Giovanni Di Lorenzo (Lapresse)

Il Foglio sportivo

Dove c'era Diego adesso c'è Di Lorenzo e Napoli canta

Giuseppe Pastore

Luciano Spalletti a sorpresa lo ha voluto capitano, a partire dalla prima amichevole stagionale nel luglio dello scorso anno. È l’immagine di una squadra così diversa da quella di Maradona

Si può dire che il Napoli abbia iniziato a vincere il suo terzo scudetto un giovedì pomeriggio di luglio, nel chiuso dello spogliatoio di Dimaro, a pochi minuti dalla prima amichevole stagionale contro l’Anaune Val di Non, Eccellenza regionale del Trentino-Alto Adige. In un colpo solo De Laurentiis ha appena tirato una riga su Insigne e Mertens, pezzi di cuore e di storia dell’ultimo decennio del club; in quelle stesse ore, a Londra, Koulibaly sta svolgendo le visite mediche con il Chelsea. Almanacco alla mano, la fascia da capitano spetterebbe a Zielinski, in azzurro dal 2016, o in seconda battuta a Mario Rui, più fumantino e temperamentale, a Napoli dal 2017. Invece Luciano Spalletti la consegna a Giovanni Di Lorenzo, e nessuno ha alcunché da ridire. “Non mi aspettavo che toccasse a me”, dirà alcuni mesi dopo Di Lorenzo, che nel cognome porta curiosamente le tracce di due grandi protagonisti dell’evo moderno del Napoli: “Lorenzo” come Insigne, l’ex capitano di Frattamaggiore mai del tutto amato dal suo popolo, e “Di Lorenzo” che secondo Google Translate è la traduzione letterale in italiano del latino “De Laurentiis” (tuttavia, se le reminiscenze del liceo non c’ingannano, “Laurentiis” è ablativo plurale, quindi sarebbe più corretto “Dei Lorenzi”). Per abbandonare le lettere antiche e tornare sul campo di calcio, nel giro di qualche ora Di Lorenzo diventerà il secondo capitano della storia del club a vincere uno scudetto: al primo hanno intitolato lo stadio, non solo a Napoli, e dappertutto lo chiamano Dio. Difficilmente tra trent’anni ci saranno locali dei Quartieri Spagnoli che terranno esposta una reliquia di Giovanni Di Lorenzo, come avviene con il (molto) presunto capello di Maradona custodito in un’edicola votiva dentro un bar di Piazzetta Nilo oggetto di divertiti pellegrinaggi. Ma a suo modo, la sua stagione ha un che di evangelico: nel senso letterale del termine, l’annuncio della buona novella calcistica portata in città da Luciano Spalletti.

 

Il terzo scudetto ha preso la lista dei secolari luoghi comuni su Napoli e sul Napoli e l’ha accartocciata come si fa con lo scontrino della tintoria. Una città in cui è impossibile programmare, un allenatore che non vincerà mai niente le cui squadre si squagliano a primavera, un ambiente immaturo. Di Lorenzo, in particolare, simboleggia la sconfessione di uno dei cliché più insidiosi e auto-assolutori: Napoli città individualista, in cui non si fa sistema né massa, ogni tanto devota a qualche dio che passa senza sostare troppo a lungo. L’immagine del Napoli di Spalletti e Di Lorenzo è l’antitesi di quella del Napoli di Maradona, che ha ingiustamente dimenticato i nomi dei due allenatori (Ottavio Bianchi e Albertino Bigon) che vinsero il tricolore, fagocitati dalla narrazione diego-centrica. Beninteso, questo Napoli non è certo un collettivo operaio, come dimostrano certi assoli di Kvaratskhelia, gli uno-contro-tutti dell’Osimhen più scatenato e anche certi compiaciuti soliloqui dell’allenatore, degni di una sceneggiatura di Nanni Moretti. Lo stesso presidente non ha certo l’allure del pater familias conciliante: a volte le sue fughe in avanti hanno causato disagi alla squadra stessa. Ma è l’esempio che conta e copre tutte le eccezioni: Di Lorenzo che fa il capitano, Spalletti che elogia i recuperi di Kim e gli intercetti di Anguissa tanto quanto gli slalom di Kvara, il gol-scudetto al 93esimo in casa della Juventus costruito con tre tocchi di prima di tre giocatori entrati dalla panchina, Zielinski-Elmas-Raspadori.

 

Adesso è fin troppo banale elogiare la serietà, la professionalità, l’affidabilità di un terzino destro che in questo campionato ha saltato appena undici minuti (irrilevanti, sul 4-0 contro il Sassuolo), trasformato dall’artigianato di Spalletti in una specie di tuttocampista che sa disimpegnarsi da mezzala e non di rado troviamo nel cuore dell’area avversaria, come nel finale di Milan-Napoli quando ha costretto Maignan alla paratissima spartiacque del derby di Champions. In diversi momenti di questa stagione è sembrato il miglior Javier Zanetti, e non trattavasi di insolazione da alta classifica: lo abbiamo trovato a pressare a 80 metri dalla porta anche con il Napoli in vantaggio 0-3. Di Lorenzo è di gran lunga il miglior giocatore italiano del campionato 2022-23: le uniche stecche stagionali sono arrivate in due partite internazionali ed è giusto tornarci su. La prima proprio a Napoli, ma con la Nazionale: lo sciagurato primo tempo di Italia-Inghilterra, quando non funzionava nulla e anche lui era piuttosto fuori fuoco, tanto da regalare un rigore per uno sciocco fallo di mano in marcatura su Kane. Il secondo nel ritorno di Champions League, l’esitazione fatale sulla brutale accelerazione gullitiana di Rafael Leao, e tutta Napoli si chiede ancora chi è che dovesse spendere il fallo da giallo, e in che modo: un “cinismo professionale” che ancora non appartiene al Dna di questa squadra, e chissà se mai apparterrà.

 

Ma si può vincere uno scudetto da 90 punti e passa anche senza essere già vincenti, anche senza essere cinici, anche senza essere individualisti, anche a Napoli. È la lezione che ci consegna questa primavera. È l’imprevedibile soluzione del quesito della Sfinge che ha pietrificato Napoli per trent’anni: cercare l’impossibile erede di Maradona in ogni vicolo, in ogni filmato a bassa definizione proveniente dal Sudamerica, caricare di ansie indicibili ogni prodotto di scugnizzeria e alla fine trovarlo in Giovanni Di Lorenzo da Castelnuovo di Garfagnana, 30 anni ad agosto, che dal 2016 indossa sempre e solo maglie azzurre (Matera, Empoli, Napoli, Italia) e ha chiamato Azzurra anche sua figlia nata nel 2020. Da lontano annuirà anche Insigne che adesso non è difficile immaginare nella sua casetta in Canada, pervaso da una malinconica gioia squisitamente napoletana, come uno di quei tramonti infiniti da groppo in gola su Castel Dell’Ovo.

Di più su questi argomenti: