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Mica funzioneranno 'sti troll russi, diceva l'Fbi. E invece

Francesco Maselli

Alcuni ufficiali americani hanno a lungo provato a convincere Cia, Fbi e dipartimento di Stato a mettere in atto una controffensiva. Ma sono stati inascoltati

Roma. Gli Stati Uniti hanno, per anni, sottovalutato i tentativi della Russia di influenzare l’opinione pubblica americana. Lo scrive il Washington Post in un articolo che racconta la strategia a lungo termine dei russi e il modo in cui una serie di troll legati con ogni probabilità alla Gru, l’intelligence militare russa, hanno creato dei profili giornalistici falsi in grado di presentarsi come normali freelance, iniziare a scrivere articoli innocui per dare credibilità al loro curriculum, e poi trasformarsi in macchine di propaganda. L’inchiesta del quotidiano cita le scoperte di “NorternNight”, un’operazione di controspionaggio condotta dall’Fbi. Il bureau ha controllato una serie di “giornalisti” sospetti, scoprendo che dietro a reporter freelance con poca esperienza si nascondevano profili governativi russi. Un caso emblematico è quello di Alice Donovan, giornalista freelance che si presenta il 26 febbraio 2016 con una email al sito di news CounterPunch chiedendo di collaborare. Donovan inizia a scrivere articoli poco legati alla politica americana fino alla fase più intensa della campagna elettorale. A quel punto gli articoli cambiano, sono più aggressivi contro la candidata democratica Hillary Clinton, danno credito alle notizie pubblicate da Wikileaks. Donovan comincia a collaborare anche con altri siti, come We are the change e Veterans Today, con toni sempre più filorussi. L’Fbi ha quindi cominciato a chiedere informazioni sulla sua identità ai direttori dei siti con cui collaborava; Jeffry St. Clair, editor di CounterPunch, ha contattato subito Alice Donovan via email, ma la freelance ha rifiutato di inviare documenti che provassero la sua identità o di parlare al telefono. Alla richiesta di maggiori dettagli, Donovan non ha più risposto.

 

L’operazione russa non è tuttavia cominciata nel 2016. A partire dalla caduta del muro, i russi, scrive il Post, hanno compensato la minore potenza del proprio esercito con le azioni di propaganda. A questo è servita nel 2005 l’apertura del canale televisivo Rt, Russia Today, che trasmette in arabo, inglese, francese e spagnolo e di Sputnik, un’agenzia web che pubblica in 39 lingue. Entrambi i programmi sono finanziati dal Cremlino. Nel 2014, quando la Russia ha annesso la Crimea, Putin aveva a disposizione un arsenale di troll e di esperti già rodato per influenzare le opinioni pubbliche straniere.

 

Alcuni ufficiali americani, consapevoli del pericolo, hanno a lungo provato a convincere Cia, Fbi e dipartimento di Stato a mettere in atto una controffensiva. Ma l’intelligence, tra scetticismo, difficoltà legislative e mancato coordinamento, ha impiegato anni a rendersi conto delle capacità russe: “Credevo che il terreno non fosse fertile”, ha spiegato Anthony J. Blinken, ex vice segretario di Stato, “credevamo che la verità avrebbe prevalso. E’ stato ingenuo”. Nell’ultimo anno del suo mandato, Obama ha predisposto alcuni programmi per contrastare l’attivismo russo. Spetta ora a Donald Trump decidere se e come utilizzarli. Parte dell’Amministrazione è preoccupata dalle ingerenze del Cremlino, ma la questione è politicamente complicata da affrontare: il presidente è convinto che le accuse ai russi facciano parte di una campagna per delegittimarlo. E pubblicamente racconta della grande relazione che è stato in grado di costruire con Vladimir Putin. Difficile diventare il suo più acerrimo nemico ora. Il problema è che la strategia russa è destabilizzare l’opinione pubblica americana chiunque governi, ed è per questo che negli ultimi mesi sono aumentati gli articoli contro la strategia di Trump in medio oriente e il suo presunto “supporto” ai terroristi contro Bashar el Assad. Un problema che prima o poi Trump dovrà affrontare.

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