(foto LaPresse)

oltre il risultato

Italia-Stati Uniti riaccende la nostra fame di grande basket

Francesco Gottardi

Trovare Team Usa già ai quarti è sfortuna. Ma anche un onore e la potenziale sceneggiatura di un film che non si vedeva da troppo tempo: l’ultima volta che gli Azzurri prevalsero sui maestri fu nel 2004 (e con Pozzecco in campo)

In ogni caso si dirà grazie, ai ragazzi di Pozzecco. Perché al basket tricolore servivano nuovi miti. Nuovi immaginari collettivi, che la splendida trilogia contro la Serbia – preolimpico? europei? mondiali? Scegliete voi – ha già contribuito in parte ad alimentare. Ma gli Stati Uniti sono un’altra cosa: le superstar, i creatori del gioco, gli dèi inarrivabili con cui misurarsi sul parquet a ogni morte di papa. Anche qui, oltreoceano dei comuni mortali, i poster in cameretta venerano Jordan e LeBron. Ecco. Il giorno di Spissu e di Fontecchio, se mai arriverà, dovrà passare per la partita del decennio: martedì 5, alle ore 14:40, in telecronaca diretta da Pasay City, Italia-Usa, valevole per i quarti di finale della Coppa del Mondo – da leggersi con rigorosa cadenza fantozziana. E da gustarsi come un regalo generazionale. Comunque vada a finire, perché anche quando andò male ce lo ricordiamo ancora.

 

Era il 1998, l’ultima volta che l’Italia chiuse i Mondiali di basket tra le migliori otto. E anche allora trovò sulla sua strada gli americani. Anche allora troppo presto: battere Team Usa e non aver nemmeno una garanzia di medaglia o cavalierato del lavoro, sarebbe davvero una beffa. Quell’anno in Grecia ci mancò poco davvero. I video sopravvissuti sono rari, le cronache sfilacciate. Ma senza dubbio gli Azzurri incassarono una beffa atroce, dilapidando un vantaggio importante e finendo per soccombere 80-77 – contro un’avversaria priva di stelle Nba, a rigor di precisione. Senza dubbio ci fu un Carlton Myers monumentale, da 32 punti. Senza dubbio ci fu pure Gianmarco Pozzecco. Il filo conduttore della contesa: sei anni più tardi, verso Atene 2004, sarebbe stata rivincita col Poz trascinatore. Fu un’amichevole, ma poco importa. Gli Stati Uniti si presentavano – telecronaca SportItalia, di quelle gesta YouTube fa ancora il pieno – “come la squadra che si giocherà l’oro ad Atene”. E invece l’oro ce lo saremmo giocati noi, perdendolo fra gli applausi.  Ma le basi dell’impresa olimpica si gettarono quel giorno di inaudita pallacanestro: Denis Marconato pittura Tim Duncan, Pozzecco ridicolizza Allen Iverson, “LeBron James non riesce minimamente a tenere Gianluca Basile”. Una pioggia torrenziale di triple, una sinfonia cestistica in faccia ai maestri. Finisce tanto a pochissimo, 95-78 Italia, con l’inchino del Poz al pubblico di Colonia e Basile che sta ancora segnando.

 

Altro giro, altra corsa. L’ultimo precedente assoluto risale al lontano Mondiale 2006: Belinelli trascina la nazionale di Recalcati, che mette la testa avanti ma poi subisce il ritorno di Wade e Anthony. Sconfitta indolore (94-85), due gare più tardi l’Italia però delude ed esce agli ottavi contro la Lituania – che avremmo incontrato martedì, se i baltici non avessero azzeccato la partita della vita rifilando 110 punti agli States. Dunque ci risiamo. Ed è giusto sognare – Pajola a ingabbiare Brunson, Melli su Edwards, Pippo Ricci come Brandon Ingram dalla panchina: brividi! È giusto giocarsela, sapendo che gli Azzurri avranno la leggerezza di chi non ha niente da perdere e gli americani invece ogni cosa. Notizia: non sono imbattibili, anche se a differenza dell’Inghilterra nel calcio,  continuano a difendere con autorità il vantaggio del pioniere. Però sono mezzi avvisati: quattro anni fa i quarti di finale contro la Francia si rivelarono fatali e la Lituania, appunto, ha appena dimostrato a coach Steve Kerr come si perde. Difficile che ci prenderanno sottogamba. Loro hanno più tutto. Noi siamo più squadra. “Sfrutteremo la nostra caratteristica migliore: muoverci in campo e fuori come una famiglia”. Sembra una pubblicità della Mulino bianco, invece è l’arringa prepartita del Poz allenatore. Allora è legge e cabaret, metodo e follia: non ha senso fino a fatto compiuto. Sa lui. E all’Italia va benissimo così.

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