Foto di Alberto Gandolfo, via LaPresse 

Il foglio sportivo

Il Napoli può davvero diventare il nuovo Milan

Giuseppe Pastore

Tre sfide in 16 giorni per strappare lo scudetto e ripercorrere la stessa storia europea del Diavolo. Una teoria scomposta in cinque piani narrativi

Non saranno epocali come i quattro Real Madrid-Barcellona in 18 giorni del 2011, che sfociarono nella guerra termonucleare tra Guardiola e Mourinho, ma questi tre Napoli-Milan in sedici giorni lasceranno un segno profondo nella stagione e nella storia dei due club – soprattutto quella del Napoli, che sta vivendo le migliori settimane della propria vita e scalpita per arrivare al finale della trilogia. Scomponiamo questo mini-kolossal tutto italiano in cinque piani narrativi, come Il Padrino o Ritorno al futuro.


TECNICA.

I ventitré punti di distacco in campionato – che lunedì potrebbero anche essere ventisei – fotografano in modo abbastanza limpido l’abisso tecnico tra le due rose. Per esempio in attacco: là dove il Milan è ancora aggrappato all’antico vaso Ibrahimovic, fermo ai box dopo la pausa nazionali, e in queste ore sta chiudendo il rinnovo del 36enne Giroud per non essere costretto l’estate prossima a rifare il reparto da zero, il Napoli può esibire un parco divertimenti lussureggiante per varietà e qualità, ben oltre i tre titolari. Quali altre squadre italiane potrebbero permettersi di tenere un Simeone in panchina con zero presenze da titolare in Serie A? Il dislivello aumenta se ci mettiamo a confrontare i titolari ruolo per ruolo, vista anche la flessione di molti milanisti: il Napoli è superiore per almeno otto undicesimi a eccezione del terzino sinistro e del portiere, dove il super-Maignan ammirato anche in Nazionale non teme rivali sul suolo italiano. L’infortunio di Osimhen autorizza il dibattito sulla prima punta: meglio Giroud, logoro ma pur sempre Giroud, o il rampante Cholito che quest'anno ha sempre battuto un colpo ogni volta che ce n'è stato bisogno (come all'andata)?

 

FISICO.

La sosta delle Nazionali ha congelato la situazione, ma entrambe le squadre sembrano arrivare in forma al fatidico aprile, sempre ricordando che è la testa che muove le gambe e non il contrario. Spalletti sta prendendo a picconate decenni di teorie sul turnover e sulla gestione della rosa: giocano sempre gli stessi, a eccezione di un paio di ballottaggi fissi (Mario Rui-Olivera, Politano-Lozano) e sono tutti freschi come rose di campo, dal momento che l’entusiasmo e l’adrenalina per la stagione della vita fanno miracoli. Qualunque siano le scelte di Spalletti, lo stop di Osimhen troverà pronti sia Simeone che Raspadori. Più complicato stabilire il momento fisico del Milan, i cui collettivi cali di tensione (drammatico quello di Udine prima della sosta) vanno imputati più alla solita vecchia questione di spine mentali staccate e riattaccate.

 

TATTICA.

Se da questo punto di vista il cielo sopra Posillipo è di un nitore commovente (anche troppo: magari a Spalletti non dispiacerebbe qualche asso nascosto nella manica), a Milanello stanno pensando di riesumare il finto 4-3-3 con cui l’anno scorso sbancarono il Maradona: certo, là dove c’era il Presidente Kessié oggi c’è il soldato semplice Rade Krunic... Il ritorno alla difesa a 4 ridarebbe colore alla fascia sinistra e al buon vecchio freestyle dell’accoppiata Theo-Leao, da cui passano le intere chance di semifinale del Milan. L’infortunio di Kalulu obbligherà Pioli a rispolverare capitan Calabria, finito in naftalina dopo il drammatico gennaio e mai del tutto ripresosi dall’infortunio muscolare del 1 ottobre a Empoli. Per il Milan sarà il mismatch più delicato: da quella parte gli toccherà il demonio Kvaratskhelia, e naturalmente servirà la collaborazione del Saelemaekers di turno. E l’infortunio di Osimhen potrebbe ridare una chance al vecchio leone Kjaer, certamente più a suo agio nel recinto dell’area di rigore da dove difficilmente Simeone cercherà di scappare.

 

PSICOLOGIA.

L’esito di gara-1 peserà certamente sul doppio quarto di finale, e qui Spalletti ha due scelte a disposizione, in un trip mentale stile “Everything Everywhere All at Once”. Allenatori più cinici, forti di un margine così siderale sulle inseguitrici, giocherebbero a nascondino: i migliori in panchina, per preservarne stinchi e caviglie, e magari un pareggino tattico che cristallizzi la situazione. Tutto il contrario di questo Napoli, che da sette mesi prospera miracolosamente nella bellezza e nell’armonia e certamente non si metterà a fare calcoli davanti a un pubblico in luna di miele. Il Napoli ha la possibilità di osare e prendere ulteriore slancio dall’ennesima vittoria: se contro il Milan – mettiamo – finisse tanto a poco, farebbe finire sotto i tacchetti il morale di un avversario giovane e mentalmente non proprio granitico, nonostante il logo che porta all’altezza del cuore.

 

STORIA.

Ed eccoci alla miglior arma a disposizione del Milan, per qualcuno l'unica: la speranza che il famoso dna europeo non sia una bagattella per allocchi ma un discorso che acquisti senso soprattutto in certe notti. Un tema che può benissimo essere usato dal Napoli come tartufesca arma di difesa, come del resto ha fatto Spalletti al momento del sorteggio: “I favoriti sono loro, solo Maldini ha vinto cinque Champions”. La storia della Champions League insegna che nei 30 derby nazionali andati in scena dal 1998 in avanti, per ben 16 volte ha prevalso la squadra che era dietro in classifica. A queste righe si può legittimamente rispondere che il terreno di gioco conti più degli scaffali delle sale trofei; però ricordatevi che in questa competizione diabolica esiste sempre almeno un universo parallelo in cui la Storia ha il suo peso, come insegnano anche i prodigiosi salti mortali del Real Madrid 2021-2022. Il Milan sicuramente se lo ricorda. E il Napoli, allievo modello di questo euro-master?

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