Come si governa l’innovazione che distrugge?

Il bitcoin è una bolla, ma la sua tecnologia cambierà i corpi intermedi. Lezione di Netanyahu

bitcoin e tecnologia

Foto LaPresse

Da un lato la bolla, dall’altro lato il futuro. Nel corso dell’anno che si sta per concludere, il mondo della finanza ha cominciato a fare i conti con una formidabile tecnologia distruttiva che ha messo in discussione diverse rendite di posizione e che ha costretto molti operatori a trovare nuove strategie per attrarre clienti senza scommettere più sull’idea di essere semplicemente dei mediatori migliori dei concorrenti. Molti di voi penseranno che la tecnologia distruttiva di cui stiamo parlando coincide con una famosa cripto-valuta molto glamour chiamata bitcoin. Ma in realtà la tecnologia che può cambiare velocemente il mondo c’entra con il bitcoin solo perché la moneta virtuale è una sua derivazione diretta. Ma la differenza è che da un lato c’è una possibile bolla (il bitcoin), dall’altro il futuro: il blockchain. L’espressione in questione la conoscete già – il blockchain è il “libro mastro delle transazioni”, una catena di blocchi, un database condiviso, che permette di gestire in sicurezza e senza intermediari ogni genere di transazione – ed è un’espressione destinata a diventare una sorta di stress test universale utile a misurare la capacità di alcuni corpi intermedi di rinnovare se stessi, di essere più efficienti e di evitare la sindrome Kodak, trovandosi cioè da un giorno all’altro dalla gloria assoluta al fallimento conclamato.

 

Per provare a capire in che senso il blockchain è una tecnologia che può cambiare il nostro futuro conviene mettere a fuoco la teoria del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che pochi giorni fa ha azzardato una previsione importante. “Se le banche sono destinate a sparire con la tecnologia blockchain? La risposta è sì.

 

Se succederà domani e succederà a causa del bitcoin? Questo è un punto interrogativo. La blockchain, la tecnologia decentralizzata sottostante al bitcoin, rende possibile le transazioni dirette, senza bisogno di un terzo attore che garantisca la validità delle operazioni. Ed è questo che sta spingendo verso l’alto le quotazioni del bitcoin”.

 

Il ragionamento di Netanyahu ci dice che la tecnologia blockchain non è così diversa da ciò che nel passato hanno rappresentato Napster per la musica, Uber per il trasporto pubblico e Diners per le banche. Diners è stata la prima carta di credito indipendente al mondo (1950) e dopo essere stata a lungo osteggiata dalle banche tradizionali è diventata il motore di una grande innovazione dell’universo finanziario (nel 2004 se l’è comprata MasterCard).

 

Napster ha scombussolato il mercato musicale con un sistema illegale di condivisione che ha costretto le case discografiche a trovare soluzioni per essere competitive in un mercato improvvisamente cambiato (la prima risposta è stata iTunes). Uber ha costretto il trasporto pubblico locale (in America, più che in Europa) a trovare soluzioni per offrire un servizio più efficiente rispetto al passato e probabilmente senza l’arrivo di Uber i vecchi taxi, per fare un piccolo esempio, chissà quando si sarebbero dotati di servizi di pagamento digitale tramite app.

 

Le innovazioni (e le disintermediazioni) si possono combattere oppure si possono accettare per capire le nuove traiettorie della domanda e per testare la capacità di un sistema di non campare solo di rendita. A prescindere da quello che sarà il destino del bitcoin la tecnologia blockchain è dunque destinata ad aprire un processo sul sistema bancario più interessante rispetto a quello che abbiamo osservato all’interno della commissione sulle banche: di fronte a una tecnologia che tende a distruggere le mediazioni cosa può fare un corpo intermedio per avere ancora senso? Vale per le banche ma vale per tutto il resto. Un anno fa, grazie ai consigli del grande economista Hernando de Soto, in Georgia è stata introdotta una tecnologia blockchain che permette di costruire nuove società tramite un’applicazione sul telefono. E nel giro di un anno la Georgia è diventata uno dei luoghi più efficienti del mondo (il 9°) per aprire un’impresa (dieci anni fa era al 37°). La lezione è dunque chiara. Il bitcoin non sostituirà l’euro o il dollaro che sono di certo più affidabili, ma costringerà le banche e le autorità monetarie a modernizzarsi e a incorporare l’innovazione com’è avvenuto in passato con altre tecnologie distruttive che all’inizio venivano osteggiate. La disintermediazione si traduce in sterile anarchia distruttiva quando i corpi intermedi invece che far propria l’innovazione decidono di combatterla. E’ la sindrome Kodak. E non ci vuole molto a capire che il modello riguarda non solo le banche ma anche la politica. Buon anno a tutti.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • balestrazzi

    31 Dicembre 2017 - 09:09

    Questa mattina ho letto con grande interesse sul Foglio cartaceo l’editoriale sulla tecnologia blockchain, contenente la previsione di Netanyahu sulla scomparsa prossima ventura delle banche. Poi ho alzato lo sguardo ed ho visto il tutto incorniciato sotto due bei loghi a colori di Unicredit in testa al giornale a mo’ di virgolette. A volte l’impaginazione dei giornali gioca degli scherzetti niente male.

    Report

    Rispondi

  • marcello.gasco

    30 Dicembre 2017 - 10:10

    LA tecnologia blockchian potrà avere un effetto anche dirompente sul sistema degli incassi e pagamenti, tuttavia la Banche fanno molto altro, come gestire il credito, fare consulenza finanziaria, essere nel mercato della compravendita dei prodotti finanziari. Quindi, tranquilli, le banche non si spegneranno per il blockchian.

    Report

    Rispondi

Servizi