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L'America a caccia di spie, ma la Cina ha già vinto questa partita

Arrestato un ex agente della Cia accusato di passare le veline a Pechino. Ma tra il 2010 e il 2012 l'America ha perso ventisei fonti

18 Gennaio 2018 alle 14:54

cia trump

Roma. L’Fbi ha arrestato ieri notte all’aeroporto di New York Jerry Chun Shing Lee, cittadino americano di cinquantatré anni, ex agente della Cia. Lee, conosciuto anche con lo pseudonimo di Zhen Cheng Li, secondo il dipartimento di stato americano sarebbe la talpa. E’ lui il motivo per cui Pechino è stata in grado, tra il 2010 e il 2012, di smantellare la rete di intelligence americana sul territorio cinese. In un comunicato diffuso ieri si legge che Lee ha lavorato nei servizi segreti americani dal 1994 fino al 2007. Aveva un’autorizzazione top secret, e gli era quindi consentito conoscere alcuni dati segreti – per esempio i nomi e gli indirizzi delle fonti americane in Cina. Ma il nulla osta di sicurezza è una responsabilità che dura per tutta la vita.

  

L’inchiesta interna all’Agenzia, in collaborazione con l’Fbi, è iniziata nel 2012, in un ufficio in Virginia del nord, sotto il nome in codice di “Honey Badger”, il tasso del miele. Secondo diverse fonti riportate in una nota inchiesta pubblicata lo scorso anno dal New York Times e firmata, tra gli altri, da Mark Mazzetti, in ventiquattro mesi, tra il 2010 e il 2012, Pechino è riuscita a scoprire e mettere in carcere 18 delle 20 fonti americane in Cina. Ad altre sei, invece, è toccata una sorte peggiore: “Secondo tre ufficiali, una fonte fu colpita da un proiettile in fronte davanti ai suoi colleghi nel cortile di un edificio governativo – un chiaro messaggio per gli altri che avrebbero potuto lavorare per la Cia”, scriveva nel maggio del 2017 il New York Times. Nella stessa inchiesta si fa già riferimento a un “ex impiegato dell’Agenzia” che, insieme alla famiglia, era rimasto a vivere a Hong Kong. Quello stesso ex agente venne richiamato in Virginia nell’agosto del 2012, per rispondere ad alcune domande “con la scusa di un nuovo possibile incarico”. Dal comunicato pubblicato ieri dal dipartimento di stato si intuisce che quel viaggio era servito agli agenti dell’operazione “Honey Badger” per entrare nelle camere d’albergo di Lee e trovare, tra gli altri indizi, “due quaderni con i nomi e i numeri di telefono delle risorse e degli agenti della Cia sotto copertura in Cina”. Dal 2012 al 2018, per quasi sei anni, Lee sarebbe stato sotto controllo dagli agenti americani, che volevano “prove schiaccianti” del suo tradimento.

  

Se davvero Chun Shing Lee sia la talpa che ha venduto le informazioni a Pechino lo sapremo dopo il processo. Il fatto è che le reazioni, in Cina, sono abbastanza divertite – proprio quelle che ci si aspetterebbe da chi è in una posizione di forza. Dopo l’ilarità che ha generato l’articolo del Wall Street Journal (giornale di Rupert Murdoch) sull’ex moglie dell’editore, Wendi Deng, accusata di essere una spia al servizio di Pechino, ieri il direttore del Global Times cinese, Hu Xinjin, ha fatto un video-editoriale per dire che se Chun Shing Lee avesse davvero lavorato per i cinesi, allora sarebbe stato “un completo idiota” a tornare in America con le prove del suo tradimento: ‘Tutti quelli che lavorano alla Cia sono così stupidi?’”. E poi: “Con tutte queste storie di cinesi trasformati in spie pubblicate ogni giorno dai media americani, tra poco molti cinesi-americani non si sentiranno più al sicuro”.

  

“Questo arresto dimostra che il governo americano ha preso sul serio la minaccia del controspionaggio cinese – spiega al Foglio Cortney Weinbaum, analista di Sicurezza nazionale e cybersecurity alla Rand corporation – E sta cercando di fermare i leak. Allo stesso tempo, stanno mandando un messaggio alle altre spie: le indagini sono in corso e proseguiranno in modo aggressivo”. Per Weinbaum, nel controspionaggio, la deterrenza è la prima linea difensiva: “Gli investigatori e i funzionari americani vorranno evitare che altre potenziali spie facciano trapelare altre informazioni; di certo è più facile prevenire questo tipo di minaccia piuttosto che cercare di mitigare le ripercussioni che può provocare un leak”, e indagare sugli spifferatori dopo, a fatto compiuto. L’arresto di ieri è quindi un messaggio per tutti “i potenziali cospiratori”, sia negli Stati Uniti sia all’estero:“Rischiano di essere catturati anche loro”, dice Weinbaum.

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