 2018 alle 06:00

L'amicizia ai tempi di Facebook

Foto LaPresse

Milano. Quando nel 2004 fu fondato Facebook, la parte del mondo che chiamiamo occidente era immersa in un periodo cupo, strascico delle Twin Towers, minacciato da una quasi guerra mondiale, da una possibile recessione petrolifera; i controlli agli aeroporti si erano fatti soffocanti, ogni sconosciuto per strada un possibile nemico. Depressione, più rabbia che orgoglio. Facebook era una piattaforma digitale, quasi un gioco, che prometteva (consentiva) di stringere “amicizia” con tutti: oltre i confini, in modo sicuro, allargando la mente e le capacità di informarsi. “Amicizia” era una bella idea positiva, un rimedio alla paura. Ed era l’uovo di Colombo, il volano ideale della nuova economia digitale.

 

La parola magica di un rinnovato ottimismo (orizzontale). Come ogni rivoluzione tecnologica che diventa rivoluzione economica, anche quella digitale aveva bisogno di un meccanismo simbolico, un algoritmo mentale, per poter essere accettata e funzionare. In un vecchio libro che spiegava bene l’algoritmo del Novecento, Edgar Morin ricordava che il cinema e l’aeroplano erano nati nello stesso anno. L’“amicizia” è nata nel momento in cui tutto nelle nostre vite stava per diventare friendly. Dai consumi ai rapporti sociali ai sistemi di lavoro. Ma soprattutto, attraverso l’algoritmo amicizia la rivoluzione aveva una grande illusione da offrire: puoi dire quello che vuoi e finalmente avrai voce in capitolo. In un mondo di amici. Nel 2007 nacque l’iPhone, eccetera. Poi venne il 2016. La Brexit, Trump, eccetera. La scoperta che il mondo non aveva proceduto sulla via dell’amicizia. Il contrario.

 

Qualcosa nell’algoritmo si era inceppato. Se ne è accorta la politica (l’élite), che ha incolpato i giganti della Valley, Google e Facebook in primis: che avete combinato? È la storia delle audizioni al Congresso in corso negli Stati Uniti, delle ipotesi economiche (fino a poco tempo fa impensabili) che indicano la necessità di distruggere i nuovi monopoli della comunicazione. “Che cosa è andato male con internet?”, si è chiesto l’Economist. Tutti e due insieme, politica e Silicon Valley, hanno poi accusato the people, gli elettori: siete pieni di fake news, se lasciamo decidere a quel che mettete su Fb il mondo diventa ingovernabile. L’amicizia è revocata. Il diritto di parola è pronto a essere limitato, non appena troveremo il modo. Ogni uomo nasce libero, certo, se si fa fregare da un troll russo, la sua parte di colpa ce l’ha. Qua e là è rispuntata un’antica parola: censura.

  
Poi ci sono cose anche più oggettive. Buona parte del rifiuto dell’economia globalizzata e della politica che l’ha governata nasce da una paura di perdita di controllo sulla propria vita e di irrilevanza nei processi decisionali. Ultimo ad accodarsi ai preoccupati per questa situazione è Yuval Noah Harari, storico immaginifico israeliano divenuto famoso per saggi acuti che, riassumendo, sono la narrazione delle infinite sorti e progressive dell’uomo potenziate a dismisura, a saperle usare, dalla tecnologia. Ora sull’Atlantic ha scritto un articolo che si intitola “Perché la tecnologia favorisce la tirannia”. In primo piano, c’è la paura generata dai processi tecnologici legati all’intelligenza artificiale, per come viene percepita sommariamente dai comuni mortali: un dominio di macchine molto più performanti dell’uomo e perciò incontrollabili.

 

Se “amicizia” è stato l’algoritmo ottimista dei primi due decenni del millennio, “intelligenza artificiale” lo sarà dei prossimi. Ma è un algoritmo minaccioso. Se AlphaZero ci batte a scacchi, per millenni il simbolo dell’intelligenza razionale, chi comanderà il futuro? “Così come molte persone perdono il loro valore economico” mangiato dalle intelligenze artificiali, dice Harari, “così potrebbero perdere il loro potere politico” in una democrazia svuotata. “La stessa tecnologia che potrebbe rendere miliardi di persone economicamente irrilevanti potrebbe anche renderli più facili da controllare”.

 
L’iPhone è nato un anno prima del crollo di Lehman Brothers. La Silicon Valley è l’unica che ha attraversato la Grande crisi non solo indenne, ma in una cavalcata di cui i mille miliardi di capitalizzazione appena festeggiati da Apple e Amazon sono l’emblema. Come tutte le grandi rivoluzioni economiche, quella digitale ha necessitato (necessita) di un mercato-pubblico e prima ancora del suo consenso (informato?). In cambio di una nuova propensione agli acquisti e ai nuovi ritmi economici l’offerta è stata soprattutto una “apertura” della società, degli stili di vita.

 

In democrazia, la possibilità di dire la propria. Di informarsi su canali orizzontali (poi si è scoperto che erano bolle circolari). Ora quell’offerta viene revocata. All’orizzonte si profila (nel pensiero di milioni di persone) un algoritmo da cui non c’è nulla da guadagnare. C’è anche la politica, ovvio. Rubo una battuta letta da qualche parte: Marx non aveva immaginato che un giorno il Lumpenproletariat avrebbe preso il potere. E soprattutto, che i lumpenproletari avrebbero fatto amicizia tra loro. La tenaglia è tra la tirannia di un’opinione pubblica uscita di controllo, e un potere che minaccia di farsi non controllabile. 

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