Foto LaPresse

Malafede Wikileaks

Eugenio Cau

Julian Assange, araldo della trasparenza, non agiva per idealismo, ma seguendo un’agenda politica anti Hillary

Roma. L’atto di incriminazione di 12 membri dell’intelligence russa reso noto la settimana scorsa dal dipartimento di Giustizia per il furto di documenti dai computer del Partito democratico americano durante le ultime elezioni presidenziali è la prova definitiva che Wikileaks non è il bastione del giornalismo libero che molti avevano sperato fosse: è tutto il contrario. Quando, nel luglio del 2016, Wikileaks cominciò a pubblicare più di 20 mila email trafugate dai computer del Democratic national committee, l’organizzazione guidata da Julian Assange fece passare l’operazione come una grande opera di trasparenza e accountability del potere: le nostre fonti ci hanno consegnato materiale scottante, diceva Assange, noi lo rendiamo pubblico senza pregiudizi e con equanimità. Al tempo, migliaia di giornalisti ci cascarono. L’incriminazione dimostra, al contrario, che fin dall’inizio Wikileaks si prestò consapevolmente a una campagna manipolata ad arte per distruggere uno dei due candidati (Hillary Clinton) ed elevarne un altro (Donald Trump), in linea con l’agenda politica personale di Assange. I documenti riportano il primo messaggio privato che Wikileaks, definita “Organization 1” nell’incriminazione, inviò a Guccifer 2.0, l’avatar che gli agenti dell’intelligence russa usavano per comunicare con l’esterno e che si faceva passare per un solitario hacker romeno: dapprima, Wikileaks chiede a Guccifer di consegnargli i documenti per aumentare “l’impatto” della loro pubblicazione. Pochi giorni dopo aggiunge che la pubblicazione dei documenti imbarazzanti per Hillary Clinton deve essere fatta entro la Convention democratica, per minare la sua candidatura. “Pensiamo che Trump abbia solo il 25 per cento di probabilità di vincere contro Hillary… per cui un conflitto tra Bernie [Sanders, sfidante di Clinton alle primarie, ndr] e Hillary è interessante”, scriveva Wikileaks a Guccifer, mostrando come le tempistiche della pubblicazione fossero state studiate per danneggiare il più possibile la campagna elettorale della candidata democratica.

  

I messaggi di Wikileaks, insomma, ci confermano che l’associazione ha contattato Guccifer con un obiettivo politico ben preciso. Non dicono esplicitamente che Assange sapesse che dietro a Guccifer ci fosse l’intelligence russa – lui stesso ha sempre negato che le sue fonti fossero legate a Mosca – ma nei mesi precedenti al primo messaggio erano uscite molte inchieste giornalistiche che mostravano oltre ogni ragionevole dubbio che Guccifer non era un hacker romeno, e indicavano in maniera preoccupante che un’interferenza da parte russa era molto probabile. Dopo la pubblicazione dei documenti rubati, inoltre, Assange cominciò a dare credito alle teorie del complotto intorno a Seth Rich, un ragazzo di 27 anni che lavorava per il Partito democratico e che era stato ucciso qualche mese prima in una rapina. Assange, in diverse interviste, fece intendere che Rich collaborava per Wikileaks, anche se le indagini lo smentiscono, e promise una ricompensa di 20 mila dollari a chiunque avesse avuto informazioni sul suo caso. Le circostanze della morte di Rich erano già state accertate dalla polizia (rapina, in una zona in cui peraltro i crimini di questo tipo erano in forte crescita), ma Assange contribuì a diffondere l’idea che la morte del ragazzo fosse insolita, gli ambienti trumpiani e Fox News ripresero il caso, e iniziò a insinuarsi l’idea che forse quella morte era sospetta, che il giovane Rich era un novello Snowden che aveva tentato di svelare il marcio tra i democratici ed era finito male: vedi che alla fine i russi non c’entrano niente? Era una teoria del complotto spudorata e brutale, che ha causato molto dolore alla famiglia di Seth Rich e che adesso, dopo che sono usciti i nomi e i cognomi degli agenti russi responsabili del furto dei documenti, appare come un tentativo di Assange di coprire i contatti con Guccifer.

  

Insomma, la posizione di Wikileaks davanti all’incriminazione è simile a quella dell’Amministrazione Trump: non ci sono prove dirette di collusione con i russi. Per Wikileaks, però, c’è un’aggravante: i documenti sono prova certa di malafede. Assange parlava di trasparenza mentre intorbidiva i fatti, predicava rigore giornalistico mentre perseguiva la sua agenda politica personale, si faceva osannare come paladino della verità mentre diffondeva fake news e teorie del complotto.

  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.