Un cliente utilizza una macchina Bitcoin. Piccadilly Circus, Londra (foto LaPresse)

La storia generazionale dei Bitcoin, un regno in cui i figli fanno la stessa cosa dei padri

Mattia Ferraresi

Come molte delle vicende dei millennial, anche quella della criptovaluta si è normalizzata

Tom Lee, consulente di Wall Street e fondatore dell’agenzia Fundstrat, dice che la vicenda della frenetica ascesa dei Bitcoin “è una storia da millennial”. In effetti la criptovaluta che ora vale quasi 17mila dollari a unità è nata come moneta peer to peer al di fuori del controllo delle banche centrali, trovata monetaria perfetta per una generazione che si definisce con il non sentirsi definita dalle categorie prevalenti. I millennial rifiutano il bipolarismo politico della Guerra fredda che non hanno mai vissuto, se ne fregano delle vecchie griglie ideologiche, amano l’obliquo e il trasversale, preferiscono lo stato liquido a quello solido, flirtano con il populismo perché anche lo schema liberale è, a suo modo, un dogmatismo.

   

 

Buggerare i controllori centralizzati del denaro era un desiderio generazionale inevitabile. Poi, come molte delle storie dei millennial, anche quella dei Bitcoin si è normalizzata. Quello che Lee intende, in realtà, è che questa generazione ha davanti a sé il tempo e le potenzialità per fare quello che i baby boomers hanno fatto con il mercato azionario, ovvero gonfiarlo fino all’inverosimile: “I millennial oggi hanno in media 25 anni. I boomers avevano 25 anni nel 1982, su che cosa hanno vissuto da quell’epoca fino al 1999, quando la generazione ha raggiunto il picco della popolazione? Hanno investito nel S&P 500”.

 

Il parallelo per il momento è iperbolico: i Bitcoin sono una impercettibile goccia nel grande oceano degli investimenti, delle bolle e delle speculazioni, ma è vero che sono un affare per millennial. Il 30 per cento degli americani di questa generazione ha detto di preferire mille Bitcoin a mille dollari in un sondaggio telefonico, oltre il 40 per cento pensa che la valuta digitale avrà una enorme diffusione nei prossimi dieci anni, mentre solo il 15 per cento fra i non-millennial sanno vagamente dell’esistenza dei Bitcoin. E i millennial, rivoluzionari di cartapesta e indignati a giorni alterni, detengono anche una grande quota dei Bitcoin esistenti. Il 40 per cento delle riserve in circolazione sono nelle mani di un migliaio di persone, per lo più giovani fissati delle criptovalute che si sono fatte un portafoglio all’alba degli anni Dieci, quando l’epopea del Bitcoin aveva un sapore rivoluzionario.

  

Adesso sono le “balene” che controllano il mercato, i padroni di un piccolo universo che è approdato a Wall Street, potenziali speculatori che si candidano a fare le stesse cose che hanno fatto i loro padri in altri tempi, in altri mercati. Kyle Samani, partner di Multicoin Capital ed esperto di monete alternative, sostiene che i pionieri del genere sono alcune centinaia di persone in contatto fra loro, una piccola banda che controlla un pezzo di mercato in crescita. La logia monopolista non è dissimile da quella della Silicon Valley, dominata dall’etica sorridente dei millennial che ha partorito il solito, vecchio cartello.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.