Ansa

dopo la sentenza

La scelta garantista su Acerbi indica una (nuova) via. La giustizia sportiva decida cosa vuole essere

Ruggiero Montenegro

Il difensore dell'Inter è stato assolto dalla accuse di razzismo mosse da Juan Jesus perché impossibili da provare, hanno detto i giudici. Un cambio di paradigma per la Figc che forse potrebbe aprire scenari per l'ordinamento giudiziario dello sport

Questa volta la Federcalcio si è scoperta garantista e ha scelto, non senza polemiche, la strada del diritto ordinario. Una novità. D’altra parte il caso che riguarda Francesco Acerbi e Juan Jesus è di quelli da prendere con le pinze: l’accusa di razzismo è tra le più infamanti nel mondo dello sport. Forse per questo la giustizia sportiva ha deciso di abdicare al suo consueto slancio giustizialista, evitando al difensore dell’Inter una condanna che avrebbe probabilmente messo fine alla sua carriera. Si parlava di dieci giornate di squalifica, con tanti saluti alla Nazionale alla vigilia dell’Europeo. Secondo qualcuno anche quest’ultimo aspetto potrebbe aver contribuito all’assoluzione, nonostante la difesa di Acerbi non fosse sembrata delle più ferree. Il difensore del Napoli Juan Jesus, per usare un eufemismo, non ha preso bene la decisione e, pare, potrebbe rivolgersi alle procure ordinarie: non ci sta a passare per bugiardo e di certo non si vuole qui farlo passare come tale. 

La sentenza di martedì tuttavia merita di essere approfondita al di là di quest’aspetto perché è, in una certa misura, storica e segnala un cambio di paradigma – quanto duraturo si vedrà – rispetto alla tendenza che ha guidato la giustizia sportiva fino all’altro ieri. I giudici hanno infatti motivato in punta di diritto che “il contenuto gravemente discriminatorio è confinato alle parole del soggetto offeso, senza alcun ulteriore supporto probatorio e indiziario esterno, diretto e indiretto, anche di tipo testimoniale”. In altre parole, non si nega che il fatto possa essere accaduto ma è impossibile provarlo, secondo il ragionamento tipico della giustizia ordinaria in base al quale non si emettono condanne “al di fuori di ogni ragionevole dubbio”. 

E’ andata così nonostante le norme sportive, come si legge sul sito della Figc, spieghino che “il fatto contestato può essere ritenuto provato anche se il quadro probatorio sia formato dalle sole dichiarazioni della persona offesa, purché sia sottoposta a vaglio positivo circa la sua attendibilità e senza la necessità della presenza di riscontri esterni”. Sembrerebbe proprio il caso di Juan Jesus, anche perché lo stesso Acerbi si è scusato in campo dopo l’episodio. Per alcuni aspetti pure la sanzione inflitta nel 2020 a Michele Marconi del Pisa, dieci giornate di squalifica per aver rivolto frasi discriminatorie a Obi Mikel del Chievo Verona, sembra ricalcare almeno parzialmente la logica della Federcalcio. Su questa scia in molti avevano già scommesso sulla condanna di Acerbi.

Invece la giustizia sportiva sportiva ha imboccato un altro sentiero, quello delle garanzie, che altre volte, per esempio nel recente caso del frettoloso processo alla Juventus sulle plusvalenze, non sono state del tutto rispettate. Così, per questa serie di ragioni, la sentenza di lunedì assume una certa rilevanza e riporta all’attualità il tema di una più ampia riforma dei meccanismi della giustizia sportiva, sempre evocata da ministri e dirigenti e mai davvero perseguita. Il caso Acerbi-Juan Jesus e l’approccio garantista utilizzato in questa occasione creano un precedente importante e indicano una via. Nella speranza che i princìpi utilizzati oggi non restino un unicum. La giustizia sportiva, insomma, decida che giustizia vuole essere. Ne va della credibilità, già messa a dura prova, di un sistema intero.
 

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